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Gaetano Aronica
Gaetano Aronica "Il teatro Pirandello? Un teatro morto"

Attore e scrittore agrigentino, Gaetano Aronica è forse, innanzitutto, un pioniere del teatro. Tra le sue parole sempre pacate, un chiaro disappunto nei confronti della gestione del teatro di Agrigento. Quando si parla di Pirandello poi, si perde: si sente proprio che gli scorre dentro. L'intervista

di Debora Randisi - 30/04/2016

Nel suo cassetto ci sono testi teatrali inediti, pronti a rivoluzionare il teatro pirandelliano. Tra i suoi sogni, quello di vedere rinascere il Teatro di Agrigento. Attore e scrittore agrigentino, Gaetano Aronica è forse, innanzitutto, un pioniere del teatro. Con Giuseppe Tornatore arriva al grande schermo. Lo abbiamo visto a fianco di Monica Bellucci in “Malena”. E poi ancora in “Baaria”. Da lì il successo e la televisione, i premi. Numerose fiction, tra cui “Il Capo dei capi”, nel ruolo di Paolo Borsellino. In autunno lo vedremo ne “La nuova Piovra” per la Rai e in “Squadra Mobile” su Canale5.

Ma è sempre al teatro che fa ritorno. Il suo adattamento de “Il giorno della civetta” ha inaugurato il teatro sciasciano. E con “Tenerezza” di Lauro Versari ha portato per la prima volta il fenomeno dell’autismo a teatro, anche ad Agrigento. Dallo scorso novembre è vicepresidente della Fondazione teatro Pirandello.

Gaetano Aronica si racconta ad Agrigentosette. Tra le sue parole, sempre pacate, pronunciate con quella voce ormai sporcata da un certo romanesco, si nasconde un chiaro disappunto nei confronti della gestione del teatro Pirandello. Passata e presente. Quando si inizia a parlare del drammaturgo agrigentino, poi, si perde e quasi si scusa. Si sente proprio che Pirandello gli scorre dentro.

Tenerezza, un successo strepitoso in tutta Italia. È la prima volta che si porta il tema dell'autismo in teatro. Tenerezza è pertanto spettacolo antesignano, precursore dei tempi?

“L'artista deve avere l'intuizione di vedere dove va la società. Noi siamo arrivati a “Tenerezza” prima ancora che ci fosse questo forte interesse nei confronti dell'autismo che è soprattutto di quest'anno, complice di alcuni fatti di cronaca. Nato come uno spettacolo sperimentale nell’ex centro sociale Brancaleone di Roma, da lì ha avuto talmente tanta risonanza per cui è nato tutto un movimento di interesse. Abbiamo avuto anche contatti con il Ministero della Pubblica Istruzione e delle Politiche sociali. Credo che con questo spettacolo Agrigento abbia avuto la possibilità di essere un esempio, un posto dove succedono le cose non perché ci arrivano da Catania da Roma, da questa famosa colonizzazione culturale che abbiamo sempre subito…”

Che rapporto ha con il teatro Pirandello?

“Lo stesso che ho con la città, di amore ed odio. Pure Borsellino odiava Palermo: ‘la odio come una donna che si ama’, diceva. Ho sempre avuto un rapporto particolare con la città e per certi aspetti credo di andare controcorrente. Per esempio riguardo l’estetica della città. Ricordo che quando salivo con la vespa da San Leone ad Agrigento e vedevo quelle luci, la mia sensazione di ragazzo era di vedere New York. Ancor oggi la guardo e mi piace e dico che non c'è migliore punto di vista che racconti la storia della Sicilia, terra di eccessi, di sensualità, di follia. A me, non so, continua a piacere, forse è così brutto che mi pare bello. So di dire una cosa in controtendenza e anche nel teatro forse ragiono così e magari a volte non vengo compreso per questo”.

Qual è secondo lei lo stato di salute del teatro Pirandello?

“Il teatro di Agrigento è un teatro morto. Un teatro è morto se non fa produzione. Noi non abbiamo mai prodotto nulla di originale ad Agrigento. I cartelli venivano proposti sulla scia dello stabile di Catania o di Palermo. Per me questa è una cosa assolutamente vergognosa. Vuol dire non avere un'idea propria ed è gravissimo. Il teatro dovrebbe essere poi, come disse qualcuno, "la casa dei giochi", un posto aperto quasi ogni giorno dell'anno. Da lì dovrebbero partire tutte le idee. Dovrebbe avere rapporti con le scuole, con l'Università, con la società civile”.

