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Il viadotto Morandi
Viadotto Morandi Pericolo reale o psicosi mediatica?

Fioccano gli interrogativi. Se oggi il viadotto è stato chiuso, c'era una situazione di rischio anche prima? E se c'era anche prima, perchè si è mantenuto aperto al traffico? Ed ancora: è il caso di investire milioni di euro per la manutenzione o per la decostruzione dell'opera?

di Giuseppe Riccobene - 20/03/2017

Il viadotto Akragas, progettato da Riccardo Morandi a seguito dell’evento franoso del 1966, è un’opera ingegneristica tra le più pregevoli della sua epoca, che andò a colmare pienamente la necessità di collegamento tra la città e i nuovi insediamenti in corso di realizzazione. La sua realizzazione, tuttavia, impose agli agrigentini un ulteriore enorme sacrificio sul piano dell’impatto ambientale e paesaggistico. Tale insanabile dicotomia rende oggi complicato al cittadino formarsi un’opinione sul tema del giorno: è il caso di investire decine di milioni di euro in opere di manutenzione o si può e si deve cominciare a parlare di decostruzione dell’opera? La risposta non è scontata, per nessuno, nonostante ci sia chi ostenta tanta di quella sicurezza da lasciare sgomenti, evidente frutto di avventatezza o di cosciente irresponsabilità, o di entrambe le cose.

Facciamo un passo indietro e andiamo ai motivi della odierna chiusura del viadotto. Già un paio d’anni addietro, nel luglio 2015, un’approfondita diagnostica strutturale ne evidenziava lo stato deficitario, tale da imporre forti limitazioni al transito veicolare. Quasi due anni sono trascorsi da quella data a questo marzo 2017, al battage mediatico tra i più – per così dire – “indovinati”, ai particolari del calcestruzzo degradato mandati in onda, a tutte le ore, dalle tv nazionali, che inducevano ANAS, ente proprietario dell’infrastruttura, di provvedere alla immediata chiusura al transito del viadotto.

Tutto avveniva ben al di fuori da ogni presupposto tecnico-amministrativo, senza preventivamente avvisare alcuno, senza verificare la viabilità alternativa, senza fornire tempi e progetti certi, senza consentire al cittadino di formarsi un’opinione compiuta su ciò che sta succedendo e che lo interessa direttamente. E dire che l’informazione istituzionale, per chi gestisce un pubblico servizio, è o dovrebbe essere un obbligo, quasi un religiosissimo karma. In questo caso, niente.

Al contrario, sovvertendo gli obblighi di informazione e trasparenza nei confronti dell’utenza, la comunicazione criptica di ANAS innesca una serie di interrogativi di non poco conto: se oggi il viadotto è stato chiuso, dal momento che tra ieri e oggi non è accaduto nulla di nuovo sul piano strettamente tecnico, vorrà dire che era pericoloso anche ieri. E se ieri era pericoloso, perché si è mantenuto aperto al traffico, sebbene riducendone i carichi transitabili? Questa è una delle due possibilità, tutto sommato la “meno grave”, dal momento che nel 2015 qualcuno assunse su di sé la responsabilità tecnica dell’apertura al traffico. L’altra ipotesi, dai profili molto meno incoraggianti, è che da una campagna mediatica, condita per lo più da argomenti scandalistici dalla parvenza tecnico-scientifica, dipenda il destino di un’infrastruttura. Comunque siano andate le cose, qualcuno dovrebbe dare spiegazioni convincenti su cosa sia realmente accaduto, non foss’altro che per arginare quel comune sentire secondo cui la gestione delle più importanti infrastrutture di trasporto pubblico sia quantomeno “disattenta”.

Il tema può e deve affrontarsi, quantomeno, tenendo conto di tre aspetti essenziali, in parte interconnessi. Il collegamento viario tra Agrigento e i popolosi quartieri satellite di Villaseta e Monserrato, nonché di Porto Empedocle e della fascia costiera occidentale, è cruciale. I volumi di traffico del viadotto, infatti, sono prioritariamente costituiti dalle migliaia di utenti che lo percorrono. Le quotidiane esigenze dei cittadini, e sono tanti, devono costituire il baricentro dei programmi infrastrutturali di trasporto pubblico. Trasporti e costruzioni stradali costituiscono una importante sezione dell’ingegneria civile, ma nei bar locali – e spesso anche nei palazzi del potere – tale “particolare” viene spesso dimenticato.

La questione paesaggistico–archeologica, in un momento di importante rilancio dell’immagine di Agrigento e della Valle dei Templi, non può non avere un peso altrettanto rilevante. E quel viadotto, comunque ne si commenti la genesi, è la più grande ferita di Stato alla Valle dei Templi, con la sua imponenza, il rivoltante impatto e la sua insanabile estraneità rispetto luoghi che attraversa o lambisce.  La demolizione dell’opera, da tempo e da più parti auspicata, restituirebbe la magna pars della visuale dalla città verso la Valle e, con essa, verrebbe eliminata la più grande incongruenza mai concepita dalle nostre parti.  Non che altre incongruenze non ce ne siano, a iniziare da quella sconcia cintura di “tolli” che gli agrigentini hanno appioppato al bellissimo centro storico e che ne impediscono la visuale, unitamente alla preponderante edilizia residenziale “spontanea”, o abusiva, realizzata da chi ha ritenuto di violare la pianificazione urbanistica e il regime vincolistico, in nome dei propri personali interessi e, oggettivamente, “tutelato” sino ad oggi da quegli stessi apparati a cui lo Stato delega la repressione dei reati.

E tutta la questione, last but not least, non può prescindere dai rilevanti aspetti economici che si tende ad omettere nelle – pur fondamentali, alle nostre latitudini – discussioni al bar. Eliminare del tutto un’opera così imponente ha dei costi, notevolissimi, legati sia alle modalità esecutive della demolizione, sia allo smaltimento dei materiali risultanti, nonché alla progettazione e realizzazione delle infrastrutture di trasporto sostitutive, della nuova viabilità, previo inserimento della stessa in una nuova pianificazione urbanistica che non potrà e non dovrà isolare nessuno. L’isolamento dei quartieri, infatti, nella programmazione degli anni Settanta che ha disegnato questa città “stellare”, ha già prodotto i suoi nefasti effetti e, piuttosto, si dovrebbe tendere a una ricucitura tra il centro e le periferie.

Se al cittadino, in questa fase, fosse permesso di esprimere un’opinione compiuta sul “mantenimento in vita” del viadotto Akragas, gli si dovrebbe prima consentire di conoscere i tratti essenziali della materia, rispondendo ad alcune domande. Il problema però non si pone, dal momento che i decisori di Palermo e Roma sembrano avere le idee chiarissime. Ma che fortuna!

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