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Il ponte Morandi e Agrigento sullo sfondo, foto di Fabio Florio
Arte o ecomostro? Il ponte Morandi come metafora

Sembra un elastico lanciato da una parte all’altra dei due costoni e così fissato, adagiato morbidamente sui suoi pilastri. Si chiama “Akragas” ma tutti lo chiamiamo “Morandi”. E facciamo bene. Un ponte Morandi, non è un ponte qualsiasi

di Gaetano Gucciardo - 21/06/2017

I ponti si prestano alle metafore: dal ponte festivo, ai ponti fra culture, dai facitori di ponti che diventano pontefici ai ponti d’oro per il nemico che fugge. A Simmel piacevano i ponti e avversava le porte: queste sono fatte per essere chiuse, conferiscono il potere di lasciar fuori chi vogliamo e dunque separano, i ponti invece uniscono, collegano. Putnam che studia da anni come le società smarriscono il proprio senso civico, spiega che possiamo legarci fra noi escludendo gli altri ma possiamo farlo anche includendo gli altri e, in questo caso, disporremo di un capitale sociale bridging cioè capace di costruire ponti.

Come diceva il romanziere per eccellenza dei ponti, Ivo Andric: sempre i ponti “indicano il posto in cui l'uomo ha incontrato l'ostacolo e non si è arrestato, lo ha superato e scavalcato”; i ponti rappresentano l’“eterno e mai soddisfatto desiderio dell'uomo di collegare, pacificare e unire insieme”. E, se non bastasse, ecco che i ponti assurgono a metafora dell’intera esistenza umana: “Tutto ciò che questa nostra vita esprime - pensieri, sforzi, sguardi, sorrisi, parole, sospiri - tutto tende verso l'altra sponda, come verso una meta, e solo con questa acquista il suo vero senso” (Racconti di Bosnia).  

La galleria fotografica di Fabio Florio

Ora accade da qualche tempo che, davanti alle ferite che il tempo ha inferto al ponte dei ponti della nostra bella cittadina, prima si è gridato al pericolo di crollo, poi, dopo la sua chiusura a suon di allarmi più mediatici che ingegneristici, si è cominciato addirittura ad evocarne, se non il crollo, lo smantellamento, la demolizione, anzi la decostruzione. Insomma qualcuno vorrebbe farlo sparire.

Il nostro è un viadotto perché supera una vallata, ma è anche un ponte perché in quella vallata c’è un fiume - invero un fiumiciattolo, ormai, ma cambia poco. Il viadotto unisce. Unisce la città col costone occidentale su cui sorgono Villaseta e Monserrato e porta alla 115 verso Porto Empedocle e Sciacca e Trapani.

Il ponte, il viadotto, anche lui di nome “Akragas”, fu pensato e costruito dopo la frana per ricucire non solo due costoni separati ma per tenere legata alla città una parte cospicua della sua comunità, quella parte che, con la frana del ’66, aveva perso la casa e le autorità pubbliche gliela ricostruirono a otto chilometri di distanza. Una distanza che era una conferma del Rabato come destino. Se prima era stato edificato fuori le mura adesso veniva riedificato fuori dal centro urbano. Bisognava attenuare questo effetto di deportazione e segregazione. Il viadotto serviva a questo. Era un ponte che la città sopravvissuta gettava alla città franata e costretta a sloggiare, per risarcirla e in qualche modo tenerla legata a sé.

E poi c’è il nome. Si chiama “Akragas” ma tutti lo chiamiamo “Morandi”. E facciamo bene. A Empoli ancora ci pensano. Ce l’avevano pure loro un ponte Morandi ma lo hanno saputo solo dopo che lo hanno demolito. Un ponte Morandi, non è un ponte qualsiasi. Ogni ponte è quella cosa che è evocata nelle parole di Andric. Bisogna pensarlo, quando lo attraversiamo, oltre la sua mera utilità immediata. Ogni ponte è metafora di sensi molteplici che evocano tutte le virtù della prosocialità ma questo ponte qui, questo che vediamo se ci affacciamo da qualunque terrazza e balcone della nostra città, questo viadotto che vediamo se siamo a mare o ai templi, questo ponte è pensato, progettato, disegnato da Riccardo Morandi, uno che di ponti ne ha fatti decine sparsi per il mondo e ognuno è un pezzo di storia di ingegneria e di architettura.

Uno che i ponti li progettava per coniugare efficienza, solidità ed eleganza. Zevi scriveva che i ponti di Morandi “risolvono le segrete tensioni del ponte in un’armonia senza sforzo”. E Marandola spiega che “nelle sue opere possiamo vedere una più profonda armonizzazione, un più accurato dialogo fra opera e paesaggio, un dialogo fatto di assonanze e dissonanze”. Di Pasquale diceva di Morandi che era il Paganini dei ponti perché “da elementari temi sapeva trarre mirabili composizioni”.

Avete fatto mai un confronto fra i viadotti a nord della città, quelli che conducono in via Imera o a piazzale Rosselli e il viadotto Morandi? Basta fare un po’ di attenzione per rilevare quanto tozzi, pesanti e sgraziati siano quelli e quanto aereo, sottile, elegante sia il viadotto di Morandi; quanto quelli obbediscano solo al calcolo statico e quanto invece questo a principi formali che non possono essere estranei al contesto. Firmitas e venustas vi si coniugano, come prescriveva il Lamberti a fine Settecento. Sembra un elastico lanciato da una parte all’altra dei due costoni e così fissato, adagiato morbidamente sui suoi pilastri.

E le forme, in questo caso, devono dirci qualcosa. Le forme del viadotto Morandi ci dicono quanto Morandi sapesse e tenesse in conto che quel viadotto avrebbe attraversato, benché per un lato, la Valle dei Templi. Quella forma è cercata, è pensata, non è semplicemente l’esito di soluzioni ingegneristiche. Se le soluzioni formali non sono l’esito pedissequo dei calcoli di staticità, allora a quelle soluzioni va riconosciuto l’impegno, l’ambizione a dialogare col contesto.

È vero, i ponti non sono mai presenze discrete, modificano il paesaggio e modificano la fruizione antropica del territorio. E dunque il dialogo è sempre difficile. Quelle forme, quelle forme così tipicamente morandiane, sono forme di un dialogo, forse anche dissonante, ma sempre dialogo. E la dissonanza è elemento essenziale dell’arte del Novecento: chi può dire che il centro Pompidou dialoghi “armonicamente” col cuore di Parigi o la piramide di Pei con il Louvre? E posto che ci sia unanimità su cosa sia l’armonia in architettura, l’armonia è l’unica forma di dialogo fra forme, materiali, dimensioni, epoche diverse?

Insomma se parliamo del viadotto Morandi è bene tenere presente che è un ponte d’autore. È patrimonio materiale ma se ce lo raccontiamo diversamente, se invece di denigrarlo come eco-mostro, obbrobrio et similia, ce lo raccontiamo come viadotto, appunto, Morandi, può diventare persino patrimonio simbolico. Perché no?

 

Bibliografia minima

Edoardo Benvenuto, Giorgio Boaga, Maria Bottero, Pier Angelo Cetica, Massimo Gennari, Morandi ingegnere italiano, (Prefazione di Salvatore Di Pasquale), Alinea, 1985

Giorgio Boaga, Riccardo Morandi, Zanichelli, 1984

Giuseppe Imbesi, Maurizio Morandi, Francesco Moschini, Riccardo Morandi. Innovazione, tecnologia, progetto, Gangemi, 1995

 

 

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Marx e il ponte Morandi, di Vincenzo Campo

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