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Passa un fatto* Passa un fatto* di Giovanni Taglialavoro

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Teatro antico / Quel che resta delle rovine

Fazello è ritenuto un ottimo osservatore dei luoghi antichi di Sicilia e la sua testimonianza sembrerebbe trovare nello scavo di queste ultime settimane piena conferma. Il guaio è...

02/11/2016

Ecco il libro sesto della prima Deca del 'De Rebus Siculis', (nella foto) in cui Tommaso Fazello, verso la metà del 1500, parla di Agrigento e delle sue antichità. Vi descrive i templi e dà loro i nomi che sarebbero rimasti fino ai nostri giorni.

E' in queste pagine che scrive di vedere i resti del Teatro antico: “Eravi anche un Teatro altissimo, il quale fu molto celebrato da Giulio Frontino nel suo terzo libro degli Stratagemi, e oggi a grande pena si conosce dalle rovine de' fondamenti che son presso alla chiesa di san Nicolò”. (nella foto il testo nella traduzione di Remigio Fiorentino).
 
 
A parte il riferimento a Frontino, la cui citazione del teatro di Akragas è ritenuta dagli studiosi sbagliata, questo è l'unico documento letterario che attesta la presenza del teatro antico ad Agrigento. Fazello è ritenuto un ottimo osservatore dei luoghi antichi di Sicilia e la sua testimonianza sembrerebbe trovare nello scavo di queste ultime settimane piena conferma.
 
Il guaio è che per troppi secoli i resti dell'antica città furono usati come cava per i bisogni costruttivi della città medievale. Le fonti documentano una 'cava Gigantum' cui si attingeva per le nuove costruzioni, probabilmente l'ammasso del tempio di Giove il cui angolo sudorientale, va ricordato, rimase in piedi fino al dicembre del 1401 quando crollò per l'incuria degli agrigentini. Quell'angolo era sostenuto da tre telamoni sulle spalle dei quali troneggiava una torre la cui memoria ha ispirato lo stemma di Girgenti e poi di Agrigento.
 
Ma già nel dodicesimo secolo il vescovo Gualtiero, col parere favorevole dei canonici della cattedrale, fece trasportare dalla città antica grandi blocchi di pietra con l'ausilio di molti bufali, e costruì in tre anni una torre per difendere la chiesa e la città dal pericolo saraceno. Tra il 1426 e il 1430 fra Matteo utilizzò resti di monumenti classici per ricostruire la chiesa di san Nicola (1).
 
Lo stesso Fazello, nel libro citato, scrive ancora che presso la cattedrale sono visibili le rovine di fabbriche grandissime che furono costruite dai Chiaramonte e che “queste rovine sono molto simili alle rovine antiche” (v. foto sotto) E per finire verso la metà del Settecento la costruzione del molo di Girgenti con ancora i resti del tempio di Giove. Insomma una espoliazione continua a fini di riuso.
 
 
(1) Traggo queste notizie sul riuso dei resti antichi dal libro di Patrizia Sardina “Il Labirinto della memoria” Salvatore Sciascia Editore
 
 
* omaggio al poeta agrigentino Antonino Cremona che coltivò il sogno di un'Agrigento all'altezza del suo glorioso passato.

 

 

 

 

 

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