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Il caso Beniamino Biondi e la miserabile crociata di Michele Scimè - 01/11/2015

Delle due l’una: o l’assessore Biondi è un grandissimo incassatore o la crociata contro di lui condotta da un manipolo di consiglieri comunali non lo scalfisce minimamente. Noi propendiamo per la seconda ipotesi, che spiega il silenzio totale dell’assessore contro il quale da alcuni mesi, sistematicamente e con crescente cadenza, punta l’indice quello che più che un gruppetto di paladini appare come una sorta di mini-armata Brancaleone. Cavalieri senza cavallo e senza spada, senza fede e senza ragione, senza argomenti né idee, che danno vita ad una opposizione sterile e priva di sostanza.

Tra i tanti appunti che si potrebbero muovere all’Amministrazione Firetto i nostri prodi che fanno? Si producono sistematicamente a turno in un’attività pubblicistica considerevole nel volume, con invio pressoché quotidiano di email contenenti note e comunicati nei quali a Biondi vengono rivolte con leggerezza critiche consistenti quanto una bolla di sapone o attribuite addirittura responsabilità inesistenti quando non impossibili. Uno stalking in piena regola.

Si commenta da solo uno fra i passaggi più indicativi, ma non il solo a brillare per villanìa e volgarità, che descrive Biondi così: “Assessore inoperoso che ha fatto della cultura il proprio cavallo di battaglia per conquistare una poltrona al Comune di Agrigento. E una volta dentro e una volta in sella, Biondi si sta divertendo a girare, ma a vuoto, e soprattutto a spese dei contribuenti agrigentini. Che delusione!”.

Per non dire poi del fatto, per esempio, che a Biondi – a sentire i consiglieri stalker - sarebbe da ascrivere la colpa di aver consentito che l’“Efebo d’Oro”, lo storico premio cinema e narrativa, non si celebri più ad Agrigento. Peccato che l’”Efebo d’Oro” sia migrato a Palermo due anni fa, quando Biondi nemmeno pensava all’impegno amministrativo. Ma i paladini della cultura no: loro in Consiglio comunale c’erano e non risulta che abbiano mosso un dito in difesa di quella manifestazione.

E i paladini della cultura hanno fatto in fretta a trasformarsi in paladini della riqualificazione urbana della città, sottolineando come non appartenga a Biondi il progetto di trasformazione, sistemazione e pedonalizzazione di piazza Ravanusella, ma che si tratti un progetto del Comune. Peccato che ai nostri prodi sfugga il dettaglio che Biondi sia l’assessore con delega al Centro storico. E i paladini invece dov’erano quando c’erano da sollevare obiezioni ai progetti di riqualificazione di Terravecchia, o agli architettonicamente mortificanti progetti che presto ci ritroveremo eseguiti in Piazza Lena e Piazza San Giuseppe?

Da mesi, i nostri eroi, fustigatori del malcostume praticato da chi osa intascare ciò che gli spetta, chiedono a Biondi, monotonamente, con un’insistenza che finisce col far specie, di rinunciare all’indennità di assessore. La richiesta si basa sulla volontà espressa da Biondi, aderendo ad una campagna promossa alla vigilia delle ultime elezioni, di rinunciare in caso di elezione in Consiglio comunale, all’indennità ed ai gettoni di presenza. Ma, com’è noto, Biondi, nominato assessore da Firetto, alla carica di consigliere comunale ha rinunciato contestualmente alla nomina assessoriale.

Chiedere a Biondi di rinunciare all’indennità per gli amministratori prevista dalla legge ha lo stesso senso che avrebbe chiedere ai consiglieri Vaccarello, Vullo, Gibilaro, Civiltà (giusto per citare i più attivi contro l’assessore) di rinunciare a quanto spetta loro per le attività lavorative che (ci auguriamo) svolgono.

