Sabato 16 12 2017 - Aggiornato alle 23:24

Il ponte Morandi, foto di Fabio Florio
Arte o ecomostro? Marx e il ponte Morandi

La Piramide del Louvre può piacere o no, ma è la prova provata che è insita nell’uomo la necessità di creare, di osare, di rischiare l’errore. A me non piace, così come non mi è mai piaciuto...

di Vincenzo Campo - 24/06/2017

“Il ragno compie operazioni che assomigliano a quelle del tessitore, l'ape fa vergognare molti architetti con la costruzione delle sue cellette di cera. Ma ciò che fin da principio distingue il peggior architetto dall'ape migliore è il fatto che egli ha costruito la celletta nella sua testa prima di costruirla in cera. Alla fine del processo lavorativo emerge un risultato che era già presente al suo inizio nell'idea del lavoratore, che quindi era già presente idealmente. Non che egli effettui soltanto un cambiamento di forma dell'elemento naturale; egli realizza nell'elemento naturale, allo stesso tempo, il proprio scopo, che egli conosce, che determina come legge il modo del suo operare, e al quale deve subordinare la sua volontà".

Tutto questo l’ho copiato pedissequamente da un libraccio ormai relegato in seconda o in terza fila degli scaffali più alti delle librerie dei migliori intellettuali nostri: Il capitale di Marx, Volume I, Prima sezione, “Merce e denaro”,  a pagina 55 dell’edizione degli Editori Riuniti del 73.

Ecco, quando vidi la Piramide davanti al Louvre, mi venne in mente questo passo del Capitale che, nonostante io non abbia grande memoria, m’è rimasto indelebilmente impresso perché mi parve, allora quando lo lessi la prima volta, semplicemente illuminante. E illuminante è ancora per me, nonostante la caduta di storici muri e il presunto superamento delle ideologie.

Ecco: la Piramide del Louvre può piacere o no, ma è la prova provata che è insita nell’uomo la necessità di creare, di osare, di rischiare l’errore, a differenza dell’ape e del ragno che fanno opere mirabile, eccezionali e perfette; tele che non si strappano mai (se un corpo estraneo non le viola), cellette di una perfezione formale, estetica e funzionale, impensabile. Ma tele e celle sempre uguali a se stesse, da chissà quanti anni, mila o milioni, non ne ho idea. Penso perciò che era giusto farla, la Piramide, e posizionarla lì, con la sua perfezione geometrica e col nitore dei suoi vetri, davanti, a cospetto dell’armonia delle forme curve e armoniche del Palazzo del Louvre.

Può piacere o no, dicevo, e a me non piace. Come non mi è mai piaciuto e non mi piace quella striscia di calcestruzzo e ferro, che si posa sinuosamente sulle necropoli agrigentine, che lambisce la Collina dei templi dorici e che infine s’infila dentro quella parte di città che una volta un mio amico che insegnava urbanistica all’università di Ottawa definì “bulgara”; il Viadotto Akragas, all’anagrafe, noto come Viadotto Morandi agli istruiti e come Ponte Manfredi ai meno fortunati in materia d’istruzione; Manfredi dal nome del costruttore e secondo la logica agrigentina moderna per la quale l’opera assume il nome del Mastro che l’ha fatta e non del progettista che l’ha pensata o del proprietario che l’ha voluta, come Castro & Saieva, Picarella o Tabone (non so bene con quante “b”).

Sì, certo, esteticamente più bello, se può essere lecito usare questa parola – ma ne dubito un po’ - rispetto ai viadotti anonimi a monte della via Imera, con i loro dislivelli e con i loro restringimenti e curvamenti incomprensibili ai più. Incomprensibili a me, quanto meno.

Mi pare di perder la bussola: è sufficiente essere più bello di ciò che è orribile, per essere bello? Mi pare poco. È utile, utilissimo, certo, e ne sentiamo la mancanza noi agrigentini, ammiratori o detrattori, ora che è rimasto lì con funzione esclusivamente estetica a dar mostra della sua perfezione formale in faccia alla città bulgara da un lato e alla magnificenza della Valle per antonomasia, dall’altro.

Unisce, univa, materialmente e perciò anche idealmente il quartiere del Rabato con quello nuovo dove  gli ex abitanti del Rabato sono stati quasi deportati; consente, consentiva, di raggiungere punti opposti della città senza la necessità di passare dall’intasatissimo centro. Ci manca; mi manca, e molto, anche. Ma da qui a dire che è bello ne corre. È opera d’arte? E che ne so. Non lo so dire, non capisco d’opere d’arte e so esprime giudizi strettamente personali di solo di carattere estetico e che valgono solo per me.

Certo era – quando lo si poteva percorrere - un belvedere più che funzionale dal quale solo si poteva vedere insieme, solo a voltarsi ora da una parte ora dall’altra l’enorme contrasto, l’enorme contraddizione di questa città che amiamo tanto ma che mostra insieme una faccia orribile, quella bulgara, e una magnifica, quella dorica. C’è, è lì, e se l’aggiustarlo e il renderlo nuovamente funzionale costa meno di abbatterlo e creare soluzioni funzionali alternative, lo dobbiamo riattivare. Ce lo impone il buon senso prima d’ogni altra considerazione estetica o retorica, per restare nell’ambito della metafora.

Maaaa… dal punto di vista pratico ed immediato, che ne direbbe chi ci governa di non limitarsi a scrivere “transito interrotto per lo stadio Esseneto” al suo ingresso, nei pressi di quell’altro monumento della modernità che è il “Città dei templi”? che ne direbbe chi regge le fila di questa strana città di deviare il traffico proveniente da ovest già a Vincenzella per la 115 invece che a Villaseta? Che ne direbbe d’evitare di far trovare la gente che ci viene a trovare e che nulla sa ancora delle nostre contraddizioni all’inesistente macello vecchio e a Fondacazzo? Forse per mandarli, quelli che vengono per la prima volta e che nulla sanno della città nuova, in via Finazzi Agrò, metafora sintetica dell’inizio dell’urbanizzazione della città come la conosciamo, della distruzione degli orti per la costruzione d’immensi Tolli – quelli che si vedono benissimo dal Ponte Manfredi.

 

La galleria fotografica di Fabio Florio

 

Sullo stesso argomento puoi leggere anche:

Il ponte Morandi come metafora, di Gaetano Gucciardo

Pericolo reale o psicosi mediatica?, di Giuseppe Riccobene

Nessun allarmismo, ma..., di Michele Scimè

SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

scrivi alla redazione