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aborto
Aborto Le tappe di una scelta che è sempre motivo di sofferenza

Dal primo contatto con l’assistente sociale alle problematiche post intervento

di Chiara Mirotta - 03/04/2014

Il punto di riferimento principale per interrompere una gravidanza è il consultorio familiare; il canale privilegiato fornito da tutte quelle figure che aiutano la donna matura o la minorenne a gestire la situazione dal punto di vista psicologico e sociale, comunicano quali sono i diritti di cui gode, forniscono informazioni, assistenza e un supporto generale (quando il caso lo richiede, si cerca un aiuto economico attraverso fondi di associazioni o istituzioni, ma questo aspetto, oggi, è anch’esso controverso).

Se una gestante si reca al consultorio il percorso è il seguente: il primo contatto è quello con l’assistente sociale finalizzato ad attingere informazioni e ottenere delle prime risposte per capire se i motivi sono legati all’ambito socio- economico o psicologico. Poi si passa alla figura del ginecologo o dell’ostetrica che esegue la datazione della gravidanza per una prima valutazione. Altro passaggio è l’intervento dello psicologo che mira alla rimozione delle cause e si aiuta la donna in una presa di consapevolezza emotiva per capire cosa desidera davvero e quali sono le sue problematiche. Si cerca anche di renderla consapevole delle conseguenze dell'aborto, perché si tratta eventualmente di un vero e proprio lutto.
 

È fondamentale la scelta libera della donna nella sua piena consapevolezza: la scelta è motivo di grande sofferenza. Se dopo l’intero processo persiste la volontà di abortire si procede con il rilascio del certificato ed è invitata a soprassedere per 7 giorni. Dopo questa obbligata pausa, dalla data di rilascio del certificato, si passa all’eventuale intervento.

Nel corso del tempo sono cambiate le motivazioni che spingono ad abortire e cambia la fascia di età. Le minorenni solo poche, molte invece le più grandi, quelle che vivono la “giusta” età per procreare. I principali motivi che muovono a procedere all’Ivg si sono spostati dall’ambito propriamente psicologico a quello economico. Molte donne con una famiglia ben formata e con due figli decidono di abortire perché economicamente non possono permetterselo. Ma l’aspetto economico non dovrebbe essere una giusta motivazione.

Ad Agrigento, per esempio, anni fa il consultorio riusciva a mettere in moto una serie di interventi, come gli aiuti che provenivano dalle associazioni e dalle istituzioni. In passato, come confermato da un’assistente sociale, il Cav con il progetto Gemma aiutava le gestanti con difficoltà economiche, invece adesso si procede con una graduatoria e non tutte possono godere di queste agevolazioni. “Donne con difficoltà puramente economiche vogliono essere aiutate e se avessero delle risorse terrebbero il loro bambino - continua l’assistente sociale -. Inoltre quando si tratta di immigrati, il loro problema è a chi lasciare il neonato perché manca una politica a favore della famiglia. Si è privi di un vero sostegno”.

I casi sono molti e differenti, adolescenti che invece di giocare con le bambole si ritrovano a gestire una situazione drammatica. Alcune scelgono di dare in adozione il bambino, per il periodo della gravidanza vivono tra le mura di qualche comunità che tutelano le ragazze madri aspettando il giorno del parto per poi ritornare nella propria città. Sono pochi questi casi, ma esistono. Mentre le donne mature con problemi economici vivono anch’esse una grande tragedia. Coppie che si separano per il trauma subito, donne che lasciano il marito “fannullone” perché non in grado di mantenere la famiglia. Insomma le conseguenze di un’interruzione di gravidanza sono davvero molteplici.

La psicologa Florinda Bruccoleri dice: “Esiste purtroppo la convinzione (errata) che poiché la richiesta di aborto è appunto volontaria allora la donna non debba soffrire o comunque non si porti dietro conseguenze psicologiche particolarmente devastanti. Letteralmente la parola aborto significa ‘morto’, ‘perduto’ ed è proprio per questo motivo possiamo facilmente pensare al lutto, un processo psicologico molto complesso e delicato. Ciò che è comune a quasi tutte le donne che richiedono o si sottopongono ad una Ivg è il fatto che la loro sofferenza rimane spesso inespressa, quasi come se queste donne non fossero degne e libere di soffrire perché colpevoli di scegliere volontariamente il loro destino. Pertanto credo che qualsiasi tipo di perdita che sia volontaria o involontaria, prevista o inattesa, segni il vissuto di ogni persona e in questo caso specifico l’aborto condiziona parecchio il benessere sia fisico che psichico della donna che lo pratica, sia a breve che a lungo termine. Nonostante viviamo ormai in una realtà dove le donne sono abbastanza attive sessualmente, emancipate e indipendenti credo che sia abbastanza presente ancora una disinformazione sulla contraccezione”.

E dai consultori, dai medici e dall’ospedale la sola voce univoca è quella di potenziare le iniziative legate alla prevenzione e limitare così i danni che la perdita volontaria o meno di bambino può arrecare.

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