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Lettera aperta di Franco Fasulo Per un Giardino di Zeus

In una lettera aperta, la proposta di uno dei più importanti artisti agrigentini del nostro tempo al direttore del Parco archeologico della Valle dei templi Giuseppe Parello

- 05/09/2017

Gentilissmo arch. Giuseppe Parello,

il mio percorso artistico, sin dall’inizio, è stato fortemente determinato dal patrimonio archeologico della Valle. La cultura classica che ha indelebilmente di-segnato il territorio agrigentino, edificando i magnifici templi e donato alla Filosofia il pensiero di Empedocle, è stata ragione di genesi, evoluzione e crescita della mia attività; scultorea in primis e pittorica in seguito.

Il mio vissuto familiare, inoltre, mi ha portato a eleggere il Campo dell’Olympieion a luogo museale; il telamone lì disteso, che mi fece conoscere mio padre, è lo stesso che “sgretola la sua pietra con pazienza di verme dell’aria”, successivamente svelatomi da Salvatore Quasimodo nella poesia “Tempio di Zeus ad Agrigento”; componimento divenuto inesauribile fonte di riflessione e alimento per la mia ricerca artistica.

Vivendo da anni al Nord (e forse proprio per questo) ho sentito il bisogno di rafforzare costantemente il legame affettivo con questo luogo che reputo altamente evocativo e rappresentativo di tutta la Valle, testimone secolare della storia agrigentina. Tutte le vicende storiche, geologiche e urbanistiche - dalla caduta di Akragas per mano dei cartaginesi del 408 a.C. al terremoto del 1401, fino alla costruzione del molo di Girgenti nel XVIII secolo - hanno modellato questo spazio nella sua attuale conformazione, frutto ultimo dei sofferti passaggi da tempio a “cava gigantum”e da cava, finalmente, a luogo deputato di memoria e di studio.

Architetto, come Lei sa, questo tempio si differenzia sostanzialmente dagli altri: per canoni architettonici, ma soprattutto perché questo è un tempio vivo. Seppur con la dovuta e necessaria tutela, oggi è ancora possibile transitare sulla sua area e scoprire che l’Olympieion ha una sua essenza biologica parimenti regale alla sua costituzione architettonica e lapidea. Folti carrubi svettano dal dedalo di blocchi di antica calcarenite; vellutati licheni azzurri variano cromaticamente e tattilmente la superficie dorata e scabra degli austeri massi. E come non apprezzare la vibrante palma nana, protetta dal possente capitello dorico sul cui corpo proietta la sua ombra, generata dall’ultimo sprazzo di luce crepuscolare. E le edere rampicanti, le verdi aloe, la profumata ginestra…

Il tempio che fu, la cava che è stata, oggi è albergo di rigogliose essenze vegetali, regno di acanti, di mandorli antichi e di cipressi volti al cielo, di argentei ulivi posti a guardia delle pietre d’oro e di tutte le creature che tra gli anfratti dei blocchi di arenaria trovano rifugio. Lucertole, saette primaverili, sono le ancelle smeraldine di una deità antica che ancora domina e presiede quelle rovine… Tutto ciò non è forse l’aspetto vitale del tempio? A buona ragione Quasimodo descrisse il telamone disteso “nel giardino di Zeus”…  “giuntura su giuntura, fra alberi eterni per un solo seme”.

Questo il punto. Per quanto sopra, Le propongo di dare corpo e sostanza alla lectio quasimodiana. Perché non pensare a un “Giardino di Zeus” nell’area dell’Olympieion? Un sistema botanico composto a cui affidare la riconnessione ideale dei frammentati enti architettonici superstiti del tempio; un impianto vegetale nuovo, che includa ovviamente le essenze arboree preesistenti e che fornisca, attraverso un sapiente e delicato intreccio tra le emergenze archeologiche e le piante, una riproposizione seppur ideale dell’Olympieion, fermo restando l’assoluto vincolo archeologico dell’area. Un giardino, in sostanza, che poeticamente, delicatamente, perimetri il tempio e ne offra nuova visione, nuova interezza.

L’architetto Pejrone, ad esempio, paesaggista di indubbia fama, progettista e curatore dei più bei parchi d’Italia, ha già in cura l'”orto di Eliogabalo”, tra le rovine dell'Anfiteatro Castrense, a testimonianza che il binomio archeologia-botanica nelle sue più varie accezioni è già una realtà consolidata in Italia, come del resto conferma il progetto “Diodoros – vino e archeologia” curato proprio dal Parco archeologico della Valle dei Templi.

Personalmente credo che una disciplinata messa a dimora di nuove piante, rapportate alla cultura e alla storia di questo sito unico e particolare, possa dar vita a uno dei più bei giardini del mondo; un giardino - quello di Zeus - che sia ulteriore arricchimento culturale per la nostra società ed evoluzione micro-paesaggistica del Parco della Valle, e che al contempo sia anche altro stadio dell’eterno divenire “altro” di queste pietre tanto travagliate dalla storia.

Sperando che quanto esposto possa apportare un valido e propositivo contributo verso il luogo dove risiede il mio cuore, lascio a Lei e al Parco tutte le ulteriori necessarie correzioni a questa mia. Con sincera stima,

Franco Fasulo

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