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Tano Siracusa La passione dei politici agrigentini per la fotografia

Competenza fotografica e pirandelliana passione per l’‘apparire’ sembrano requisiti adeguati per il governo di una città che dal 1966 è rappresentata dai media nazionali e internazionali come uno dei casi più gravi di scempio urbanistico in Italia

di Tano Siracusa - 14/04/2015

Una fotografia mostra in primo piano le colonne di un tempio dorico e, dietro, la muraglia di cemento dei palazzi.  La seconda fotografia mostra un tempio immerso nel verde della valle dei templi. Una fotografia è vera l’altra è falsa, scrive sulla sua pagina Facebook il candidato sindaco Calogero Firetto.

Non è necessario indicare quale. Siamo in campagna elettorale e quella pagina è uno dei tanti luoghi mediatici in cui  ormai si diversificano i messaggi,   in questo caso un luogo  che è anche un mondo, un modo di vedersi e di vedersi visti dagli altri,  e che ospita l’unica verità condivisa nella città dei templi: Agrigento è vittima da anni di una campagna di diffamazione che vuol far credere che sia la città degli abusivi, che i palazzoni – che qui chiamano tolli -  siano a ridosso   dei templi greci mentre la valle è intatta, etc. etc.. Infatti quel post di Firetto ha ricevuto qualche centinaio di ‘mi piace’ e numerosissimi commenti di plauso.

La implicitamente millantata competenza fotografica di Calogero Firetto  era anche quella di un ex sindaco di Agrigento, Calogero Sodano, che spiegava come i teleobiettivi schiacciassero sui templi la città moderna alterando la percezione della reale distanza. Competenza fotografica e pirandelliana passione per l’‘apparire’ sembrano d’altra parte requisiti adeguati per il governo di una città che dal 1966 è rappresentata dai media  nazionali e internazionali come uno dei casi più gravi di scempio urbanistico in Italia.  

Nell’estate di quell’ anno  una gigantesca frana  fece crollare decine di tolli, una  parte dell’antico quartiere di Rabato scivolò a valle e  S. Calogero, il santo nero, riuscì nel suo nuovo miracolo:  non vi furono vittime. Sui media nazionali apparve una città stravolta, un incubo urbanistico: fra la valle dei templi e il vecchio borgo medievale, murato dalla famiglia dei Chiaramonte, si ergeva un imponente diaframma di cemento al posto della campagna e degli orti:  i tolli.

La  relazione ministeriale Martuscelli avrebbe poi ricostruito l’intreccio di illeciti, abusi, corruzione, che aveva reso possibile in un quindicennio  quel disastro. Due anni dopo la frana un decreto ministeriale firmato dai ministri Gui e Mancini, istituiva una zona A di inedificabilità assoluta, che immediatamente venne denunciata dagli agrigentini come troppo estesa, percepita come una ingiusta punizione da parte dello Stato  e violata nei decenni successivi centinaia di volte.

Da allora la città dei templi ha sperimentato nella sua storia l’ossessione pirandelliana per gli specchi, le cornici, lo scambio fra l’essere e l’apparire. E si è diffusa la passione dei politici per la fotografia.

Infatti per decenni a difesa dei tolli, degli abusivi e del buon nome della città  si sono schierati i rappresentanti locali di tutti i partiti, compattamente la stampa locale,  negli anni passati alcuni vescovi. Unica eccezione   un’opposizione ambientalista che solo nei primi anni ’90, durante il disfacimento della prima Repubblica,  ha avuto anche un certo consenso in città. Altri tempi: nel 1985 Carlo Argan nell’aula consiliare di Agrigento denunciava l’esistenza dei palazzoni e ne suggeriva la demolizione. Pochi anni dopo il Piano Particolareggiato per il centro storico che  prevedeva la demolizione dei piani alti dei tolli  veniva attaccato da tutti, anche dalla maggioranza del gruppo dirigente del circolo di Legambiente.  Non se ne fece nulla.

