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Mandorlo in fiore 2017, l'accensione del Tripode dell'amicizia
Mandorlo in fiore 2017 La Sagra dell'estemporaneità

Ovvero come bruciare inutilmente 300 mila euro sul tripode dell'amicizia senza che la città ne tragga alcun beneficio

di Michele Scimè - 15/03/2017

Non è stata diversa dagli altri anni, non per questo tuttavia si può dire sia stata migliore. Diciamo un'edizione, la settantaduesima, che non sarà certo ricordata per novità, organizzazione e partecipazione. Il restyling sul piano linguistico, da solo, non si è rilevato sufficiente. Idem l’inserimento del logo dell’Unesco. Il Mandorlo in fiore è ancora sagra, in tutto e per tutto e senza acuti. Nonostante le aspettative date da una nuova impalcatura concettuale, culturale, nonostante il cambio di regia affidato per la prima volta al Parco Archeologico e Paesaggistico Valle dei templi.

Un evento dal costo di 300 mila euro. Soldi pubblici bruciati sul tripode dell'amicizia, andati in fumo per una manifestazione che non ha saputo far parlare di sé ed attrarre turisti. Turisti di quelli veri, quelli che soggiornano nei b&b e negli alberghi, che pranzano e cenano nei ristoranti della città, che comprano nei negozi (ammesso che i negozi restino aperti nei giorni cruciali). Ma questo era pressoché inevitabile considerati i tempi. L’incarico era stato affidato all’Ente Parco il 26 ottobre scorso, ma il programma (che ha poi subito diverse modifiche in corso d'opera) era stato presentato ufficialmente il 3 febbraio, vale a dire a solo un mese dall’inizio del Mandorlo svoltosi dal 4 al 12 marzo. Troppo poco tempo per programmare, troppo poco tempo per curare un'organizzazione degna di questo nome. Le colpe del Parco archeologico, ente organizzatore, sono relative. Nel balletto delle competenze il Parco è l'ultimo approdo e l'ennesimo anno zero. Ma è l'idea di Sagra, pardon, di Mandorlo in fiore, che bisognerebbe ripensare da cima a fondo.

In questa edizione, di un piano della comunicazione nemmeno l'ombra, nemmeno uno straccio di ufficio stampa. Le quotidiane conferme al programma affidate alle "note informative" del direttore del Parco Giuseppe Parello, che ha assunto persino la direzione artistica del Festival del Folklore. E a livello promozionale si sono visti qua e la solo dei 6x3 e pannelli negli aeroporti siciliani. A mancare è stato perfino un sito web ufficiale. Risultato? Frammentazione dell’informazione, proliferazione di siti privati e di pagine ed eventi Facebook. Insomma, l’anarchia totale. Impossibile per chiunque avere un quadro completo degli eventi.

E gli eventi in programma sono stati comunque quasi tutti partecipati, dagli agrigentini s'intende. Dal teatro Pirandello, alle Chiese di San Lorenzo e San Pietro, la città ha certamente registrato un certo movimento. Ma siamo lontanissimi dai flussi dei grandi eventi, quei flussi che portano ricchezza e movimentano l'economia di una città. Un evento dalle potenzialità grandissime finisce per esplicarsi, ancora una volta, come da tradizione, da festicciola per gli agrigentini. Che puntualmente scontenta gli agrigentini.

Durante i momenti salienti, la città è risultata paralizzata dal traffico e difficilmente accessibile. I lavori in corso sulla strada statale 640 hanno contribuito notevolmente. Bus navetta? Questi sconosciuti non riescono proprio ad avere considerazione ad Agrigento, un po' come i bagni. E per la giornata conclusiva, domenica scorsa, la via Panoramica è rimasta intasata da una coda chilometrica con, all’ingresso del tempio di Giunone, uno spettacolo di parcheggi improvvisati, con le auto incastonate tra un albero e un altro sul ciglio della strada.

A sorprendere è stato anche, dunque, il piano della viabilità. Le aree pedonali sono un insulto. Lo spettacolo finale della fiaccolata, in piazza Stazione, si è svolto accanto alle auto e ai furgoni in sosta. Auto parcheggiate in piazza Stazione. Macchine in via Pirandello. Macchine ovunque. Il mercatino slow, davanti al sagrato della chiesa di San Pietro, era semisepolto da una fila di auto in sosta. Diciamocelo: anche gli agrigentini hanno dato il loro contributo. Ma c’è pure da dire, del resto, che le auto ad Agrigento non si sa davvero dove metterle... Parcheggio pluripiano mai completato a causa di infiltrazioni mafiose. Chiuso anche il parcheggio di via Empedocle per cambio di gestione, passato ora a privati...

