Mercoledi 23 08 2017 - Aggiornato alle 09:54

uno_scorcio_della_citta_e_del_ponte_morandi_in_una_foto_di_fabio_florio Investire sul ponte Morandi? Un errore strategico

La città deve liberarsi, gradualmente e strategicamente, di tutte le sue brutture, puntando al recupero del patrimonio edilizio storico residuo. Intanto c'è chi continua a scandalizzarsi nel sentir pronunciare la parola decostruzione...

di Pietro Fattori - 07/07/2017

Ho letto con molto interesse l’articolo di Gaetano Gucciardo, dal titolo “Il ponte Morandi come metafora”, protagonista di un autentico panegirico nei confronti di una infrastruttura che, a mio modesto modo di vedere (si badi bene, di un non-tecnico, magari "umile esteta"), rappresenta una tragica ferita nel, già di per se macabro, contesto urbanistico della città moderna, frutto di ignobili sostituzioni edilizie che hanno cancellato, o comunque profondamente danneggiato, l’essenza stessa dei quartieri antichi, producendo una mostruosa skyline ormai nota in quasi tutto il globo.

Intendiamoci: pur apprezzando (a tratti) la "bona fides tecnica" di Gaetano Gucciardo, ritengo che sia, comunque, necessario un nuovo approccio urbanistico e, soprattutto estetico-percettivo, nel rapportarsi con la città di Agrigento. Contesto che deve essere individuato, nel complesso, come un unicum con il parco archeologico, e pertanto, deve ambire a trasformarsi in un vero e proprio centro storico e di servizi per il forestiero. Ecco perché la città deve liberarsi, gradualmente e strategicamente, di tutte le sue brutture, puntando al recupero del patrimonio edilizio storico residuo. C'è chi continua a scandalizzarsi nel sentir pronunciare la parola decostruzione: forse perchè non ci si vuol soffermare veramente sul significato ontologico della stessa, limitandosi ad etichettare chiunque condivida questo, positivo, atteggiamento, come un essere ai margini del reale, quasi a voler sottolineare che ci si debba, gioco forza, rassegnare alle oscenità urbanistiche che ci circondano.

Decostruzione è, in primis, liberazione da un passato fatto di soprusi, libero arbitrio, delinquenza legalizzata, distruzione sistematica di ogni ipotesi di sviluppo fondata sulla valorizzazione delle incommensurabili ricchezze che ci sono state tramandate,e che, almeno i nostri predecessori, sono stati incapaci di custodire. E che fino all’ultimo hanno provato a devastare con piani di lottizzazione, sanatorie e speculazioni fortunatamente sabotate dalla – ahime – salvifica frana del 19 luglio 66 e del conseguente decreto Gui Mancini. Tutti fattori che, come sappiamo, hanno poi determinato, quella profonda arretratezza che caratterizza Agrigento (anche in relazione ai comuni vicioniori!) in tutti i settori.

Anche il Viadotto Akragas, insieme a tante altre brutture che, presto o tardi comunque sono destinate, a scomparire per sopraggiunti limiti d’età, rientra a pieno titolo tra le infrastrutture da decostruire. Nessun visitatore di questa antica e (un tempo) nobile città merita offesa più grande della vista di un serpentone di cemento armato che svetta, arrogante, ad un tiro di schioppo dalla collina dei templi. E nemmeno gli agrigentini, molti dei quali iniziano finalmente a comprendere la vera importanza di oculate e sagge azioni urbanistiche, meritano, oltremodo, di sopportare la presenza di una infrastruttura concepita in altri tempi, quando le esigenze sociali erano assolutamente differenti.

L'eredità di oggi, è un malconcio e sgraziato gigante di calcestruzzo che si sbriciola sulle rovine delle antiche necropoli. E la cui eventuale messa in sicurezza, finalizzata alla riapertura, costerà quasi 30 milioni di euro alla collettività, nella piena consapevolezza che il problema della definitiva decostruzione è solo rimandato nel tempo. Perchè anche io, ribadisco, da non tecnico, so bene che qualsiasi infrastruttura in CLS non potrà mai essere eterna, se non a prezzo di continui e, via via sempre più costosi interventi manutentivi.

Ed ancora: c’è chi definisce il Viadotto Akragas “insostituibile” per collegare il centro storico (che lo ricordiamo, ormai è privo di strutture importanti, quali l’Ospedale, la Casa circondariale, gli uffici giudiziari e tanti altri enti da tempo decentrati nelle periferie) con i quartieri sud occidentali e la vicina Porto Empedocle. E’ indubbio che oggi, nel 2017, siamo nelle condizioni di trovare valide alternative allo sfregio rappresentato dal ponte, individuando percorsi diversi, nel potenziamento della viabilità esistente, e nel recupero di altre strade abbandonate, come ad esempio la ex via Macello, chiusa dal 1966, che collega il Viadotto Drago con la via Dante, passando per l’abbandonato parco dell’Addolorata.

Cosa fare, dunque, del Viadotto Akragas? Io ritengo che continuare ad investire ingenti somme di denaro pubblico nella conservazione di questo manufatto (per quanto essa rappresenti, senza ombra di dubbio una opera architettonicamente di rilievo, seppur realizzata nel contesto sbagliato) sia assolutamente un errore strategico, le cui conseguenze non sono da sottovalutare. Errore che andrebbe, infatti, a stridere, fortemente, con i destini del nostro territorio, che dopo anni di ingordigia politico-clientare, scelte scellerate e pessima gestione della cosa pubblica, dalle sue macerie riesce ad intravedere all’orizzonte un futuro possibile, solo nella fruizione del patrimonio archeologico e naturalistico. In questa ottica di rigenerazione sociale, dove ad essere protagonisti sono i giovani agrigentini, coloro che hanno ereditato il disastro lasciato dai propri avi, che adesso guardano alla città con occhio critico e forti di una nuova consapevolezza urbanistica, la strada da percorrere è antitetica a quella intrapresa nell’immediato dopoguerra. La sintesi della nuova Agrigento che verrà, deve incarnare il riscatto di una terra ricoperta, per troppo tempo, di miseria e vergogna.

 

La foto in alto è di Fabio Florio

SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

ARTICOLI CORRELATI

Dibattito sul Ponte Morandi
La grande bruttezza

di Davide Natale - Se mi domandassi cosa sia maggiormente oscena, se la vista del ponte dalla città, o la vista della città dal ponte, non avrei dubbi: so che sceglierei la seconda...

scrivi alla redazione