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Una strage senza morti Ecco com'è potuto accadere di Gaetano Gucciardo - 19/07/2016

“Pur nella terribile sciagura che ci ha colpito siamo grati al nostro taumaturgo San Calogero che la tragedia immensa è avvenuta di giorno e non di notte”. Così titolava il giornale La Scopa all’indomani della frana di Agrigento del 19 luglio 1966. Molti anni dopo, alcuni giornalisti che firmarono un’inchiesta televisiva, manipolarono le prime pagine dei giornali del tempo con titoli che parlavano di centinaia di morti ad Agrigento sotto le macerie. Morti non ce ne furono. Solo un asino, d’infarto. Fu un netturbino, il signor Farruggia, ad avvertire tempestivamente gli abitanti vedendo lesionarsi in verticale e a vista d’occhio un palazzo: “U terremoto, u terremoto!”. La moglie di Ciccio Farruggia racconta che sotto gli occhi del marito accadde che un uomo rientrò per recuperare la figlia dimenticata, nella concitazione e nel panico del momento, dentro casa (possiamo immaginare che ciascuno in famiglia abbia pensato che a prendere la bambina fosse l’altro) e ne uscì esattamente un secondo prima che il palazzo si ripiegasse su se stesso crollando per intero.

Questo avrebbe potuto essere la frana. Una ecatombe. Avrebbe potuto, da sola, fare più morti del terremoto di due anni dopo del Belice. Non sembri una esagerazione. Rimasero senza casa 7.541 persone, cioè il 15% della popolazione cittadina e moltissimi rimasero sfollati per anni. Ed è così comprensibile che l’attenzione dell’opinione pubblica, dei giornali, degli uomini politici, delle autorità religiose locali si concentrasse sulle conseguenze della frana, invocassero aiuti e lamentassero la “depressione” di Agrigento. Però, mentre Agrigento si leccava le ferite, l’opinione pubblica nazionale scopriva lo scempio edilizio ed urbanistico. E anzi qualcuno ha avanzato il sospetto che furono le grida di aiuto che provenivano dalla città dalle stesse autorità politiche locale a generare l’effetto imprevisto e per loro perverso di avviare una macchina investigativa che avrebbe fatto assurgere Agrigento a modello urbanistico di come una città non deve crescere.

I tratti e le caratteristiche essenziali di questa crescita sono presto detti. Nei vent’anni successivi al secondo dopoguerra, gli anni che precedono la frana e che sono il cuore della tumultuosa crescita urbana di Agrigento, la popolazione della città cresce di poco più del 20%, da poco più di 40.000 a poco meno di 50.000 abitanti. Ma le abitazioni aumentarono dell’80% (da 9.631 a 17.378). E quello che è sbalorditivo è che le abitazioni non occupate aumentarono del 449%.

E questo però potrebbe non significare nulla. Negli anni del boom economico anche gli strati medio-alti della popolazione cominciano a potersi permettere la seconda casa. Sono gli anni in cui comincia la colonizzazione di San Leone. Quello che questi dati ci dicono è che in quella crescita eslege non c’era solo una domanda impellente di abitazioni moderne, dentro quella spinta alla edificazione ci stavano anche esigenze di tesaurizzazione nel mattone che non erano strettamente dettate dalla necessità. Ma qui non è questo il punto. Il punto è che quella espansione urbana avviene nella violazione sistematica di un regolamento edilizio, già di suo abbastanza ambiguo, e dei vincoli panoramici che avrebbero dovuto tutelare la vista della Valle e dalla Valle.

Si potrebbero raccontare tante vicende significative, dallo smembramento della Villa Garibaldi, la più grande della città, alla quale gli agrigentini erano affezionatissimi, per farne area edificabile, alla casa del Vigile (cioè al palazzone semiabusivo realizzato dalla cooperativa dei vigili urbani [sic]), alle storie dei singoli palazzoni che ingombrano la vista e che fanno da skyline di Girgenti. Ma io trovo sempre più pregnante la storia del vincolo belvedere di via Porta di Mare.