Ma può davvero essere andato tutto così male? Qualcosa da salvare c'è. La vera sorpresa di questa settantaduesima edizione è stata la freschezza e l’energia trasmessa al Festival internazionale del folklore dai ragazzi della Casa del Musical di Marco Savatteri. Il direttore dell’Ente Parco, come detto, ha assunto la direzione artistica, ma gli va riconosciuto il merito di essersi affidato per la regia degli eventi artistici che si sono svolti fuori dal Teatro Pirandello (lì la direzione è stata di Francesco Bellomo) al giovane Savatteri.  Lo spettacolo conclusivo della fiaccolata di mercoledì, che da trent'anni si dissolveva nel nulla una volta giunta nella zona dello stadio, è stato un piacevole ritorno al passato. Le sfilate una volta tanto ordinate e scandite. Emozionante il momento teatrale prima dell’accensione del Tripode sul sito del teatro antico. Piccole trovate, come la performance degli Ottoni animati e dei ragazzi della Casa del Musical dai balconi della via Atenea, sono state apprezzate. 

Se c'è stata una cosa capace di far vibrare l’anima durante la fiaccolata è l'altra novità: i tamburi di San Calò per la prima volta nella festa del Mandorlo. Sarà che all’agrigentino quel suono di tamburi è come un richiamo ancestrale tutto rivolto all’interiorità, fatto di ricordi e di tradizione. Sono i tammurinara con la loro Diana i protagonisti della fiaccolata, a cui partecipano alla fine pochi gruppi. 

Un’edizione zero a cui il direttivo del Parco ha lavorato intensamente, ma forse con poco metodo oltre che con poco tempo e poca lucidità, tra numerosi inconvenienti e problemi logistici. Scontenti dell’organizzazione anche gli accompagnatori dei gruppi, giovanissimi volontari. Scontenti gli ospiti che pare non abbiano ricevuto una grande ospitalità. “Le dico solo che negli hotel c’erano cariche istituzionali dei paesi ospitati ma sono stati trattati tutti come bestie. A cena ieri c’erano un pezzetto di pizza e uno di focaccia a testa, giusto per farle un esempio. Sono tutti molto arrabbiati”, ha confessato candidamente un giovane dello staff.

Altro capitolo le immancabili bancarelle dislocate tra Porta di Ponte, piazzale Ugo la Malfa e piazza Stazione. Quello che dovrebbe essere il luogo delle eccellenze e dei prodotti made in Sicily, dall’artigianato all’enogastronomia, è la solita accozzaglia di robaccia scadente. Nulla che abbia a che fare con la qualità, con il territorio, con una manifestazione che voglia presentarsi in modo elegante e attraente. Si salva solo lo street food e il Mercato Slow, però ben nascosto in via Pirandello. Verrebbe da dire che per fortuna di turisti se ne son visti pochi. Vari gruppi dalla Sicilia si son mossi solo per la giornata conclusiva di domenica 12 marzo. Ma quello è stato un bel momento, infarcito dalla retorica della pace con Tempio d'Oro (grave errore nell'etichetta del premio con su scritto "72° festival internazionale del folklre) ex aequo a Palestina ed Israele, saliti insieme sul palco tenendosi per mano. Ma nemmeno questo è qualcosa di inedito nella storia della Sagra. Tuttavia, dietro la retorica però, quello è stato il vero momento di bellezza, il significato più profondo di una manifestazione che vuole essere simbolo di pace e luogo dell’identità dei popoli.

“La sagra è morta”, dicono molti agrigentini ovunque, sui social e nei bar. La sagra crediamo sia morta da tempo. Lo confermano le facce, le espressioni degli agrigentini durante la fiaccolata. Nessun sorriso, nessuna espressione di gioia o divertimento. Sguardi smarriti che non si emozionano più. Il Mandorlo può risorgere dalle ceneri solo se ha l’ambizione di divenire evento di dimensioni importanti, curato con eleganza, innovazione e programmazione. E dire che negli anni Novanta un esempio di evoluzione della Sagra l'avevamo già avuto. Sono rimaste scolpite nella memoria di molti le edizioni affidate a David Zard e Gianni Minà. Ricordiamo ancora, e ne troviamo ancora traccia sul web, eventi unici e di risalto planetario come quello che portò al Palacongressi Robbie Robertson e i suoni dei nativi d'America, o quando ad Agrigento arrivarono il gospel americano, o la musica e la poesia del barrio di Juan Manuel Serrat, o la "Irish Night" a San Leone con i Chieftains, alfieri della musica irlandese nel mondo.

La Sagra del mandorlo in fiore potrà rinascere dalle sue ceneri. Se le si darà un senso nuovo, se la si penserà adeguata ai nostri tempi, se si avrà voglia di farne una vera occasione di richiamo per la città. E se riuscirà a coinvolgere ed emozionare innanzitutto la comunità agrigentina. E' accaduto in passato, perchè non sperare che possa accadere ancora in futuro?

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