Ricoprire la carica di sindaco o di assessore in un Comune di sessantamila abitanti, infatti, non è attività che possa svolgersi part-time, né a mo’ di volontariato e onestamente non si vede per quale recondita ragione chi viene eletto o comunque chiamato ad amministrare la cosa pubblica debba farlo a titolo gratuito, dato che ciò che gli si chiede è di occuparsi degli interessi della collettività. Né, da cittadini, ci sentiremmo tutelati se chi amministra per nostro conto lo facesse per hobby o gratis.

Un conto è perciò rinunciare al gettone di presenza in Consiglio comunale, attività che è possibile svolgere non abbandonando completamente ogni altra attività professionale, un altro è accettare un incarico amministrativo dovendo rinunciare ad ogni altro impegno lavorativo. Una cosa è rinunciare al gettone di presenza alle Commissioni consiliari, un’altra è svolgere a tempo pieno il ruolo di assessore.

Né è possibile mettere sullo stesso piano l’indennità che la legge prevede per gli amministratori degli Enti locali ed i gettoni di presenza previsti per i consiglieri comunali per le Commissioni consiliari. Sono cose in tutta evidenza assolutamente non paragonabili; soprattutto poi se il numero delle riunioni delle Commissioni consiliari è talmente alto da far pensare che si tratti solo di un’espediente per rendere più corposo l’introito di un consigliere comunale.

E qui cascano gli asini dei crociati dell’armata Brancaleone in salsa giurgintana. Sì, perché la gran parte dei cavalieri senza cavallo e senza spada, sono ancora animati dal furore cieco, da un livore che deriva dallo scandalo della Gettonopoli che nel febbraio di quest’anno travolse Palazzo dei giganti. Quello scandalo diede origine al movimento cittadino “Agrigento manifesta” che con lo slogan #noisiamoaltro portò alle dimissioni dei consiglieri comunali che non seppero fornire una spiegazione plausibile a ben oltre mille sedute di commissioni consiliari, dei quali nemmeno i verbali furono in grado di rendere pubblici.

Ora, gli eroici fustigatori del malcostume agrigentino attribuiscono all’iniziativa dell’allora semplice cittadino ed animatore culturale Beniamino Biondi la nascita di quel movimento. Movimento che in massima parte fu spontaneo e che presto però subì tentativi d’inquinamento, chiamiamoli così, di aree politicamente interessate quando non di aspiranti consiglieri comunali. Tentativi disinnescati dalle palesi appartenenze politiche o dalle ambizioni espresse pubblicamente.

Ma forse c’è dell’altro nella crociata contro Biondi. E cioè che il Beniamino agrigentino non sia beniamino di qualcuno che non rappresenti una parte politicamente o civicamente individuabile. Biondi è stato fortemente voluto da Firetto e nella compagine di governo della città è solo collocabile in quota al sindaco ed ai 300 agrigentini che lo hanno votato per il Consiglio comunale.  Questo potrebbe indurre i crociati a credere che si tratti, politicamente, del tallone d’Achille dell’Amministrazione Firetto. Per rendere meglio l’idea, una sorta di muru vasciu della Giunta municipale. E ciò che risulta altresì incomprensibile è che buona parte dei rappresentanti dell’armata Brancaleone giurgintana fa capo ad aree politiche rappresentate nella Giunta Firetto e che al netto successo elettorale del biondo sindaco hanno contribuito. Insomma, si tratta oltretutto di fuoco “amico”.

Ma si sa, certi amici è megliu perdili ca attruvalli. E data l’inconsistenza delle argomentazioni dei paladini, impegnati in una crociata ormai giunta nei contenuti ben oltre il sottovuoto spinto, bene fa l’assessore Biondi a non degnarli di una sola parola o di uno sguardo. E continui a non curarsene Biondi, non disperda le sue energie in cose che con gli interessi del Comune di Agrigento nulla hanno a che vedere. Star dietro a miserabili e risibili contumelie, quello sì sarebbe uno spreco di tempo e di denaro; di tempo per l’assessore, di soldi per noi cittadini. Perché noi agrigentini per questo giustamente paghiamo Biondi: per amministrare. Quanto allo spreco di tempo e soldi per le attività di alcuni consiglieri, ce ne siamo già fatti una ragione.

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