La via Porta di Mare, oggi via Nenni, corre lungo il confine sud occidentale del centro urbano, e si affaccia sulla Valle dei Templi. Fu realizzata fra la fine degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta con un finanziamento della Cassa per il Mezzogiorno come via Panoramica. Non era neanche stata finita che già sorgevano palazzi a monte e subito dopo cominciò l’edificazione a valle. Una via panoramica sulla quale si costruiscono palazzi… dal lato del panorama! I palazzi si ergevano sulla scarpata sottostante e spiccavano in altezza ben oltre la via stessa occludendo la vista verso il mare e verso la Valle dei Templi. E così veniva violata la finalità per la quale la Cassa aveva stanziato il finanziamento e veniva violato un vincolo panoramico fissato nel 1957 con un Decreto Ministeriale che stabiliva che da una serie di punti panoramici (per l’esattezza sei) la vista verso la Valle non doveva essere disturbata da alcuna costruzione. Nel 1964 un articolo di Paolo Monelli su “La Stampa” denunciava lo scempio per cui una via panoramica era diventata un “budello infimo”.

A tutela del vincolo esisteva una Commissione provinciale per le bellezze paesaggistiche. In commissione, il sindaco Foti, che, all’atto dell’insediamento, aveva tuonato contro l’abusivismo e la crescita edilizia sregolata, si batté invece perché il vincolo panoramico, anzi, come si chiamava allora, “belvedere”, del ’57 che includeva la via Empedocle, la via che scorre lungo il lato meridionale del centro urbano e che, anch’essa, si affaccia sulla Valle dei Templi, e il suo prolungamento di via Porta di Mare, venisse ridotto. Fu così che le deliberazioni che sospendevano la costruzione dei quattro edifici a valle di via Porta di Mare, col parere della Commissione, vennero revocate.

La Commissione non era paga. Si batté perché venissero ridotti da sei a quattro i punti di vista belvedere, quelli che determinavano un divieto di edificazione a valle del centro storico, quello dalla chiesa di San Pietro all’estremità sud orientale del centro storico e quello dell’Addolorata all’estremità sud-occidentale. E così la commissione nel 1965 poté deliberare a favore della revoca del blocco dei lavori del palazzo Rizzo che ostruiva il belvedere proprio dalla piazzetta San Pietro e, qualche mese dopo, arrivò la sospirata revoca da parte dell’Assessorato regionale allo sviluppo economico con la motivazione che il palazzo costituiva “una nuova cornice alla Valle dei Templi”. Proprio così: “Una nuova cornice”.

Infine solo qualche numero per illustrare qual era la regola: uno dei palazzi più alti sorto in via Nenni - palazzo Vita (dal nome del costruttore) - avrebbe dovuto avere un’altezza massima, consentita dal regolamento, di 25 metri, quella autorizzata fu di 48, raggiunse i 53 metri. Palazzo Mirabile, sulla via Empedocle, poteva essere alto al massimo 17 metri, raggiunse i 48. Palazzo Saieva, sempre su via Empedocle, poteva arrivare a 19 metri, raggiunse i 43. Palazzo Castro e Saieva, ancora su via Empedocle, 21 metri consentiti, raggiunse i 49. Sono i palazzi che spiccano se si accede alla città da sud, se alla città si guarda dalla Valle dei Templi e se, dal centro storico, si guarda verso la Valle dei Templi. E poi tutti i palazzi della via Papa Luciani, della via Dante, della via Manzoni sono più alti di una misura che oscilla fra un terzo e un quarto dell’altezza massima consentita dal regolamento edilizio.

La domanda che ci poniamo oggi è: “Ma perché?”. Perché questa sistematica violazione del regolamento?

Come rilevava la commissione ministeriale Martuscelli – nominata dopo la frana per accertare le responsabilità dell’amministrazione comunale - l’opinione pubblica locale si era fatta l’idea che vincoli e regolamenti fossero mere realtà di carta.

