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Lamenti critici Lamenti critici di Dario Orphée

13434049_597124613788068_119206806_n In morte di una galleria
11/06/2016

Nè mi dicea il cor che l'età verde/

Se ne va in sordina. Termina come "La mémorie et la mer" di Léo Ferré, con quegli ultimi tocchi di pianoforte che ricordano lacrime sul volto della donna di Picasso. Dopo anni di attività. Avendo sì, per cortesia, annunciato con largo anticipo l'epilogo; ma non permettendo a nessuno di esprimersi con dei cordogli inutili. E non ci sono tocchi-pianoforte-lacrime-volto-donna. Quanto sono inutili i cordogli, e quanto sono bravi li genti gentili a farli? L'uomo nasce per i cordogli. E per i falsi. Inutile. Inutile continuare. Per chi, poi? Agrigento? Boh...

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/

Sia chiaro: qui non recito il ruolo del cronista e non sarò oggettivo, bensì liricamente me stesso, ancora fatto di sangue, e non suddito di una scrittura che dà voce al sistema. Anche perché non mi appartiene e non sono bravo: né a comporre come i cronisti, né portato da padrone. E malgrado, poiché cattivo concittadino penserà, non recito nemmeno il ruolo del "di parte": perché alle gallerie agrigentine tengo come alla salubrità della stanza in cui mangio o dormo, tutte allo stesso modo, visitandole con assiduità e massimo rispetto, ammirando, invidiando coloro che le vivificano.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/

Un coccodrillo, dunque? No. Questo sfogo non sarà il desiderio di scrivere un necrologio, perché in una città defunta come Agrigento esso varrebbe per il suo opposto: un necrologio è cosa scritta, e la cosa scritta è viva... mentre la città dei cosiddetti templi è unicamente un'estesa necropoli in tufo (quello che ne è rimasto, di tufo), vanitosa come ragazzetta/o con libido in sfogo, ricevendo complimenti per bellezza fisica che presto svanirà.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/Zotica, vil; cui noi nomi strani, e spesso/

Interpreto le scene, qui. Simile allo spettatore di teatro. Perché Agrigento è teatro. E in questo interpretare, con il metodo dell'osservazione, e sicuramente con l'agitazione di chi in questa città si trova a disagio, stretto stretto (senza parole, spesso), e imbarazzato, in questo interpretare, lo ammetto, narro incivilmente: musaeo contingere cunta lepore.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/Zotica, vil; cui noi nomi strani, e spesso/Argomento di riso e di trastullo,/

Conosco bene, e non me ne voglia, il carattere del gallerista in questione; non me ne voglia perché so che egli è duro nel lasciarsi riconoscere un frammento del carattere (e ciò dimostra che lo conosco bene). E non faccio nomi: chi vuole può informarsi, e chi non vuole dimostrerà coerenza con la lungimiranza e l'interesse culturale della città; cavoli suoi, insomma.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/Zotica, vil; cui noi nomi strani, e spesso/Argomento di riso e di trastullo,/Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,/

Due considerazioni. Prima. Quello che il gallerista ha compreso coincide con la chiusura del suo prodotto, ma esprimere in proposizioni cosa egli abbia compreso non è possibile: taccerebbe di inumano l'articolo, il redattore. Seconda. Quello che nessuno mai capirà è che un luogo come una galleria, anche se piccola, per qualcuno insignificante, forse reputata addirittura superflua in questo periodo storico (ve lo assicuro: non siete voi a pensarlo, ma vi obbligano a pensare in questo modo così ristretto, illuminando il mondo con un lume di pochi spiccioli...), e tuttavia indipendente, non legata a "movimenti", punto libero da cui le idee si originano, e tanto necessaria nel culturale deserto patologico agrigentino quanto l'ibuprofene per chi soffre di emicrania, chiudendo rafforza le filosofiche e pessimistiche opinioni che si odono per i bar o in enoteche chic di Girgenti, tra un sambuca e un gratta e vinci, tra il tacco e lo spacco, tra il cravattino e la superbia, tra il geometrico sopracciglio e minigonne al vinazzo frizzante. Modern wit: isterismi.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/Zotica, vil; cui noi nomi strani, e spesso/Argomento di riso e di trastullo,/Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,/Per invidia non già, che non mi tiene/

Sono convinto, convinto, che ciò faccia a qualcuno estremo piacere. Perché, e me lo raccontano occhi fuori dalla provincia, Agrigento è compresa come un obitorio nel quale alcune molecole dell'apparato artistico lottano per starsene il più lontane possibile tra loro, infamandosi alle spalle, tramando, annichilendo, con operazioni scientifiche, l'operato di pochi, di quei pochi a cui non resterà che essere costretti a un isolamento drammatico, al fine, inevitabile, di autodistruggersi. Una lotta misera. Di guerrieri piccoli, che si ritengono telamoni. Nella gabbia di una cittadina insignificante. In cui ci si "incensa" (il termine proviene dal vocabolario del gallerista, ndr, iddu capisce) a vicenda. Perché, intimamente, si è coscienti di essere nessuno, lontani financo dalle più embrionali quinte culturali italiane.

Nè mi dicea il cor che l'età verde/Sarei dannato a consumar in questo/Natio borgo selvaggio, intra una gente/Zotica, vil; cui noi nomi strani, e spesso/Argomento di riso e di trastullo,/Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,/Per invidia non già, che non mi tiene/Maggior di se, ma perchè tale estima...

Nel corso degli anni c'è una cosa che diventa sempre più evidente: purtroppo Agrigento è malata di se stessa (ha l'agrigentite, dice un medico non scherzosamente), e non ha cura diversa da quella di lasciar che la natura la inghiotta. Riposando in pace. Ma tanto questi muggiti di toro in endecasillabi, oh Giacomo, è come se li declamassi a te stesso. Dolore sprecato, perfino per Falaride.

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