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Lamenti critici Lamenti critici di Dario Orphée

img_0954 Raccolta di sentimenti privati
19/06/2017

Il tempo si conta da un'olimpiade a un'altra: lo hanno insegnato i nostri antenati ellenici. E un'olimpiade fa, all'incirca in periodo primaverile, al termine degli studi universitari effettuati a Palermo, e in preparazione del ritorno ad Agrigento, prima in solitudine, poi in compagnia di amici artisti, proposi la fondazione di una scuola artistica agrigentina.

 

L'idea, probabilmente, nacque dopo vari dialoghi avuti con una famosa gallerista palermitana, da poco scomparsa; e il suo "retroterra" fu preparato, mesi prima, alla Vucciria, intorno ora di pranzo, mentre, bevendo vino rosso, ebbi una visione: Zompo, una figura fiabesca, a metà tra un barbone e un randagio.

 

La scuola artistica non è certo una trovata originale. Qualche secolo fa esistette, infatti, una "Bottega" di pittori locali, che avevano una buona mano, e che ho sempre ammirato con l'incanto con cui ammiro i fiori appena sbocciati nei campi. Dopo di essi, però, a parte qualche singolo artista locale a cui va il mio rispetto, non ritengo vi sia stata un'incisiva "emersione" o, più correttamente, "collocazione" tra le piccole e spesso paradossali pagine di storia dell'arte.

 

E cosi, durante quella faticosa primavera, pensai di raggruppare gli artisti sparsi in città sotto una denominazione, emulando i grandi movimenti artistici passati e rispettando i linguaggi differenti. La mia intenzione era semplicemente formare una equazione tra "Agrigento" e "arte", e inserire amorevolmente alcuni concittadini e la città nel grande "pentolone" del contemporaneo (il quale mi appare sempre peggio incrostato).

 

Quando diffusi questa notizia agli artisti, ricevetti risposte non prevedibili, che variavano nei contenuti ed erano accompagnate da vastasate. Continuai con l'obiettivo. E con lo "Studio Artificio" organizzammo un'atipica mostra presso il b&b di un amico, al quale parteciparono, in qualità di spettatori, personaggi che mai avrei sospettato presenti. Era il 14 luglio. La prosa di accompagnamento alla mostra raccontava la presa della Bastiglia da parte di un gruppo di artisti, e il celebre passo di Plinio il Vecchio sul vasaio Butade Siconio di Corinto. Insomma, le allegorie c'erano e l'atmosfera anche. (Forse sto per farcela, sognai.)

 

Poi fu il momento di "Vallicaldi", che ricorderò per sempre insieme ai ricordi morbidamente infantili. Lì, grazie alle associazioni che parteciparono, e grazie a un imprenditore locale, fu fondata la "Galleria Cannameli", che prese il nome dal vicolo, ovviamente, e dall'albero che cresceva silente dalle macerie di un palazzo crollato poco distante. Al termine dell'operazione di rivitalizzazione urbana, curai una mostra che ebbe questo titolo: "La bellezza delle lacrime a pagamento", ultima frase di una prosa che raccontava il luogo e le sue abitanti. Ammetto che quella è stata una grande mostra, e ammetto che "Vallicaldi" aveva mutato, secondo me magicamente, tante cose in città.

 

Della scuola artistica non se ne parlò più. E non so perché. Una tra le tante cause fu sicuramente il mio carattere lunatico. Oggi, a distanza di un'olimpiade, tutto ciò è affondato nel nulla, e le scelte artistiche intercorse non mi convincono. Ed è giusto così. Anzi, ritengo sia stato ancor più giusto scriverlo. Senza motivo.

 

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