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Massimiliano Gallo, L'Australia, i sogni e la musica
Massimiliano Gallo L'Australia, i sogni e la musica

Suona, scrive e canta da quando è imberbe. Lui è Massimiliano Gallo, 29 anni, musicista agrigentino. A un tratto, come molti, ha detto: “Basta, vado via”...

di Dario Piparo - 12/03/2016

“Adesso faccio le valigie e vado via”. Chissà quanti – forse tutti – almeno una volta avranno pensato che la soluzione dei tormenti quotidiani fosse emigrare, spostarsi, ricercare la propria missione esistenziale in un luogo diverso rispetto a quello d’origine. L’uomo migra per ontologia. E continua a farlo, da qualsiasi parte e in qualsiasi direzione. Per motivi variegati, spesso diametralmente antitetici. Da Agrigento ci si sposta praticamente da sempre. Verso la Germania, gli Stati Uniti, il Belgio o il nord Italia. Attraversando terre e periodi storici.

Ma la nuova generazione migrante è cambiata. Mai come adesso il progresso ha tracciato delle differenze così nette. A inizio secolo gli emigranti italiani traversavano gli oceani, tra quarantene e controlli antiparassitari. Oggi la moltitudine viaggia con iPhone e laptop, in sicurezza, con gli stomaci pieni e la possibilità di mantenere trame di contatto moltiplicate, praticamente in ogni settore. Ma rimane paradossalmente un identico senso di disordine, una coltre di incertezze, di urgenze.

Massimiliano Gallo, musicista di ventinove anni. Suona, scrive e canta praticamente da quando è imberbe. Molti appassionati agrigentini di live music lo avranno ascoltato, sicuramente, almeno una volta. Anche lui, a un tratto, ha detto “Basta, vado via”. Destinazione: emisfero opposto, Australia.

Raccontaci quando, come.
"C’è sempre stata una voglia di scoprire cosa c’è fuori dall’Italia. Negli ultimi anni ho suonato in numerosissimi concerti e festival musicali in giro per la Sicilia,  ho realizzato circa 15 album e, dopo 13 anni di musica inedita, mi sono detto che un po’ di soddisfazioni in più non avrebbero guastato. C’è da dire poi che qualche anno fa avevo creato un progetto, si trattava di un sito dedicato al cibo, facendo richiesta per l’accesso ai fondi per giovani imprese di Sviluppo Italia. Ho tentato per 3 anni di fila senza successo. “Senza agganci politici rilevanti, non hai speranze di ricevere i fondi”, mi sentivo dire. Ho promesso a me stesso che se non fosse andata sarei andato via dall’Italia. Così è stato. Ho fatto richiesta online per il visto “Working Holiday Visa”. Senza ragionarci troppo, quasi come fosse solo uno strano sogno, cercando di non darmi la possibilità di cambiare idea... e sono partito".

Gli affetti a te vicini, la tua famiglia, i tuoi amici, come hanno accolto una scelta così distante da un ordine quotidiano più ortodosso?
"In generale sono sempre stato un tipo indipendente, un po’ solitario, e ho già vissuto dei periodi lontano da casa, in giro per l’Italia. Quindi non è stata una novità assoluta. Tutte le persone vicine mi hanno invogliato, riconoscendo le positività che questa esperienza avrebbe potuto portarmi. Amarezza e malinconia ci sono sempre, soprattutto per le persone più intime e per la mamma (che è sempre la mamma).  Devo confessare però che è stato difficilissimo lasciare i miei strumenti, la sala prove, lo studio...".

Quanto è diversa la scena indie in Australia? Anche da un punto di vista delle opportunità professionali?
"Nell’ambiente musicale il mio stile è stato apprezzato ed ho avuto un bel po’ di soddisfazioni tra i musicisti del luogo. Ho capito che se avessi vissuto lì per anni, con una macchina e dimora fissa, probabilmente avrei fatto grandi cose, ma non mi andava, ci sono soluzioni migliori per me e la mia musica. Per tanti anni ho sognato di fare musica di strada e lì di musica di strada si può vivere, e questo è notevole. Ma a Brisbane, se sei un cantante chitarrista e non fai niente di incredibile, se vuoi fare i soldi devi fare quello che la gente vuole: canzoni allegre e commerciali. Ma vivere in questo modo sarebbe privo di arte e poesia".

