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Chiesa di Santa Croce
1966-2016 La memoria della frana e la speranza della decostruzione

A mezzo secolo dalla “ferita inguaribile nel cuore di Agrigento” la città prova a fare i conti con quella sciagura, a celebrare in qualche modo il ricordo di quella vergogna. L’attenzione non può che ricadere sulla Cattedrale e sui cosiddetti tolli, che se ne stanno ancora lì

di Debora Randisi - 20/07/2016

di Debora Randisi - A 50 anni dalla “ferita inguaribile nel cuore di Agrigento” la città prova a fare i conti con quella sciagura, a celebrare in qualche modo il ricordo di quella vergogna. E l’attenzione oggi non può che ricadere sulla Cattedrale di San Gerlando, e ancora sui cosiddetti tolli. Sono stati due i momenti di celebrazione del 50esimo anniversario della frana: il convegno organizzato lo scorso lunedì da Angelo Capodicasa nella maestosa Sala Zeus e un dibattito voluto dall'Arcidiocesi di Agrigento nella Chiesa di Santa Croce ieri sera

"Avranno gli agrigentini il coraggio di riprendersi ciò che una sparuta minoranza, per mero tornaconto personale, ha indebitamente sottratto?", si chiede il giovane giornalista Pietro Fattori, autore di uno dei più intensi reportage sulla frana, presente ieri alla cerimonia di celebrazione in Santa Croce, a 50 anni da quei fatti. Doveva davvero esser sembrato un terremoto o, almeno, così parve al coraggioso Francesco Farruggia, il netturbio passato alla storia come l'eroe che lanciò l'allarme attaccandosi ai citofoni e salvando la vita a centinaia di agrigentini, come ha ricordato anche ieri sera il cardinale Francesco Montenegro. Cinquantanni fa, esattamente in una giornata di sole come questa, dieci minuti di terrore sconvolsero Agrigento. La città si stava sgretolando, la terra si muoveva e le case si aprivano. I suoi "grattacieli costruiti sull’argilla" venivano giù. Più di duemila unità abitative distrutte, ottomila sfollati. Un terzo della città andava a valle. La paura mista alla rabbia della gente, vittime di se stessi, si riversava in strada. E difatti fu un terremoto. Antropologico.

La natura stava presentando il conto agli agrigentini per quella speculazione edilizia senza logica e senza criterio. Senza giustizia, dunque, senza bellezza, di cui oggi ancora sopportiamo i segni indelebili. Nessuna vittima, se non uno “scecco” crepato d’infarto. I giornali però titolano a caratteri cubitali cifre di morti: 400, 500 vittime. Non era vero: fu un Vajont senza cadaveri, come scrisse un quotidiano. Ma occorreva che la politica puntasse i riflettori sulla tragedia dei vivi. Divenne caso nazionale.

E così a 50 anni da quella “ferita inguaribile nel cuore di Agrigento”, prendendo a prestito le parole dello storico reportage “L’India è in Sicilia” di Luigi De Santis, la città prova a fare i conti con quella sciagura, a celebrare in qualche modo il ricordo di quella vergogna, a trarne le somme. E al centro della Sala Zeus del museo archeologico in cui l’ex presidente della Regione Angelo Capodicasa, oggi deputato alla Camera, ha organizzato un momento di dibattito - il convegno "A 50 anni dall'evento che sconvolse l'Italia" - si innalza un evanescente punto interrogativo grande quanto tutto il Telamone. Cosa si è fatto in questi 50 anni. Qual è lo stato della città oggi e in che modo la politica ha agito dopo quei fatti. In che misura la frana ha rappresentato uno spartiacque. Le risposte le conosciamo tutti. 

Al convegno, moderato dal giornalista Giovanni Taglialavoro, sono presenti studiosi di storia e di urbanistica come i docenti universitari Salvatore Adorno e Gaetano Gucciardo. La politica conta solo la presenza Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro all’Ambiente del secondo governo Prodi, baby pensionato d’oro di lontane origini agrigentine. Sono assenti l’atteso ministro dell’Interno Angelino Alfano e anche l’assessore regionale Maurizio Croce. Motivi istituzionali.  

L’attenzione non può che ricadere sulla Cattedrale di San Gerlando: “Se quella cattedrale dovesse andar giù sarebbe la vergogna di Agrigento e di tutta l’Italia”, afferma come se non fosse stato al capo del governo regionale Capodicasa, in linea con la solita logica delle politiche democratiche, del governo di nessuno, o al massimo, della burocrazia.  

