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428185_3394474858325_1530356968_n In ricordo di Fabrizio Zicari

Perché non si cancellino mai i residui di colore che ci ha lasciato sulla tavolozza dei suoi acquarelli

di Vincenzo Campo - 16/05/2014

Non sono poeta d'amore, di sguardi, di nostalgia, di pace, non sono poeta di rima, di forma , di libri, di gare, di premi, non sono poeta di metrica, di storia, di rancore, soltanto non sono poeta . Vivo di poesia, questo si, con quel che resta di colore sulla tavolozza degli acquarelli.

Fabrizio Zicari

 
 
Ieri mattina, la mattina del 15 maggio di questo 2014, al risveglio ho trovato un messaggio di Lilly Iacono della sera prima, arrivato quando io ero già a letto. Diceva, laconico: “Siamo più soli, Fabrizio…”, e come è facile capire, la tragedia del breve messaggio stava nei punti di sospensione, nel non detto.
Fabrizio, tre punti, e basta. Incredibile. La notizia, in qualche modo attesa, mi appariva tuttavia ugualmente incredibile, inattuale, non pensata per oggi.
 
Avevo incontrato Fabrizio, di recente, un paio di volte, e la prima di queste confesso d’essermi trovato in imbarazzo perché sapevo della sua malattia e non sapevo se dirne, se parlarne o no. Rideva, scherzava, come sempre, e intercalava quel suo chiedere “come?” che gli serviva solo a prendere tempo quando aveva capito perfettamente. M’infastidiva un po’ quel suo “come?” che non gli serviva per sapere e tuttavia nel contempo mi stimolava un sorriso di simpatia per lui che non so se si manifestava sulle mie labbra o se mi restava dentro, nell’anima o nel cuore.
 
Mi tolse lui dall’imbarazzo e mi disse della sua malattia, in tono piano, e sorridendo, di tanto in tanto, come se parlasse di cosa di poco conto, coi suoi soliti “come?” alle mie richieste di chiarimenti. Prendeva in giro la malattia, mostrava di non voler farsi sovrastare da lei. In qualche modo mi aveva rassicurato e non m’aspettavo proprio che la situazione precipitasse così in fretta.
 
Era mattina presto, quando ho letto quel messaggio, e sono uscito, come faccio da un po’ di tempo, per una camminata per la campagna, qui nella Valle dei Templi, coi miei due cani, felici di farmi compagnia. Non ho acceso la radio, come faccio di solito per ascoltare le notizie dal mondo e poi la lettura dei giornali; volevo camminare solo da solo, coi miei pensieri, in un silenzio rotto soltanto dal verso fastidioso di qualche cornacchia o dall’abbaiare del mio bassottino quando insegue qualche coniglio.
 
Non potevo non pensare a Fabrizio, al suo gusto per il paradosso, alla sua allegria direi congenita, alla voglia che aveva di ridere e divertirsi, senza mai eccedere, con garbo ed eleganza. Pensavo ad una delle sue ultime provocazioni: quella di spostare la Cattedrale in un altrove che non ne mettesse a rischio la stabilità, ben consapevole dell’impossibilità della cosa e divertito per avere scandalizzato un uditorio seriosamente preoccupato. Ma soprattutto pensavo al fatto che era andato via, e per sempre, uno dei protagonisti di un grande sogno che fu collettivo e generazionale, ma che fu soprattutto nostro, di quello sparuto gruppo, qui ad Agrigento, che pensava che fosse possibile cambiare radicalmente il mondo.
 
Era andato via, e per sempre, uno di quelli, pochi, rimasti a pensare che fosse ancora e veramente possibile cambiare il mondo; che fosse possibile avere rapporti franchi e autentici con le persone, che fosse possibile, in qualche modo, praticare l’utopia.
 
Mi sono seduto su un masso, con Leon, il mio grosso corso, che mi si è fermato accanto, seduto anche lui, quasi consapevole della gravità del momento che stavo vivendo. Ho trattenuto un groppo che avevo alla gola e ho continuato a pensare all’amico che se n’era andato, sorridendo al solito suo, quasi che il suo andarsene fesse uno dei suoi paradossi, o delle sue boutade, delle sue provocazioni. Ma era vero che se n’era andato e ancora più vero che non sarebbe più tornato. Questa volta non era una boutade; forse un paradosso, ma non una boutade.. 
 
Se n’è andato, ma, sono certo, non lo dimenticherò mai, perché la sua mancanza è una vera perdita per tutta la città; la perdita, per dirla con le sue parole, di quel non poeta che viveva di poesia con quel poco colore che rimane sulla tavolozza degli acquarelli dopo che si è finito di dipingere. 
 

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