Spesso, quindi, ti è capitato di fare “busking”, cioè performance artistiche in strada. Raccontaci la prima volta, le sensazioni che hai provato.
"La prima volta è stato eccitante perché si trattava di qualcosa che non avevo mai fatto ed è stato indubbiamente una grande sfida. Stare lì, in strada, con centinaia di persone che ti ascoltano. In qualche modo devi intrattenerli e quindi devi parlare con la città. Per me è stato molto divertente. Parlare un inglese con una cadenza italiana è qualcosa di simpatico e curioso per il pubblico, e io l’ho sempre sfruttato. A parte questo la prima volta non è stata così soddisfacente, perché è anche stato il momento in cui ho compreso che la mia musica non funzionava come avrei voluto, al contrario delle canzoni commerciali. Esattamente come in Italia".

Quanto hai capito dell'Australia, vivendoci?
"L'Australia non mi ha fatto impazzire. E’ difficile da spiegare in poche parole. È un paese “pieno di soldi” e di cose che funzionano come ogni paese dovrebbe funzionare, e quindi ci sono tante possibilità di realizzare i tuoi sogni, in moltissimi settori. Questo è totalmente diverso dall’Italia, ed è meraviglioso. Ma nonostante ciò, dopo 6 mesi vissuti lì, ho capito che non faceva per me. La mentalità della gente è troppo diversa dalla mia. Gli australiani sembrano troppo rilassati (nel senso negativo del termine), distaccati dalle persone e dalle cose in generale. Seguono molto lo stile e le mode americane. Non danno un profondo valore all’amicizia o alla famiglia, soprattutto se lo paragono a quello siciliano. La mia sensazione è che la maggior parte di loro, apparentemente gentile e disponibile, non si interessi del prossimo. Infine non credo abbiano la sensibilità artistica che abbiamo noi europei".

Quanto hai capito invece dell'Italia, vivendo l'Australia?
"Eh, l’Italia... e la mia adorata Sicilia! Ho capito che – nonostante tutti i casini – ci sono delle cose stupende che non troverai in nessun altro paese. Arte, relazioni umane, per non parlare della supremazia su cibo, moda e passione in generale. Certo, gli italiani non sono visti molto bene da tutti. Molti ci considerano stupidi, retrogradi, rudi, perfino fastidiosi. Il mio capo, nella Gold Coast, mi diceva che la maggior parte degli Italiani della mia generazione sono considerati “scansafatiche”, non a caso non è stato facile per me trovare lavoro nei primi mesi. Altri ci amano e ci considerano romantici, affascinanti, socievoli, divertenti. A contatto con gente proveniente da ogni parte del mondo, poi, ho colto alcune differenze. Ad esempio, per noi è difficile anche solo immaginare di pranzare o cenare in completa solitudine. Per altre culture è normale. Non a caso sono sempre italiani quelli che organizzano le grandi “tavolate” per cena anche in ostello!". 

Le tue canzoni alternano introiezioni quotidiane a slanci onirici. Ci parli un po' della tua poetica? Cosa ti attrae, cosa genera in te empatia?
"Negli ultimi anni il mio modo di scrivere è cambiato. Prima avevo uno slancio più puro e selvaggio nelle musiche; delle sfumature più surreali e sognanti nei testi. Negli anni successivi sono diventato più “realista”, soprattutto nella scrittura dei testi. Probabilmente, inconsciamente, ho creato qualcosa di più comprensibile e coinvolgente per tutti. In questo passaggio riconosco di aver perso un po’ di magia. E mi manca. Ma quando nasce un pezzo, è come se mi purificassi. Un pensiero difficile che mi dà il tormento di solito diventa la canzone più bella".

C'è grande attenzione anche alla strumentalità. Spesso utilizzi anche il “didgeridoo”, uno strumento a fiato nato proprio tra le culture aborigene australiane, che addirittura costruisci artigianalmente.
"Il mio adorato nonno, da piccolo, mi insegnò a costruire oggetti utilizzando legno, ferro, plastica. Mi piace costruire delle cose e, qualche volta, queste cose sono strumenti musicali".

Nei tuoi progetti cosa c'è davanti? Con quali esperienze pensi di volerti misurare?
"Dopo avere lasciato l'Australia ho voluto fare un piccolo un percorso spirituale in Asia e adesso sono di nuovo ad Agrigento. In Australia ho conosciuto tanti musicisti,  produttori e manager di un certo livello che mi hanno aiutato ad ampliare la mia visione della musica e della vita. Ho capito qual è la giusta strada da seguire in questo momento. Ho rimesso su il mio studio musicale e a breve, tra un mese più o meno, uscirà il mio 16esimo album. Sarà un EP di 5 canzoni in lingua inglese, una sorta di rock elettronico, un genere assolutamente nuovo per me, fatto per funzionare. Un mix che va da alcuni sound molto attuali fino dall’elettronica pura. Una volta pronto probabilmente andrò in giro per l'Europa per proporre la mia nuova musica".

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