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Lamenti critici Lamenti critici di Dario Orphée

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L'ultimo Bernini ad Agrigento / Arte e supponenza

Dapprima sono arrivate le polemiche, architettonicamente costruite da proposizioni con toni ironici, tra le colonne dei quotidiani. La società civile, la stessa che mai si indigna veramente se non a colpi di circensi acrobazie, ha trovato di cattivo gusto...

20/02/2016

Dapprima sono arrivate le polemiche, architettonicamente costruite da proposizioni con toni ironici, tra le colonne dei quotidiani. La società civile, la stessa che mai si indigna veramente se non a colpi di circensi acrobazie, ha trovato di cattivo gusto tali punti: 1) che un'opera, l'ultima del Bernini, o almeno da pochi anni allo scultore attribuita, sia stata "spostata", a mo' di soprammobile del caro comò compagno di sogni, dalla sua residenza romana alla lontana provincia, ed ex colonia greco-berbera commerciale, dell'insipida Agrigento, verso la povera Africa affacciata; 2) e che inoltre, per rendere la vicenda maggiormente sgalemba e irritante, non solo il motivo dello "spostamento" fosse futilmente legato a una festicciola locale male organizzata, importata da un comune barocco limitrofo alla città dei Templi - vedi come il barocco, in Italia, ha sempre ruolo -, e nata dalle delicate visioni campestri delle rosee pennellate su fiorellini bianchi al profumo di miele, cioè i primi segni di vita dopo l'invernata grigiastra, ma che, sempre lo "spostamento", sia avvenuto per dispotica iniziativa del Ministero dell'Interno, guidato, in questo periodo storico, dal principale e più importante degli agrigentini mai esistiti... nessuno si offenda, filosofo e drammaturgo compresi.

 

I due punti, inseriti nel frullatore, hanno provocato un succo di polemiche, e si diceva all'inizio, accesissime. Altre informazioni, più profonde e meno romanzate invece, affermano che la richiesta dell'esposizione e il suo progetto, addirittura, erano nate nel dicembre del 2014, da un'idea della Soprintendenza. Ciò sminuirebbe di molto gli scontri tra paladini esperti di arte e paladini esperti di politica. Oppure spiegherebbe, con la cospirazione di una parrucchiera, il perché di questa sagra "diluita" un mese.

 

In realtà, lo "spostare", con uno slang barocco dei giovinastri contemporanei, è il prodotto fisso, quasi inevitabile, di questa italietta pascibietola, retta da uno scombussolamento culturale, dimostrato dal recente inscatolamento di statue oscene all'Iran, e, purtroppo, sedotta dal perverso viziaccio di trastullarsi nascosta nelle urne elettorali, senza mai far nulla di democraticamente sensato.

 

Il pollaio della Penisola sente la necessità emozionale di un padrone che, dalla sua mano, lasci piovere frumento e centesimi, tragedie irrisolte e commedie «con il fischio o senza» alla Pierino, togliendo poi l'ovetto manco covato con trattenute e accise, però tutti quanti esteticamente soddisfatti in prima serata, sul comodo divano.

 

Così si interpreta l'installazione governativa pregna di simbolismi politici, non artistici; e mai avremmo pensato che la Repubblica, con settanta candeline questo anno, decidesse di diventare artista, nonostante ella forse lo sia sempre stata, piuttosto che esser patria oltre la fascio-parata del 2 giugno o per la partita in divisa azzurra, educando le masse comunque a una impostazione bellica.

 

Eppure, eppure, chiudendo un occhio, e con l'altro ammirando, il Bernini, lontano dai melodrammi italiani, così si è svolto. Polizia ovunque la mattina del 20, e il divieto tassativo di entrare nel luogo espositivo se non a saluti conclusi da parte delle autorità, in un'atmosfera da corte barocca (davvero!) di partito e insofferenza: tutte le altezze sur-reali in linde camice stirate, cravatte in pura seta, scarpe cromate, tailleur, strette di mano e inchini e occhiolini; tanti applausi, sussurri e quando ci vuole ci vuole.

 

Me e un'anziana signora, che sapeva di professoressa di storia dell'arte in pensione, di fronte il barocco temporaneamente proibito, scambiamo annoiati e supponenti gli sguardi allibiti, arricchiti da figure retoriche. Poi l'entrata è concessa. Stride immediatamente il marmo luminoso: esaltato da un "paravento" verdastro e la disposizione di luci fredde, con gli stucchi porosi, dimenticati e impolverati per anni, del Serpotta. Stride la dialettica tra i barocchi: il primo fuori gli schemi, il secondo narrativo. Stride l'accoglienza agrigentina, capitale della cultura: dimessa, nel pomeriggio, senza vip e sponsor?

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