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Per quel che Vale Per quel che Vale di Valentina Oliveri

s._giovanni_di_dio
In ospedale / Colori ed ospiti dell'astanteria del San Giovanni di Dio
18/02/2015

Qualche giorno fa m'ha svegliata una telefonata. Era il mio inviato speciale al San Giovanni di Dio di Agrigento che mi pregava di raggiungerlo per registrare insieme dei dati inerenti la sanità malauguratamente pubblica dalle nostre parti.

 

Mio cugino Luigi, corrispondente eccezionale per la sezione "ospedali terribili", si trovava nel reparto Astanteria, che fa rima con lurdia e anche con mamma mia, mamma mia. E' un reparto retrostante al pronto soccorso, una cosa provvisoria, dove ti mettono quando devono capire che hai e dove mandarti. Non solo. E' un reparto dove ti mettono quando magari non hai niente e nel frattempo che ci stai ti viene qualcosa, così poi è sicuro che sanno dove metterti: alla morgue.

 

Il mio inviato speciale presso il nosocomio, mio cugino Luigi, a parte gli scherzi, stava male per davvero, e quando sono corsa a trovarlo al reparto Astanlurdìa, l'ho trovato nel corridoio che - con tutti gli stracazzi suoi - rincorreva il dottor medico di turno per denunciare i suoi compagni di stanza, che no, non erano dei poveri malati in attesa di cure, ma una cinquanta formiche. Formica più, formica meno. Tant'è che prima di dirmi ciao, l'ho sentito sbottare un per niente pacato: "Dottore, non ci tengo a dormire con le formiche sul letto stanotte!".

 

Entriamo in camera e mi mostra gli insetti della discordia che nel frattempo s'erano chiamati gli amici per fare un rave sul marmo della finestra, dunque anche le zzzaanzare erano venute a trovare mio cugino che, a quanto pare, c'è rimasto male perchè non si erano premurate di portare neanche una guantiera di ciambelle e anisette, dalle nostre parti di rito per gli ammalati.

 

Luigi, che poi è un tipo sveglio al punto che non si direbbe proprio che abbiamo metà DNA uguale, mi fa notare una serie di chiazze rosse sul pavimento. M'ha detto che, chiedendo all'infermiera informazioni circa la loro natura,  lei ha risposto - verosimilmente e credibilmente - ch'era ducotone.
In una stanza gialla e azzurra - giustamente, è normale, lapalissiano che - uno può trovarci delle macchie di ducotone rosso.

 

Che c'hai pitturato? Ti sei smaltata le unghie con la vernice rossa mentre rifacevi i letti? O hai organizzato un'estemporanea di pittura con Jackson Pollock che ha schizzato rosso ovunque? Che c'hai fatto col ducotone rosso in una stanza gialla e azzurra del reparto di Astanteria dell'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento?

 

Ora, se uno fosse poco poco cattivo, penserebbe che ci fosse ancora del sangue schizzato sul pavimento e che nessuno si fosse preoccupato di rimuoverlo, che oltre a fare schifo, è anche pericoloso. Ma siccome noi siamo buoni come il panettone Balocco la vigilia di Natale, ci accolliamo ch'era ducotone rosso utilizzato per cromare una collezione di Ferrari in scala 1:18, che - si sa - è un'attività frequente per ammazzare il tempo al pronto soccorso, prima che il tempo ammazzi te.
 

Fra l'altro, quando siamo arrivati, mio padre ed io, ci è toccato percorrere un corridoio all'ingresso tempestato di bicchieri di plastica ricolmi di sigarette e un pavimento di mozziconi che neanche  dopo un sit-in di operai della Fiat Mirafiori. Un lungo nastro bicolore, rosso e bianco,  a chiudere una delle due entrate del pronto soccorso con tanto di panca biposto appoggiata alle vetrate d'ingresso, qualora il solo nastro non fosse sufficientemente d'impatto.