Qualche anno prima della frana, a seguito di una serie di esposti di cittadini e su sollecitazione della stessa commissione antimafia, il presidente della regione siciliana, D’Angelo ordinò una ispezione al Vomune di Agrigento affidata al viceprefetto Di Paola e al maggiore dei carabinieri Barbagallo. La relazione è agli atti della commissione antimafia e dice con largo anticipo rispetto a quello che dirà la relazione Martuscelli dopo la frana le stesse cose.

Sentito dalla commissione antimafia, Di Paola spiegò che ad Agrigento “tutti quanti, sia appaltatori sia privati cittadini, sono sordi ad ogni disciplina. Ognuno ha costruito come ha voluto in dispregio della legge… Tutti hanno costruito, chi più chi meno, nell’inosservanza del regolamento”[1].

E, nella sua relazione, scriveva: “La prescrizione [dell’articolo 39 del regolamento edilizio] relativa all’altezza di mt. 25, sono state patentemente violate ed in molti casi in una forma grave ed irreparabile, venendo così a compromettere lo storico spettacoloso panorama sulla Valle dei Templi”[2].

Paolo Monelli su La Stampa del 1 maggio 1964 scriveva con una certa enfasi retorica: “Cala dall'acropoli e marcia minaccioso verso le favolose rovine un disordinato esercito dei più sgraziati edifici che frettolosi capomastri possono concepire, i soliti giganteschi canterani con i sovrapposti cassetti semiaperti; avanzano ancora in ordine sparso, ma ogni stagione ne accorrono altri a rinforzare la prima linea, saranno ben presto una barricata compatta. Scendono come calamitati verso i templi d'oro, come non potessero avere altra meta, fanno massa e groviglio”.

La cultura urbanistica locale del tempo era del tutto insensibile ai valori conservati nel centro storico. Si pensi soltanto che si parlava di realizzare un raddoppio della via Atenea a valle e a monte e queste proposte venivano da una delle menti più lucide della città nonché uno dei massimi studiosi di Pirandello. Se ne discusse in Consiglio ma, per quello che racconta La Loggia, il progetto fu fermato per l’ostilità del “solito vescovo” lo chiama La Loggia[3]. E cioè di Peruzzo. Al quale pare si debba l’aver fermato l’attacco al cielo del palazzo Vita che avrebbe dovuto essere ancora più alto se non fosse intervenuto il vescovo che assolutamente stabilì che nulla in città poteva raggiungere una quota più elevata della torre campanaria della Cattedrale.

I palazzi erano salutati come una modernizzazione positiva ed indiscutibile. Ancora negli anni Novanta, nelle sue memorie, Mario la Loggia scriveva che la quinta di palazzoni che si offre alla vista da sud “nulla aggiunse a quel che di orrendo (ed era tanto!) esisteva prima, sin dal più profondo medioevo, ma servì a schermare il cumulo delle vecchissime catapecchie della Ravanusella e di via Garibaldi, disposte a mo’ di alveare dirimpetto al mare”[4].

Dunque la cultura era insensibile ai valori della conservazione storica. Ma non poteva non esserci altro. La relazione Martuscelli punta l’indice contro la classe dirigente politica ed imprenditoriale e non sottrae alla reprimenda la magistratura. Non mancavano i regolamenti e non mancavano i vincoli a tutela: c’era un programma di fabbricazione, un regolamento edilizio e c’erano i vincoli del ‘39 e del ’57. Ma lo Stato era debole e dava luogo a una legalità debole: uno Stato, nelle sue diverse articolazioni, non solo incapace di fare rispettare le norme ma sostanzialmente del tutto prono agli interessi privati di speculatori e costruttori.