Nel 2015, trenta anni dopo, Boeri dopo una breve visita ad Agrigento ha parlato di città esplosa, sconnessa, strappata. E su esplicita domanda di un giornalista ha dichiarato che non si deve ‘decostruire’ ma ripartire da quello che c’è: per lo sconforto dei pochi che in città ritengono la mancata rimozione dei tolli, della quinta di cemento fra la città medievale e la valle dei templi, il principale ostacolo al futuro della città e per  il sollievo dei più.

La sinistra fuori dai partiti è divisa, frantumata, rissosa, e non riesce ad imporre come tema della campagna elettorale la crisi della città, il suo declino, la necessità di una discontinuità radicale.

I  candidati a sindaco della città non sembrano finora molto interessati a ragionare di programmi. Nessuno si azzarda a parlare della necessità di nuovi strumenti urbanistici, di un nuovo PRG, di nuova mobilità, del ‘piano Ravanusella’, delle periferie, di un centro storico che rischia di scomparire.

Troppo impegnati i candidati a sindaco e i politici che li affiancano ad allestire per il pubblico uno spettacolino a puntate che è riuscito a guadagnare l’attenzione dei media nazionali. Soprattutto  da quando le primarie del PD ad Agrigento  sono state vinte da Alessi sponsorizzato da Riccardo Gallo, esponente di spicco di Forza Italia in Sicilia.  Il piccolo gioco di prestigio, reso possibile dal fatto che Gallo ha stretto un’alleanza con il PD in qualità di reponsabile di un movimento politico locale, ‘Patto per Agrigento’  è stato apprezzato da satirici pop come Crozza e sofisticati come Michele Serra.   

Alchimie sofisticate ma anche  pericolose, che possono a volte anche scoppiare come petardi nelle mani di politici navigati. Infatti non solo sui media nazionali e ma anche dalle parti di Renzi si è sentito il botto e le primarie sono state annullate. Da allora è stato un susseguirsi di colpi di scena: Capodicasa, convinto sponsor dell’accordo con Riccardo Gallo, che viene invitato a candidarsi e che ovviamente rinuncia,  Alessi che annuncia di candidarsi ugualmente a sindaco sostenuto da Gallo e da una parte del PD. Un’altra parte del PD che vorrebbe accogliere l’invito di Firetto a sostenerlo, un’altra ancora  che vorrebbe trovare all’ultimo momento un candidato disposto a metterci il collo per farselo tagliare. Una parte di Forza di Forza Italia che si schiera con Firetto, un’altra parte con Alessi.

Il pubblico agrigentino assiste allo spettacolo e lo commenta distrattamente nei caffè sempre pieni i sfaccendati.  Fra un caffè e l’altro poi  andranno a votare.

Nella chiacchiera generale si distingue in città solo una voce. Don Franco Montenegro, arcivescovo della diocesi agrigentina e da poco cardinale, denuncia il malaffare politico locale, indica nella Cattedrale normanna minacciata da una nuova, possibile frana, il simbolo di una città che sembra voler rinunciare all’unica sua risorsa, la sua storia, il suo passato millenario,  che lascia andare via i suoi giovani e  che non sa accogliere i disperati che fuggono dall’altra sponda del Mediterraneo.  Ricorda il dramma degli immigrati, le inadeguatezze e il malaffare che allignano nel sistema dell’accoglienza. Denuncia la mano morta della mediazione mafiosa.

Ma i candidati al governo della città  sono indaffarati a cercare  voti, consenso facile, mostrano nelle fotografie  la prova  della  diffusa inimicizia dei media nazionali verso gli abitanti della città, amministrati e amministratori, evitano di parlare di programmi, figuriamoci di immigrati, intrattengono il pubblico e lisciano il pelo agli elettori. 

Ovviamente entrambe le fotografie mostrate da Calogero Firetto sono false, perché tutte le fotografie lo sono. Ma gli specchi, i doppi, lo scambio fra essere e apparire, fra la finzione e la realtà, lo scetticismo in fondo disperato di Pirandello, appassionano troppo la città che fu anche di Empedocle. Il quale, come si sa, finì la sua vita gettandosi dentro il vulcano. 

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