 

Allora, a uno, che è là perchè sta male sul serio - altrimenti non ci sarebbe andato proprio mai in quel covo di pavimenti divelti e munnizza vagante - gli viene da pensare: ma come minchia si fa così? E se questo è il modo con cui accogliete la gente che arriva sciolta su una barella in ambulanza, chissà com'è quello con cui la trattenete per curarla.
 

Mio cugino Luigi, ch'è ancora là dentro per sfortuna e spero ne esca presto, mi ha chiesto di scriverne sul mio blog. E m'ha inviato un corredo fotografico, anche della condizione dei cessi - già il termine bagno sarebbe un complimento - che, solo a guardarli, vengono sette tipi di malattie diverse, tra epatiti e situazioni veneree a caso.

 

Il corredo fotografico - che non allego per intero causa bassa risoluzione delle immagini - però non testimonia il fatto che l'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento è paragonabile al dedalo del Minotauro, al punto che un mese fa circa, accompagnando mio suocero non vedente per una visita, ho sbagliato ascensore quattro volte, una delle quali  siamo pure rimasti dentro bloccati per mezz'ora, con una grande cesta a rotelle piena di rifiuti.

 

Oltre tutto, quando ho beccato in un corridoio  una donna che avrebbe potuto essere un'infermiera o una portantina - perdonate l'ignoranza nella non distinzione - e le ho chiesto: mi scusi dov'è l'ascensore per Oculistica? M'ha risposto, nel dialetto dei pastori tedeschi (e chiedo scusa alla nobile razza canina per il paragone): "Non sono di questo reparto, non sono tenuta a darle informazioni".

 

Ah, grazie al cazzo signora. Lei non è di questo reparto quindi non è tenuta a dirmi dove devo andare. E vabbè, allora resto qua con mio suocero, accendo un fuoco, mettiamo ad arrostire marshmallow e ci raccontiamo storie di paura, una delle quali parla proprio di lei, signora. Fino a quando non arriva un'anima pia che ci dice dove, come, quando e perchè possiamo uscire da questo budello di vergogne.
 

Con questo intendo raccontare ciò che ho vissuto personalmente in occasioni recenti, e che mi sembra corretto raccontare per giustizia nei confronti delle persone a cui voglio bene. Mi dispiace che, stando male, debbano essere curati in un posto che tiene la gente sulle barelle nei corridoi, non è in grado di fornire lenzuola e coperte pulite, non è in grado di garantire la massima igiene degli spazi interni ed esterni - in special modo dei sanitari - e che debba far passare come un favore ciò che è nostro diritto naturale - oltre ciò per cui sono da noi pagati - ovvero: la salute.

 

Con questo ci tengo anche a dire che all'Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento lavorano moltissime persone qualificate e corrette che si adoperano per salvare la vita alla gente ma non possono fare comunque miracoli, data la struttura e i mezzi. Con questo intendo dire che se dovete curare la gente, però, preoccupatevi di farlo in ambienti sterili, non sui pavimenti divelti, sulle carcasse degli insetti e sui mozziconi delle sigarette, e soprattutto se uno strumento d'analisi importante non funziona, fatelo aggiustare, non mandate la gente a casa perchè s'è rotta la risonanza magnetica e quindi tocca farla privatamente alla modica cifra di trecento euro e quando lo studio c'ha spazio libero per ricevere. Perchè il tempo è vita, e di tempo perso si muore.

 

Auguro a tutti di non aver mai bisogno del San Giovanni di Dio ma, qualora ne abbiate, non dimenticate di portarvi una bussola, le lenzuola da casa, uno spray anti-insetti e un copri water di carta, magari corredato da un container di Amuchina, tipo i tir che s'incontrano in autostrada con la scritta Trasporto Latte. Non sia mai che entrate buoni, e uscite lunghi.

 

Ringrazio anche il mio amico Gabriele che aveva parlato delle condizioni dell'ospedale di Agrigento qualche settimana fa, caricando su Facebook delle foto che raccontavano le illegibili insegne e la fatiscenza della struttura; due delle immagini si trovano qui di seguito.

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