Scriveva La Scopa della stessa settimana della frana: “Rarissimamente avviene qui da noi che l'organo amministrativo (il Comune) provvede a mezzo dei suoi agenti ad elevare contravvenzioni annonarie, sanitaria o di maggiorazione prezzo. Nessuna o quasi denunzia si registra nelle preture della nostra provincia. L'organo giudiziario fa intero il suo dovere quando però ha il materiale cioè il contravventore, nulla può fare se gli manca la materia prima e tale materia prima deve essere obbligato ad offrirlo l'organo amministrativo. Il Comune come in tutta la provincia ama il quieto vivere e fa la politica dell'omertà per non dispiacere”. È una testimonianza significativa di quanto debole fosse la legalità. Se lo era nelle piccole cose figurarsi quando in ballo c’erano i milioni necessari per farsi una casa.

L’altra faccia della legalità debole è infatti l’illegalità diffusa, cioè la partecipazione cittadina alla crescita edilizia sregolata. I palazzi venivano costruiti da imprese senza capitali: la prassi era che l’appaltatore si faceva consegnare un immobile vecchio o un’area vuota dal proprietario in cambio della promessa di un certo numero di appartamenti che cominciava a costruire facendosi anticipare dai futuri proprietari una parte del capitale, i quali, a loro volta, se li facevano prestare dalle banche. A quel punto l’interesse alla edificazione non era più del solo appaltatore (o dei funzionari e dei politici eventualmente corrotti) ma dei futuri proprietari degli appartamenti nonché del proprietario dell’immobile abbattuto che aveva rinunciato alla propria casa in cambio di altre in via di costruzione e delle banche.

Scrive La Loggia che di quelle vicende non era solo un osservatore ma anche e soprattutto protagonista politico di primo piano: “Tutti senza distinzione di partito salirono e scesero le ampie scalinate del palazzo comunale al fine di ottenere per sé o per la propria moglie o per l‘amico o per il vecchio ‘compagno’, la possibilità di costruirsi una casa decorosa rispondente ai moderni dettami igienico-sanitari: e per tanti fu codesta la prima abitazione… fornita di bidet. Fu una vera follia che colse tutta intera la città, i politici, i politicanti i tecnici, gli ingegneri, gli architetti, i geometri, gli imprenditori, i piccoli costruttori, i mediatori, tutte le categorie economiche: non ci fu nessuno che si fosse adoperato perché la legge dello Stato fosse applicata e fosse rispettata….

Fu una speculazione di tutta la collettività”. Ma fu una “operazione fra poveri” aggiunge[5] e nella sua chiamata generale di correità non risparmia l’opposizione socialista che approvò il famigerato articolo 39 del regolamento edilizio[6] mentre Lauretta nella sua memoria della querela a Martuscelli sottolinea come in sede di dibattito per la redazione del Piano di fabbricazione dai comunisti venne la contestazione che, con le sue prescrizioni, “non si potrà più elevare[7].

A precisare qual era la dinamica sociale innescata dalla corsa al mattone, La Loggia spiega che "durante la costruzione veniva movimentata tutta la massa degli aspiranti proprietari degli appartamenti per fare pressione sull'amministrazione comunale perché sanasse le irregolarità; ma vi interveniva anche l'istituto di credito con il peso della sua autorità"[8]. Dunque era in funzione un meccanismo collusivo spontaneo e le voci contrarie non erano un coro, ma strilla isolate, come quella dell’avvocato Crapanzano che si vide edificare l’enorme palazzone di via Amendola davanti casa e non ci poté nulla o quelle di qualche consigliere come dice lo stesso Martuscelli che nella sua relazione segnalò gli interventi di tre consiglieri che si distinguevano dal coro unanime del fabbricare ad ogni costo. Ma erano voci isolate.

