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Mafia Riorganizzazione faticosa per le cosche

Lo sottolineano i servizi segreti e la Dia nelle tradizionali relazioni

di Gerlando Cardinale - 23/04/2013

Agrigento al centro degli intrighi di mafia. Per la sua posizione geografica, ma non solo. Lo sottolineano i servizi segreti e la Dia nelle tradizionali relazioni. Sia gli 007 che il gruppo interforze specializzato nella lotta al crimine organizzato evidenziano un ruolo di primo piano nel panorama regionale di Cosa Nostra.

 

 Le famiglie palermitane si vogliono riorganizzare dopo le decine di arresti e condanne, quelle trapanesi sono forti e compatte attorno all’ultimo superlatitante di Cosa Nostra, l’imprendibile (per ora) Matteo Messina Denaro di Castelvetrano. In mezzo, fra le due province, c’è Agrigento che ha sempre avuto un ruolo di “raccordo” che di recente ha rafforzato.

 

Una circostanza che non è sfuggita ai servizi segreti, da anni particolarmente presenti sul territorio. Sono stati loro a contribuire in maniera decisiva all’arresto degli ultimi due capi di Cosa Nostra agrigentina. Per arrestare Giuseppe Falsone, che era andato a vivere a Marsiglia sotto falso nome, hanno dovuto faticare non poco perchéil boss si era fatto la plastica facciale e intervenire in un territorio straniero èsempre piùcomplicato sul piano operativo. È stato più semplice a Favara, dove gli 007 sono presenti con discrezione ma in maniera molto capillare. Ed è stato grazie a loro e alla capacità di indagare in maniera diversa da quella tradizionale che a Favara, il 23 ottobre del 2010, è stato scovato Gerlandino Messina, l’ultimo boss che era rimasto nella lista dei superlatitanti della provincia di Agrigento. L’informazione riservata è stata trasmessa ai carabinieri al quale era stato detto di seguire un giovane (l’ex calciatore ventenne Calogero Bellavia) che si muoveva in maniera sospetta. Era il classico vivandiere, ingaggiato per portare i pasti al boss latitante. Le “teste di cuoio”dell’Arma hanno fatto irruzione nella palazzina abusiva e disabitata di via Stati Uniti quando hanno visto allontanare a mani vuote il ragazzo che, poco prima, era entrato con una busta contenente il pasto del pranzo.

 

La posizione strategica delle famiglie di Cosa Nostra è ricostruita nella relazione che i servizi segreti consegnano annualmente al Parlamento. Gli arresti di Falsone e Messina avevano costretto la mafia agrigentina a riorganizzarsi e darsi una nuova struttura. Il 26 giugno dell’anno scorso la squadra mobile e la Direzione distrettuale antimafia hanno “rovinato” tutto arrestando cinquantaquattro persone: erano loro, secondo gli inquirenti, i nuovi componenti delle famiglie mafiose. Per la prima volta dopo tanti anni si stavano dando una struttura gerarchica: partendo dal capo provincia, fino ai capi delle singole famiglie e agli incarichi intermedi.

 

“Recenti importanti attività di polizia - scrivono i servizi segreti nella relazione consegnata alle due camere del Parlamento – hanno disarticolato i livelli apicali provinciali, responsabili dei collegamenti con le province trapanese e palermitana, costringendo le componenti locali ad avviare una fase di revisione strutturale”. La riorganizzazione riparte da capo dopo essere stata interrotta in una fase avanzatissima. C’era un capo provincia, che era il sambucese Leo Sutera, c’era un capo del nuovo mandamento che era il palmese Francesco Ribisi, c’erano i capi delle varie famiglie e non solo. Secondo gli inquirenti c’erano pure i vari componenti, i capi dei “gruppi operativi”e gli associati di secondo e terzo livello che facevano il lavoro “sporco”.

 

La mafia agrigentina è stata scandagliata anche dalla Direzione investigativa antimafia. Il gruppo interforze che combatte la criminalità organizzata ricostruisce la contrapposizione di sempre fra Cosa Nostra e Stidda e individua due date fondamentali del 2012: 26 gennaio e 26 giugno. La prima rappresenta il segnale che le famiglie ci sono ancora e sono pronte a sparare e uccidere rivali e uomini che non si allineano alle loro regole. La seconda è la risposta dello Stato: l’operazione Nuova Cupola che spedisce in carcere i componenti del mutato organigramma di Cosa Nostra agrigentina.

 

La Dia ricorda gli omicidi dei palmesi Giuseppe Condello e Vincenzo Priolo, trovati uccisi in un cavalcavia. Un duplice delitto che arriva a distanza di pochi mesi dall’omicidio di Calogero Burgio, freddato mentre rientrava a casa il 26 novembre precedente. Tre morti ammazzati che rievocano in maniera inequivocabile delle esecuzioni mafiose. Per qualche tempo si è temuta una nuova carneficina nel segno della guerra infinita fra Cosa Nostra e Stidda, ma così non è stato.

 

Restano però alcuni interrogativi. Nella relazione della Dia si parla apertamente di “rottura del patto di non belligeranza fra Cosa Nostra e Stidda”. L’accordo sarebbe andato bene a tutti. I mafiosi tradizionali si occupavano di appalti ed estorsioni. La Stidda, invece, si dedicava al mercato della droga. Della fazione rivale di Cosa Nostra avrebbe fatto parte Condello. Priolo, invece, sarebbe stato il suo autista. Il patto fra mafie è rotto. “Lo stato di cose – scrive la Dia nella sua relazione – è suscettibile di rivisitazione. L’omicidio sembra possa essere espressione del riacutizzarsi della contrapposizione fra Cosa Nostra e Stidda per il controllo del territorio”. Non viene, comunque, neppure escluso che possa trattarsi di un regolamento di conti nel settore dello spaccio di droga.

 

La Dia sottolinea poi l’importanza dell’operazione Nuova Cupola che ha interrotto “la ricostruzione delle nuove geometrie di Cosa Nostra”. La relazione, relativa al primo semestre del 2012, ricostruisce poi l’intreccio perverso fra mafia, economia e politica e ricorda lo scioglimento del Consiglio comunale di Racalmuto e i numerosi provvedimenti interdittivi della Prefettura nei confronti di ditte ritenute in odore di mafia. La Dia, specializzata negli ultimi anni in questo tipo di attività, ricorda come l’aggressione ai patrimoni dei mafiosi debba continuare a rappresentare uno dei punti di forza della lotta a Cosa Nostra. E poi, come sempre accade, dove circola denaro ci sono frizioni e contrasti. Ad Agrigento, Favara e Licata le intimidazioni ai danni di ditte che si occupano di rifiuti neanche si contano più. La matrice sembra chiara: “Nel settore delle estorsioni –viene sottolineato –si delinea una persistente e consolidata operatività di Cosa Nostra”.

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