Il sindaco Lillo Firetto prende la parola per un saluto, occasione bell’e buona per sferrare un attacco alla Regione e al Governo nazionale. “Non possiamo affermare che in questi 50 anni si sia fatta una seria autocritica, non credo che quella ferita si sia cicatrizzata, credo anzi che in questi anni si sia fatto un consumo eccessivo del suolo, che la politica abbia annunciato finanziamenti che non sono mai arrivati e che ad oggi non siamo riusciti a portare in agenda nazionale il tema di Agrigento e della Cattedrale. Troppo tempo perduto in Regione, la vicenda della Cattedrale è la reale vergogna”. Ripete poi le stesse parole anche al convegno organizzato dalla Diocesi ieri sera nella chiesa di Santa Croce. 

Ed ecco che si apre il dibattito. Un lungo e puntuale excursus storico di Capodicasa mette in ordine i dati della narrazione fattuale a partire dall’aumento demografico senza precedenti tra gli anni Cinquanta e Sessanta, gli avvertimenti dell’inchieste giornalistiche sul quel che stava accadendo ad Agrigento, le denunce di Pio La Torre, i numeri della madornale espansione urbanistica. E poi altri numeri, quelli del collasso, la relazione Martuscelli, la "legge ponte" del '66, la lezione di Agrigento di Mario Alicata, il disastroso piano regolatore generale del post-disastro, la città stellare. Si fanno i conti, si tirano le somme. Fausto D’Alessandro (consigliere comunale all’epoca dei fatti) afferma, a distanza di anni, come la collusione tra mafia e politica sia stata responsabile dello scempio edilizio. Si scopre l’acqua calda, ma oggi si ammette ciò che in quegli anni non osava ammettere nemmo lo stesso D'Alessandro, come fa notare Gaetano Gucciardo. A ricreare il clima della dibattito che si consumava allora è stata poi la breve bagarre tra D'Alessadro e l'ex consigliere Angelo Errore, i quali si puntano il dito a vicenda.

Il '66 fu l’anno della frana di Agrigento, dell’alluvioni di Firenze e di Venezia e, se è vero come dice D’Alessandro, che la frana è divenuto paradigma straordinario, evento che in qualche modo risvegliò la coscienza politica, difficile è affermare che a ciò sia conseguito un mutamento paradigmatico del reale, in termini di diversa e nuova concezione urbanistica perseguita dall’azione politica. Il video di Tano Siracusa, “La città esplosa”, proiettato in quella sala Zeus, racconta per immagini una continuità che caratterizza architettonicamente e moralmente il vivere agrigentino. Quel modo di percepire l’esistenza, le cose, la natura, la città, che in quel 19 luglio 1966 si materializzò, come un’epifania, nel demone della frana, ma di cui ancor oggi la città ne è impregnata a livello viscerale. 

“La frana consegna ai nostri occhi quella stessa città, in cui sono ancora visibili le macerie mai rimosse, i segni di quella disfatta oggi quasi ci sembrano belli, mentre brutti ci appaiono adesso quei palazzi. Non abbiamo fatto nulla per il nostro centro storico spopolato e oggi identificato dal Comune come ‘periferia’ sul piano degli interventi, molto pirandelliana come cosa”, afferma obiettivamente Giovanni Taglialavoro invitando gli ospiti ad esprimersi circa l'immediato presente. Le conclusioni non possono che essere moniti e parole. Degli studiosi, non certo della politica che di fatto è assente, a fine dibattito infatti non rimane che Capodicasa di cui abbiamo già detto sopra.

“Il lavoro da fare è tanto ma la consapevolezza è aumentata. Lancerei una campagna nazionale per salvare la cattedrale”, afferma senza rinunciare al confortevole condizionale Pecoraro Scanio, oggi presidente della fondazione Univerde. “Lo scopo oggi è quello di pianificare, programmare a livello regionale cogliendo le necessità del presente, totalmente diverse. La gente oggi vuole investire sull’educazione dei figli e non sulla costruzione di case. Occorre agire sulla base dei nuovi standard, ripensare le strutture, gli spazi verdi ”, conclude il docente Adorno. Parole, speranze che rimbombano nel vuoto di questi 50 anni.  

Ma è Pietro Fattori a sollevare la vera questione. Il giornalista afferma che il problema della decostruzione dei cosiddetti tolli è comunque un tema con cui le amministrazioni dovranno presto o tardi confrontarsi, considerando che la vita media dei "giganti di cemento armato" è di 75 anni circa. "Per rimediare al disastro causato occorre una netta e coraggiosa presa di posizione da parte delle nuove generazioni che avranno l'onere di traghettare Agrigento verso gli anni venturi. Solo attraverso una lenta e progressiva decostruzione sarà infatti possibile rimarginare le ferite inferte: liberare il centro storico dalle brutture e avviare una nuova antropizzazione dell'antica Girgenti.  Una forte azione di recupero urbanistico con determinanti ricadute occupazionali e dunque sociali ed economiche. La nuova Agrigento, verrebbe ad avere il ruolo di hub strategico per i turisti in transito nella Sicilia centro occidentale". 

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