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L'inarrestabile disfacimento San Calò e la pioggia

Immersi nel ritmo dei tamburi che rimbomba nelle viuzze del centro storico ecco la pioggia. Ma è pioggia di polvere, di intonaco vecchio polverizzato...

di Massimo Brucato - 22/07/2017

Era da tanto tempo che non seguivo così a lungo San Calò nella sua prima passeggiata per la città. Ogni volta c’era qualcosa che mi stancava, un fastidio, un senso di vuoto e di falso. L’assenza di sentimento tra le cose, la gente, la festa, il santo. Non so cosa ci può essere stato di diverso quest’anno: la luce, le persone che ho incontrato, me stesso.

A sera, seduto a un bar a mangiare una granita di mandorle niente male – una vera rarità nella città delle mandorle – ho sentito i commenti secchi di chi era andato al mare o era rimasto a casa: idolatria, folklore, paganesimo. Tutto sommato banali esemplificazioni. Peraltro, come si spiega la fascinazione che prende un agnostico come me, il dispiacere che sento per non potere assistere – ché capita, per lavoro o altro – a una delle due uscite del santo? Si spiega con difficoltà.

E’ un intreccio di sensazioni, di emozioni se vogliamo, un rapporto sghembo che si crea tra la tua mente, la statua, le persone, i muri, il tufo, i suoni. Un che di inesplicabile ma sacro, emozionale. E c’è poi la stizza – emozione pure quella – di vedere volare solo un panino in mezzo a mille foglietti colorati, di sentire gracchiare gli altoparlanti per litanie e prediche. La stizza che c’è sempre e che tieni a bada, per forza.

Nel catino del sagrato stavolta si può stare meno all’erta. Meno movimenti scomposti, facce nuove ancora non confidenti e quindi timorose, pochi nervi tesi, qualche rischio di farsi male per pura inesperienza. Tutto bene! Non si è sentita però la solita voce che inneggia al santo. Dov’era? Una domenica lenta è stata, dal passo accorto. Per arrivare alla pioggia.

Immersi nel ritmo dei tamburi che rimbomba nelle viuzze del centro storico ecco la pioggia. Pioggia di polvere, di intonaco vecchio polverizzato che viene affidato alla gravità dalle vibrazioni, e poi quella sensazione tattile di polvere che tocca la pelle. Gli sguardi vanno in alto e l’espressione è di stupore. “Ma chi é? Chi cadì?” Mi è venuto in mente, per la bellezza dell’attimo, un poetico racconto di Anna Maria Ortese. E poi è arrivata la tristezza, per la vista chiara di un corpo in disfacimento. I muri, le case, la città, le anime in inarrestabile disfacimento.

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