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Lamenti critici Lamenti critici di Dario Orphée

wp_20151207_003 La letterinainaina a Babbo Natale
18/12/2015

a: «Non chiedetevi che cosa vi può dare Agrigento, ma che cosa voi potete dare ad Agrigento!»

b: «Cioè?»

a: «Non chiedetevi che cosa vi può dare Agrigento, ma che cosa voi potete dare a chi vi chiede che cosa vi può dare Agrigento!»

b: «E cioè?»

a: «Non chiedetevi che cosa vi può dare Agrigento, ma che cosa voi potete dare a chi vi chiede che cosa vi può dare Agrigento, se vi chiedono che cosa vi può dare e che cosa potete dare!»

b: «...»

a: «Non chiedetevi niente.»

Tratto da "Euristica acrobatica", di Tandoori Masala.

 

 

«Nuovi soli appassiti di luce...»

"S.u.n.s.h.i.n.e." 

Rancore e Dj Myke

 

 

«L'essenziale del mondo di oggi è il contrario di quanto avevo scritto.»

Antoine de Saint-Exupéry, da un’intervista di qualche anno fa.

 

 

Caro Babbo Natale, 

 

questo è il primo dicembre della nuova amministrazione. Ce ne saranno altri quattro, sicuramente. Ehm... no, non così sicuramente. Probabilmente. 

Forse non lo sai, ma, qui da me, dicembre è un mese diverso. Diverso rispetto gli altri: fa freddo, a volte tanto freddo, e, con grande sorpresa, viene giù anche la neve per un paio di ore. Certo, esagero: qui non si raggiungono mai le temperature della Lapponia; e chi si cimenta nell'architettura di un pupazzo non può che rimanere con la carota in mano. Però fa freddo lo stesso. «Neve sul mondo nevoso, nervoso.» (cfr. A. Zanzotto, slambròt). 

 

Il calore umano, invece, congelato durante il resto dell'anno, è il protagonista (babbìo). Auguri, regali inutili e speranze di cui, al quadrato, si spera che la scadenza non sia mai analoga a quella della mozzarella. Insomma, una parata di ormoni peptidici che rende tutti più sereni. Per ricominciare la guerra, quella sociale, a gennaio. Con più vigore. E sempre con lo stesso sentimento angoscioso, le lezioni di etica su come iniziare una rivoluzione, con lo stesso governo non votato, il disoccupato disperato, le minacce di un mostro occidentale dai motivi arabeschi, le bombe, i kalashnikov, i nazi alla riscossa, i barconi quando il mare è calmo, gli immigrati tra i fondali, le tangenti. E i botti, sia veri che finti, sia per le strade che a Punta Bianca. E quei tre che giocano a dadi, fanno elezioni, vincitori, perdenti, smontano sogni, costruiscono progetti, con cemento male impastato oppure a metano.  (Uffici e neuròspastos, cfr. Alfred Jarry).

 

Per il prossimo anno dovresti far nascere un movimento di cittadini vero, non come quello dello scorso febbraio: nato in una sera, e decomposto nel giro di qualche mese. Poi, desidererei che il potere non venga delegato per una manciata di "X" a sconosciuti. E una strada solida, se hai tempo, e senza semafori, per arrivare a Palermo, a Catania, a Caltanissetta, a non so dove; in tutto il mondo è così: il tragitto tra due punti geografici distanti non prevede il crollo di un ponte, mi pare. Non dimenticare il PRG, il PSR e gli altri acronimi. Vedi di attuppare i purtusa delle casse comunali. Come? Non saprei. Fai tu, inventati qualcosa. Ma che sia una soluzione intelligente. E fai capire a tutti che le tasse... (qui il testo diventa illeggibile, ndr).

 

Cura gli alberi e il mare della città; una questione: se gli alberi malati si tagliano, il mare inquinato si svuota? Cerca in tutti i modi di evitare che si insozzino le strade di munnizza. E trova un lavoro a quelli che, da mesi, protestano di fronte il Comune. Ridai vita alla via Atenea, senza dimenticare le periferie e quelli che vivono nei vespai. Fai cadere un fulmine sul Muos, al fine di incenerirlo. Dissuadi tutti sul rigassificatore, le trivelle e le altre sorelle. Cancella dal vocabolario i seguenti termini: affetto, arte, anarchia, collettivo, curriculum, democrazia, dignità, fine del mese, gusto, individuo, lavoro, libertà, merenda, pace, pasta al sugo di pomodoro, sentimento, sovranità, stipendio; ritengo che sia poco utile pronunciare parole il cui significato è smarrito.

 

Smilitarizza la Sicilia; almeno la Sicilia. Programma nuovi concorsi: perché chi non ha raccomandazioni non sa più che inventarsi per vivere. E fai scoppiare la terza guerra mondiale nella mente di coloro che la desiderano. Rinsavisci i mafiosi (qui ti devi impegnare tanto). Insegna a leggere ai fascisti e ai leghisti (sì, anche qui ti devi impegnare tanto). E soprattutto, inventa una colla forte forte e intervieni presto sul dissesto idrogeologico: la città sta crollando. Conosco la tua pericolosità esoterica. (Disegnini incomprensibili in questa parte della pagina).

 

Sai Ubu, cioè, Babbo Natale? Agrigento, a dicembre, muta radicalmente. Diventa tarabaralla un agglomerato di palazzi. Ovunque possiamo imbatterci in un metallico "Oh oh oh" recitato da una tua copia robotica. Le vetrine dei negozi si presentano con slitte volanti trainate da renne lisergiche, vaporosi fiocchi di cotone e foglie rosse della messicana Euphorbia pulcherrima. Si canticchia l'americanata gingolbellsgingonbells fino a sputare la gola, e non c'è mai silenzio. Sotto le luminarie, il passìo lento, il raro acquirente, la ragazzina piangente. I centri commerciali diventano gironi infernali con il contrappasso del Bancomat. Nelle botteghe, il profumo dei mandarini, delle arance, dei cardi e dei baccalà. A casa, i pranzi con alterazione spazio-temporale, le noci tra i denti, la tombola, sette e mezzo e baccarà. 

 

Ci sono le novene (ma quanto sono belle le novene?). E poi c'è l'albero alla Stazziò (questa letterina, imposta dalla maestra, te la lascio lì, tra i rami): un abete, di Cammarata, alto, verdissimo, agonizzante, luccicoso, bruttissimo; con i rami addobbati di palle, balle, polemiche, ambientalisti infastiditi, difensori di Palazzo di Città. E ci sono i semafori, in questa scenografia, che tutti dimenticano sempre e funzionano tanticchia sì, tanticchia no. E la bianca piazza Pirro Marconi deserta, con gli automobilisti che sembrano senza anima, sognatori di denaro, e lo studente che trascina la valigia provvista di ruote, le birre vuote sparse un po' qua e un po' là, l'immigrato solo e ubriaco, la zingarella che ruba la libertà, la malinconia imperfetta che diventa bellezza su cui piangere. 

 

E poi, dimenticavo, c'è una cosa, facile da dire e da scrivere: che l'anno venturo saremo tutti più buoni. Tanto non è vero. 

 

(Nella foto in alto: l'albero, al centro, in una rara foto dell'epoca) 

 

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