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Lamenti critici Lamenti critici di Dario Orphée

fullsizerender-03-03-18-11-45 Il confine tra la bellezza e la conoscenza, ad Agrigento
03/03/2018

Il confine non esiste. Non esiste confine in un mondo che è mondo, e mondi dovrebbe fare i suoi abitanti. Anche se, a tutto dire, mondo è, certo; epperò composto di fango pare. Ma lui, no, lui non è fango, non esageriamo. Bensì fango è chi lo calpesta. A voglia, se è fango! Il tuo simile non ti uccide sol perché non ha tempo; quando il tempo lo trova, ti uccide eccome. Sto dilungano nei soliti vicoli ciechi morali.
 
Vabbè; se forse c'è confine, in un mondo in cui il confine non esiste (manco il mondo esiste, però lo facciamo esistere... e qui il fango è prova a favore), esso starà proprio a recinto tra ciò che è e ciò che non è recitazione; sì, proprio nella stanza chiamata "recinto della recitazione" (se non ci sei stata ti ci porto tra un po'). Difatti: chi sta recitando e chi no?
 
Dai, sincero: potresti affermare, con certezza, che quello che hai di fronte e che sta vivendo, davvero stia vivendo? Oppure, come sarebbe più onesto sostenere, chi vive, vive perché recita? In fondo, nella recita, nella grande recita dico, eh, tipo la recita tua e mia raggomitolate, aggiungendo nel gomitolo chi non pensavamo potesse vivere e, ancora, quegli altri che questi ultimi non pensavano potessero vivere... come in un sogno in cui non sappiamo dove ci troviamo, e continuiamo a recitare andando di mondo in mondo, baciando lei, che finta è più vera di un bacio vero, soffrendo, fuggendo, cadendo nel vuoto, ecc. Non è casuale che, da svegli, lo rivivremo, esclamando: che è sta cosa che ho rivissuto?
 
Il bordello salta fuori quando quello strambo, e uno strambo c'è sempre nel mondo, a un tratto comincia a recitare in disparte, e ti dice che tutto esiste e tutto non esiste; che se amore e odio si incontrano, l'incontro è una sfera sbocciata; che è possibile che le cose che per gli altri sono belle, per lui e per te sono scadenti; che mizzica qua e mizzica là. E allora ti chiedi se stai sbagliando. E stai sbagliando dove?, nel mondo in cui tutti recitano e non lo sanno.
 
Non lo sanno, nel mondo più piccolo del mondo, cioè dove vivi, non lo sanno che questo mondo è la tua città. Io, che nel mondo ho vissuto in periferia, al quinto piano, osservando il sole tramontare al mare solo per immaginazione, io affermo che la città respira e i suoi abitanti la soffocano. La soffocano con una violenza che dà loro piacere, per trasformarla in ulteriore violenza quando sussurrando, solo sussurrando, che non intorno, e usualmente è indicato intorno, anzi dentro, dentro sono i tetti. Tra quelle sacre porzioni di tufo. Poroso tufo. (Ah!, se avessi il potere costruirei un mondo piccolo solo per te, in tufo, con il mare laggiù...)
 
Ebbene, la città respira perché il tufo respira. Il respiro è simile al fango (la prova a favore), simile a un vivere che divine. Vivendo il divenire, e mai il presente, camminare nei luoghi che presenzi vivendo è un doppio divenire. E se è doppio, c'è confine. Certo. E quando? Quando ti fermi, contemplando a lungo la mappa della città, e con la matita ti metti a disegnare, a mo' di bimbo, forme da decifrare. E dici: questa piccola trazzera alberata sbuca in un vicolo buio di deretano, che sbuca in una piazza in travertino arredata da vasi in plastica, che sbuca affacciata sull'immenso mare, sull'immenso mare che non ha più trazzere per sbucare in quell'orizzonte lontano, unico senso dentro la gabbia teleologica in cui tutto, proprio tutto, finisce i suoi giorni coricato. Ma non arrivi all'epilogo della città (chi può dire da dove una città ha prologo, per esempio?).
 
Oltre a questa gabbia, nel mondo del mondo del mondo c'è un altro mondo. Che ogni anno rinnova malgrado il parassita umano, e i più sensibili la avvertono starnutendo. Bella, la primavera, che si annuncia mente cola il naso: ella va vissuta, vissuta finché è vero il vissuto, per comprendere quanta recitazione vi sia nel sottofondo. Vissuta. In solitudine. Perché ciò che la solitudine può fare, mai potrà la compagnia di un tuo simile, che mai simile a te sarà poiché il suo unico compito e uccidere (la sua solitudine).
 
Nell'ultima primavera, e sarebbe bello fantasticare che mai abbia inizio affinché mai possa terminare, in città i primi ad aprisi furono i fiori della borragine, blu come le stelle notturne; le ultime quelle di tarassaco, gialli come il sole. Tra queste due parentesi, altre antesi. Per esempio, durante una fredda alba, fu la volta della linaria, tra i giganti palazzi giganti. Essa sbocciò a ridosso di un enorme muro in cemento, e i fiori bianchi e gialli, diretti a sud-ovest, osservavano il mare oscurato dal brutto ponte (avranno sicuramente sofferto, durante la stagione in cui Persefone ritorna agli inferi, per i tramonti interrotti). Di là dalle campagne, invece, i fiori della cicerchia porporina facevano il loro primo ingresso tra i cumuli di immondizia e i ruderi di un tempio greco, elegantemente sepolto dall'acetosella. Alla Valle, sforzandosi che nessuno intorno esista, e che tutti i ruderi siano miei, miei e di nessun altro (perché con nessuno è bene dividerli), succhiavamo i fori dell'erba viperina, se lo ricordi; e fu come annientarsi.
 
Poi il sogno terminò sotto una giovane donna, affacciata al balcone, che fischiettava una canzone mentre annaffiava i gerani. Non capivo, non capivo come questa scena riusciva così bella: che è sta cosa che ho rivissuto? Ecco: tali sono i gesti che inconsciamente desidereremmo vivere; e non recitare. Ribadendo, se lo abbiamo capito, che il confine non esiste. Non esiste confine in un mondo che è mondo, e mondi dovrebbe fare i suoi abitanti. Se esiste, è male. Dimmi allora se puoi attraversare il confine: ci vorrebbe l'infinito per farlo (e qui balordo è il tempo, del nostro poco tempo a disposizione).
 
Beh, senti? Tutto è così impillaccherato.

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