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Abortire ad Agrigento Una corsa contro il tempo

In ospedale il servizio è garantito ma alcuni ostacoli spingono anche al ricorso all'aborto clandestino

di Chiara Mirotta - 02/04/2014

Se abortire non è mai una scelta semplice, abortire ad Agrigento lo è ancora meno. E' quanto si evince indagando le difficoltà che una donna incontra decidendo di interrompere volontariamente una gravidanza nella città capoluogo esercitando il diritto sancito dalla legge 194. Quel che emerge è che qui, per una donna, il rischio di dover continuare una gravidanza indesiderata è sempre elevatissimo. E nonostante la legge, la naturale conseguenza è che l’aborto clandestino pare sia ritornato a prendere piede, mettendo in serio pericolo la vita di tante donne. Un fenomeno di ritorno, o forse un fenomeno che non si è mai riusciti ad eliminare, rimasto sotterraneo, nascosto perchè illegale, che in alcune zone d'Italia, ed Agrigento è certamente tra queste, non è stato mai debellato nemmeno dalla legge che, legalizzando nel 1978 il diritto all'interruzione di gravidanza, stabilendone le modalità, cercò di abbattere un’ipocrisia sociale.

Una legge, la 194, che permette alla donna di interrompere la sua gravidanza entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi socio-psicologici, di salute, familiari o anche di tipo economico. Ma ad Agrigento e provincia vige una situazione che, in base ai dati raccolti, potremmo definire non propriamente limpida, né di facile lettura. Da una parte c’è chi sostiene che il servizio qui è garantito, che la legge venga rispettata, e il contesto lo conferma. Ma c’è chi, tra gli addetti ai lavori, definisce il medesimo servizio assolutamente inadeguato ed inefficiente.

Ma qual è la verità? Una donna che liberamente sceglie di interrompere la gravidanza, percorso psicologico comunque difficile da gestire, può facilmente ricorrere all’Igv? Analizzando i dati pare proprio di no.

Il numero delle richieste, con tanto di certificazione che autorizza l’intervento chirurgico (isterosuzione o raschiamento) che giungono dai consultori familiari, senza contare quelle che provengono da medici di famiglia o da ginecologi privati, si scontra con il numero degli interventi registrati presso il presidio ospedaliero di Agrigento. I conti non tornano.

Dal primo gennaio a fine marzo 2014, le interruzioni di gravidanza registrate sono state 31; 65 in totale nel 2013, 105 complessivamente nel 2012. Le richieste possono pervenire da tutti i consultori del territorio, e come già detto, da medici curanti e altri ginecologi, e questo è un aspetto determinante se consideriamo i soli numeri del consultorio familiare di Agrigento.

Lo scorso anno 55 richieste sono pervenute al consultorio del capoluogo. Effettuando un calcolo e considerando la possibilità che, per esempio, 10 donne abbiano deciso di non andare “fino in fondo”, si deduce che non tutte le gestanti hanno potuto interrompere la loro gravidanza per problemi di tempistica.

Sì, è proprio il fattore tempo il principale problema. Una donna che non riesce a prendere una decisione entro un lasso ti tempo che coincida con quello del servizio dell’ospedale è costretta a percorrere inevitabilmente altre strade. C’è poi chi, come ci confermano diversi operatori sanitari, non si accorge di essere incinta nei primi 90 giorni e si ritrova a far ricorso all'aborto clandestino.

La legge viene rispettata – dice il direttore di presidio del San Giovanni di Dio, il dott. Antonello Seminerio -. Non è facile o difficile: l’aborto si può praticare. Non so perché si dica che abortire ad Agrigento sia difficile”.

Sulla stessa linea il primario del reparto di ginecologia, e obiettore di coscienza, il dott. Salvatore Bennici. “Si riesce a soddisfare tutte le richieste? Ritengo di sì – risponde - anche perché il numero degli interventi non è elevato”.

Ma da altre fonti, da chi lavora nel campo da oltre vent'anni, la visione delle cose sembra essere nettamente differente. “Nonostante la legge venga rispettata – dicono d'istinto i nostri interlocutori anche prima di aver chiesto di mantenere riservati i loro nomi - possiamo confermare che il servizio offerto è carente. Conosciamo il nostro territorio e il bisogno si scontra con la risorsa, ovvero il bisogno di chi deve praticare l’ivg si scontra con i servizi dell’ospedale che sono insufficienti. Una o due volte alla settimana è davvero poco”.

E ancora: “E' un servizio inadeguato, sarebbe invece necessario garantire una giusta tutela. Alla fine quella penalizzata è la donna, quindi quella che si garantisce qui non si può definire una vera tutela”.

Circostanze queste che spiegano il perché l’aborto clandestino sia dalle nostre parti un fenomeno non solo difficile da estirpare ma anche da constatare ufficialmente.

All’ospedale “San Giovanni di Dio”, come conferma il dott. Seminerio, i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza e per rispettare la legge è sempre stata avviata una convenzione esterna: un’équipe che settimanalmente garantisce le prestazioni connesse all’Ivg. Attualmente opera il dott. Ignazio Lauro, un ginecologo dell’ospedale di Sciacca, che con un anestesista, il dott. Giuseppe Settecasi, assicura colloqui, ecografie, controlli e interventi chirurgici.

L’equipe si reca all’ospedale “San Giovanni di Dio” il mercoledì e il sabato: il primo giorno si trattano gli esami di routine, come per esempio l’elettrocardiogramma o gli esami del sangue; dopo essersi accordati con la paziente, si conferma l’intervento per il sabato. Naturalmente, come ha asserito il primario del reparto di ginecologia, se si verifica una situazione urgente, si agevola la donna mettendola in contatto con il presidio ospedaliero di Sciacca. Ma se una gestante, per diversi motivi, non riesce ad ottenere la certificazione in tempo potrebbe rischiare di continuare la sua gravidanza indesiderata, salvo decidere di recarsi in qualche altra realtà ospedaliera.

Ma questo è un altro problema, perché se la donna decidesse di far riferimento, per esempio, all’Asp di Palermo, la precedenza verrebbe data ai cittadini residenti. Si tratta dunque di una condizione poco rassicurante. Una vera corsa contro il tempo.

Tra l’altro al “San Giovanni di Dio” manca la figura di uno psicologo che segua la paziente, o meglio, come specifica il dott. Bennici, tale figura rientra nell’unità operativa “E possiamo interpellarla – spiega il primario - quando si verifica una morte intrauterina, se c’è una poliabortività o situazioni particolari. Quando una donna vuole abortire volontariamente lo psicologo non viene chiamato in causa perché si tratta di una scelta volontaria. Per quando riguarda la certificazione dello psicologo o dello psichiatra ci si rifà alla legge degli aborti dopo la dodicesima settimana (fino a quella data non sono previste queste figure). In provincia di Agrigento viene applicata la legge fino alla fine dei 90 giorni. Dopo questa data, come cita l’articolo 6 della legge 194/78, quando si rischiano malattie, malformazioni o vi è un pericolo di vita per la donna, si fa riferimento ai centri di Palermo, Catania o Messina dove c’è una specifica osservazione, un ricovero e un’équipe”.

 

 

L'inchiesta si compone di altri due articoli:

 

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