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Dibattito sul Ponte Morandi La grande bruttezza

In questi giorni molto si è detto e molto si è scritto del ponte Morandi, della sua storia, della sua utilità, della sua leggerezza, financo del suo futuro, e dell’opportunità o meno di conservarlo, demolirlo, modificarlo, limitarlo. E a questo coro mi associo, ma...

di Davide Natale - 10/07/2017

Quanti di voi ricordano le avventure del ragionier Fantozzi il quale, nel disperato tentativo di giungere in orario al lavoro, decideva di prendere l’autobus che lo avrebbe condotto in ufficio, direttamente da casa, lanciandosi giù sulla tangenziale posta proprio a pochi centimetri dal balcone della cucina. Straordinaria impresa disperata di un uomo ancor più disperato. Quell’autobus sarebbe passato alle 8,01 e il buon ragioniere riusciva, attraverso una serie inverosimile di studiati stratagemmi, puntando la sveglia alle 7,51, in solo dieci minuti di frenetica attività ad aggrapparsi all’autobus. Amarcord, nostalgia amara di una Italia che non è più.

Al netto delle finzione filmica, però, quel palazzo esiste davvero e anche quella tangenziale. Entrambi lì, nella periferia della Capitale, immobili da decenni, così come altrettanto immobili sono tuttora spesso anche gli automobilisti incastrati nell’inferno di quel tratto viario negli orari di grande traffico. 

E veri sono anche i molti ragionier Fantozzi, che si chiamino Bianchi, o Rossi, o Vattelapesca che al mattino, pur di guadagnare qualche minuto in più sotto le lenzuola, trasformano il risveglio in una folle attività che riesce a cancellare tutti i benefici del sonno rubato a fatica al mattino feriale.

E quindi l’automobile, o la ‘corriera’ che sia, i ponti, le strade, i palazzoni affastellati come spine di grano rinsecchito dal sole. Ed ancora la corsa mattutina, il lavoro, il viadotto Akragas, come osserva l’Avv. Campo, o il ponte Morandi volgarmente detto. La sua leggerezza che pesa sulle sottostanti necropoli, e Villaseta, il Rabato e la frana del ’66. 

Ma da quando il ponte Morandi (non me ne voglia il mio amico Enzo se il viadotto Akragas non so cosa sia), è interdetto al traffico, per ordinaria o straordinaria manutenzione, per effettivo o paventato rischio di crollo, cosa sia accaduto alla mobilità cittadina e dell’intero comprensorio che utilizza il ponte per i suoi spostamenti è evidente, soprattutto in quei momenti del giorno quando sembra che tutti gli automobilisti della città si radunino per le strade, e tutti, quasi disperatamente, in preda ad attacchi compulsivi cerchino alternative percorribili, proprio come le formiche che aggirano l’ostacolo, freneticamente, pur di raggiungere la meta finale. 

Le città, come noto, ancora oggi sono ostaggio delle automobili, e a meno di pochi e felicissimi esempi, ma che per Agrigento esempi non sono, sono proprio le automobili determinare in modo incisivo le economie, la vivibilità, la salubrità, i tempi, la durata fantozziana del sonno e la qualità della vita. E se persino in un centro storico come quello di Agrigento la loro presenza impedisce la possibilità anche di una fra le più basilari attività umana, ovvero il camminare, ci sarebbe poco altro da aggiungere.  

In questi giorni molto si è detto e molto si è scritto del ponte Morandi, della sua storia, della sua utilità, della sua leggerezza, financo del suo futuro, e dell’opportunità o meno di conservarlo, demolirlo, modificarlo, limitarlo. E a questo coro mi associo, ma senza alcuna certezza, senza alcun convincimento, senza alcuna preconfezionata idea della bontà di una o di un’altra ipotesi. 

So di sapere poco o nulla, e a tratti so che non ho certezza neanche del fatto che quel bruco dalle altissime zampe sia brutto o bruttissimo, molto o poco utile, se mi disturbi la sua presenza o mi lasci del tutto indifferente, e non riesco a comprendere se davvero dovrebbe star lì dov’è o altrove. Ma se mi domandassi cosa sia maggiormente oscena, se la vista del Ponte dalla Città, o la vista della Città dal Ponte, so che sceglierei la seconda. Credo, insomma, che il Ponte sia parte di un tessuto urbano di una città, non me ne voglia nessuno, davvero molto brutta, ma ho certezza che quel ponte resisterà lì per tutto il tempo che il sempre umano concede, ché anche un solo minuto in più è già troppo. 

Ma così come il Villaggio Mosè, la zona industriale, tutta la zona sud, contrada Calcarelle (brutta di nome e di fatto), il quadrivio Spinasanta, la via Nuova Favara o come diavolo si chiami adesso, e gli altri, troppi, simili bubboni urbani che negli anni del fervido splendore cementizio sono stati edificati, il Ponte, sebbene frutto di una colta matita e ancora utile alla mobilità non solo cittadina, è dissonante e non congruo.  

Agrigento, e il suo territorio, insomma e nostro malgrado, credo sia oramai irrimediabilmente compromessa, violentata da troppi colpevoli energumeni socializzati che nel giro di pochissimi anni l’hanno spogliata del bello e del candore che, certamente, possedeva. E quando dopo tutto questo sento profferire presunte citazioni relative ad Agrigento e al suo essere stata la più bella città dei mortali, mi assale la voglia di gettar la spugna così come fa l’allenatore che tenta, in un gesto disperato, di salvare il salvabile al pugile perdente, risparmiandogli la vergogna della disfatta completa e mortificante.    

Cosa possiede Agrigento, quindi? Credo che se la quasi totalità dell’edificato moderno sia terribilmente brutto, a meno di qualche puntuale intervento come l’edificio delle Poste, il taglio del Viale della Vittoria e altri piccoli esempi di carattere architettonico e non urbanistico, nel nucleo antico si celi, invece, seppur non del tutto, ancora qualche brandello di bellezza urbana, qualche splendore architettonico frutto di uno spontaneismo edilizio ignorante ma sapiente, come figlio di un genio che sa prima ancora di conoscere. 

E ritengo, quindi, che sia a questo brandello residuale di bellezza costruita a cui dovremmo, disperatamente aggrapparci, e volgere ogni attenzione possibile per la sua salvaguardia, preservandolo da ulteriori, esiziali, interventi, che siano questi minuscoli o meno, mache mirino comunque all’ulteriore mortificazione della città. 

Se poi, apriti cielo, a parlar di decostruzione che non è un’offesa, a parlar di demolizione che non è un’offesa, a parlar di mobilità che non è un’offesa, o a parlar di pedonalizzazione, che offesa non è, si rischia di far venir giù il cielo, arriverà prima o poi un ponte anche in centro storico, e potremmo così puntar la sveglia alle 7,51.

 

La foto in alto è di Fabio Florio

 

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