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San Calò
I Tammura di Girgenti e la puzza sotto il naso dei signori

Durante la processione il rullio tellurico delle percussioni è uno sfondo sonoro, cui raramente si presta attenzione. A volte a torto...

di Tano Siracusa - 13/07/2016

Una decina di anni fa i tammurinara che accompagnavano la processione di san Calò venivano da Porto Empedocle e tutto andava bene. Poi ci fu un incidente. Una lite con alcuni portatori, un tamburo sfondato sulla testa di un suonatore, e il magnifico gruppo dei percussionisti empedoclini non si fece più vedere. Con una felice eccezione. Qualche anno dopo l’incidente per la tammurriata più importante e attesa, quella conclusiva al rientro in chiesa a mezzanotte del santo nero, venne invitato il bravissimo ‘capo’ dei tammurinara di Porto Empedocle. Grandi applausi, emozionati abbracci alla fine, ma gli empedoclini non sono più tornati. Chi li vuole ascoltare deve andare a settembre alla Marina, per quel san Calò fuori stagione.

A volte tuttavia il male prepara il bene. Se a suonare la ’Diana’ infatti veniva invitato il gruppo di Porto Empedocle, era perché ad Agrigento il vecchio gruppo si era dissolto e non vi era stato un ricambio. Quel lontano, increscioso episodio ne ha favorito la rinascita. ‘I tammura di Girgenti’ si legge oggi sui tamburi, e sono quasi tutti giovani, ventenni, alcuni adolescenti, qualche bambino. Soprattutto di anno in anno è cresciuto il prestigio di un nuovo, vero leader locale, un capo, quello che dirige, che da il tempo, decide le variazioni, ritesse i ritmi della Diana, di cui qualche antropologo suggerisce origini precristiane.

Ad un tratto tutti sospendono di battere sulla tesa pelle: alzano le mazzuole in alto, le incrociano, le intrecciano, le fanno scricchiolare; poi un colpo sul cerchio del tamburo, un altro o due sulla loro testa: e tutto questo con tanta esattezza di tempo e di armonia che riesce un vero partito a tamburi!” . Così scriveva Pitrè un secolo fa. Ma questo la sera, davanti la chiesa, con la folla attenta, competente, che ascolta e valuta. Mentre durante la processione a dirigere la tammurriata si alternano vari suonatori, spesso i più giovani, forse quelli che sognano di esserci loro a mezzanotte al centro della folla e del cerchio obbediente dei tamburi, per dirigere la tammurriata più importante. Magari fra qualche anno.

Durante la processione il rullio tellurico delle percussioni è uno sfondo sonoro, cui raramente si presta attenzione. A volte a torto. Domenica scorsa mi è capitato di ascoltare in via Atenea, per una buona mezzora, una tammurriata ininterrotta, ricca di variazioni, addirittura con qualche intervento ‘vocale’, addirittura con movenze e accenni di danza, di sonorità e ritmi almeno per me finora inascoltati. Si tratta di musica popolare, autentica, come le tante tammurriate, tarante e tarantelle che in molte zone del Mezzogiorno continentale accompagnano danze frenetiche, spesso propedeutiche al raggiungimento di stati di trance. Si tratta di una musica che circola molto nel Mediterraneo, ma che proviene probabilmente dal profondo dell’Africa.

Qualche anno fa a Ifitry, nel sud del Marocco, ho ascoltato un concerto di musicisti Gnawa, discendenti degli schiavi catturati nel centro Africa e diretti verso le rotte atlantiche a partire dal ‘600. Un brano in particolare, dove prevalevano le percussioni dei cembali sui loro ipnotici strumenti a corda, mi era sembrato sovrapponibile alla nostra Diana. Suonavano e danzavano. A Taroudant, nell’interno del Marocco, qualche anno prima, al ritmo ossessivo della loro musica i danzatori in trance avevano divorato delle spinose pale di fichi d’India e si errano esibiti in altre bravate da fachiri. Musica, danza, alcol o altre sostanze psicoattive e quel tambureggiare tellurico sembra preparare in molte culture l’irruzione del Sacro, la rottura di un equilibrio, un oltrepassamento.

Ad animare le tammurriate nel napoletano si incontrano a volte importanti musicisti jazz della città. La musica Gnawa è entrata nel circuito internazionale negli anni ’60 del ‘900. Qui in Sicilia non succede, certo non abbiamo una tradizione musicale paragonabile a quella napoletana o anche pugliese, meno ancora a quella Gnawa. Ma è comunque un peccato che i musicisti del nostro territorio, gli studiosi di musica, quel poco di istituzioni pubbliche efficienti che rimane, non si relazionino alla musica autenticamente popolare che comunque viene prodotta. Qui abbiamo un festival internazionale del folklore ma pochi conoscono la storia dei Tammura di Girgenti.

A Napoli il festival è ogni giorno per strada, e i nostri tamburi vi troverebbero un’attenzione e un rispetto sicuramente maggiori. E’ anche per questo forse che Napoli ha dominato Palermo, che è stata quella la capitale del Regno borbonico. La città dove tutto si mescola, l’alto e il basso, dove la cultura popolare ha sempre alimentato la creatività di artisti illustri, da Di Giacomo a Edoardo, da Beppe Barra a Pino Daniele, a Sal Genovese. Dove i signori non hanno la puzza sotto il naso.

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