Le responsabilità di questo a cosa, a chi vanno attribuite?

“Quello che posso dire è solo questo: io non c'ero. Quando il sindaco Firetto mi ha invitato nel suo ufficio per propormi la carica di vicepresidente della Fondazione si è stupito per il fatto che io non fossi mai entrato in Comune. Ma nessuno mai mi aveva chiamato. Di certo il problema del teatro di Agrigento è anche il problema del teatro italiano in generale. Cioè i personaggi che oggi hanno le compagnie sono i peggiori attori, sono quelli che noi 20 anni fa nelle accademie consideravamo quasi fenomeni da baraccone. Siamo passati da Grassman e Carmelo Bene a una generazione assolutamente priva di qualsiasi talento, di qualsiasi idea. Il teatro purtroppo se lo sono presi i mediocri, con la politica, con tutti meccanismi che non hanno niente a che vedere con l'arte”.

Lei, appunto, è adesso vicepresidente della Fondazione Teatro Pirandello con la nuova Amministrazione. Qual è il suo progetto per il teatro Pirandello?  In che modo lo farebbe rivivere?

“L’idea è quella di rischiare di fare diventare il teatro Pirandello un polo culturale di grande innovazione. Potremmo essere gli unici a fare un cartellone a tema, per esempio tutto pirandelliano, prendendo tutti gli spettacoli delle rappresentazioni pirandelliane nel mondo, fare una selezione, fare anche una competizione e magari metterci in mezzo anche il nostro di spettacolo, produrlo. Continuo a dirlo: un teatro se non produce è morto”.

Il punto di partenza dunque deve essere il legame con Pirandello. Ad oggi mi sembra però che questo sia quasi inesistente…

“Non è che è inesistente, è peggio. Noi pensiamo di fare Pirandello, ma in realtà non l’abbiamo mai fatto. Ho visto dei 'Pirandello' orribili qua ad Agrigento, come anche in altre parti d’Italia. Il punto è l’assoluta incomprensione delle tematiche pirandelliane. Ho presentato un progetto su Liolà che addirittura ha sconvolto chi lo ha letto. Ci si immagina Liolà come un personaggio coi “giummi” che esce dal gruppo folkloristico e che canta. Io tra l’altro detesto i gruppi folkloristici, non ci posso far nulla. Liolà non è nulla di tutto questo e non anticipo niente perché quando lo farò sarà uno spettacolo talmente rivoluzionario che sconvolgerà. Liolà è avveniristico, è più avanti ancora della società in cui siamo. Non si è capito mai nulla di Liolà, così come delle altre opere. Ci sono dei testi assolutamente incompresi”.

Difatti "Liolà" viene spesso associato alle tematiche verghiane, niente di più lontano dunque dalla sua idea. Ma senta, per iniziare a produrre dunque di cosa ha bisogno, di cosa dovrebbe dotarsi questo teatro?

“Il teatro deve specializzarsi in Pirandello. Mettersi il marchio di fabbrica come compagnia pirandelliana, l’unica che ne ha veramente diritto perché nasce qui. Occorre fare una sana selezione dei propri talenti e avere il coraggio di prendere attori anche di fuori, soprattutto nei ruoli principali. Ci vogliono persone specializzate in ogni settore. Bisogna lavorare sugli adattamenti a livello linguistico, perché naturalmente i testi di Pirandello bisogna equilibrarli bene oggi, capire quali si possono fare e quali invece risulterebbero datati”.

Secondo lei, Aronica, ci sono ad oggi i presupposti per muoversi in questo senso, per realizzare questo sogno, a partire dalla volontà politica?

“La volontà politica c’è. Ogni volta che parlo con il sindaco Firetto di produzione gli si illumina lo sguardo. Ma c’è anche un grande timore, perché purtroppo siamo schiavi di una situazione in cui si innescano dei terribili meccanismi. Ci si schiera contro un progetto pur di non far fare quella cosa a quelle persone, a quell’attore, a quella Giunta, perché è di un altro colore politico o chissà per quali altre ragioni. Questo ci porterà sempre all’immobilità. È la peggiore interpretazione della tematica pirandelliana: io non faccio nulla, nemmeno tu non fai nulla, per cui stiamo tutti tranquilli rimanendo nello stesso punto”.

In questo senso c’è da lottare e da lavorare parecchio …

“Bisogna avere il coraggio delle idee, di smontare un po’ di meccanismi che hanno fatto acqua da tutte le parti. È un progetto a lungo termine ma insomma credo ne valga la pena”.

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