L’opinione comune e la classe dirigente politica ed economica non vedeva lo scempio che si stava consumando. Io trovo significative altre parole pronunciate da Martuscelli durante una intervista rilasciata a Livio Zanetti per L’Espresso: “Come [hanno potuto] degli uomini così miti, rendersi responsabili di certe cose. Il fatto è che loro non si consideravano responsabili: non avevano mai l’aria di discolparsi, come se tutto quel che è accaduto ad Agrigento per colpa loro fosse una cosa perfettamente naturale”[9]. E un altro degli ispettori spediti ad Agrigento, Raimondo Mignosi (quello che Mattarella mandò a condurre una ispezione al comune di Palermo che presumibilmente gli costò la vita e a Mignosi la carriera), un funzionario ligio e rigoroso, intervistato un po’ di anni fa mi disse: “L’impressione che mi feci fu quella di un esercizio del potere molto superficiale, molto paesano, molto provinciale. Non solo senza rispetto per le norme di legge della pubblica amministrazione, ma soprattutto senza il senso della pubblica amministrazione… Non era una esigenza di pubblico interesse che muoveva l’attività amministrativa… era un meccanismo abitualmente clientelare, riconosciutamente clientelare, di favore”[10].

Ho esordito evocando quel titolo de La Scopa su quello che avrebbe potuto essere la frana e grazie al cielo non fu. Ma la vicenda della espansione caotica e illegale di Agrigento ci dice qualcosa sulla modernizzazione meridionale che continua a essere valido. In fondo, come ha scritto Piero Bevilacqua, la questione meridionale è la questione di cosa avrebbe potuto essere il Mezzogiorno e non è stato e di cosa dovrebbe essere e non è.

Il rapporto fra economia, politica e società nel Mezzogiorno è regolato particolaristicamente: la politica non è capace di esercitare il governo in termini universalistici perché dalla società non promana una richiesta di regole ma di favori, aiuti, assistenza e l’economia piuttosto che orientarsi alla valorizzazione delle risorse locali sfrutta i canali politici per accedere alle risorse erogate e regolate dal centro politico che assecondano queste istanze, negoziando pure sulla applicazione delle norme (si pensi alle sanatorie e all’evasione fiscale) ottiene così il consenso necessario a riprodursi. Questa diagnosi è oggi meglio descritta dagli studiosi dello sviluppo di scuola neoistituzionalista che indicano nella persistenza di istituzioni economiche e politiche di tipo estrattivo, piuttosto che inclusivo, il ritardo di sviluppo di molti paesi e aree del mondo, compreso il nostro Mezzogiorno[11].

Non si ha sviluppo laddove i rendimenti privati non sono allineati a quelli collettivi, cioè quando accade che i guadagni che i privati traggono dalle proprie attività non generano di per sé utili collettivi (la competizione nel mercato ideale genera il migliore e più efficiente impiego dei fattori produttivi, e spunta prezzi più bassi per il consumatore). Nel Mezzogiorno la modernizzazione ha avuto un ulteriore risvolto peggiorativo: l’arricchimento privato si è generato non solo mentre contestualmente si aveva un impoverimento pubblico, ma grazie all’impoverimento pubblico, attraverso l’usurpazione dei beni pubblici. Ad Agrigento, per esempio la villa Garibaldi (bene pubblico) fu lottizzata e venduta a privati per farci appartamenti a condizione di favore perché i privati erano dipendenti pubblici. I palazzi che fanno da quinta alla città furono edificati sottraendole il panorama e i punti di vista belvedere e cioè dilapidando un enorme patrimonio panoramico da cui oggi la collettività potrebbe trarre enorme giovamento anche economico oltre che culturale ed estetico.

Le istituzioni economiche e politiche estrattive sono quelle che non aggiungono valore, sono quelle che non creano ricchezza ma la estraggono da quella disponibile nella società. Si potrebbe dire che l’edilizia non rientra in questo ambito perché crea qualcosa che prima non c’è: una abitazione. Ma se, nel crearla, riduce la dotazione di ricchezza di cui dispone la società, allora vi è estrazione. L’estrazione è una sorta di autofagia. O un gioco a somma zero: qualcuno si arricchisce, qualcun altro si impoverisce. Quella crescita ha impoverito quelli che persero le case e furono migliaia e sottrasse alle generazioni future parte significativa del patrimonio culturale, estetico e turistico della città.

La nostra ottica tende a concentrare l’attenzione sulle carenze locali. Da siciliani, come diceva Brancati, ci sentiamo sempre mancanti di qualcosa, di quel pezzo di terra che ci colleghi al continente. È una forma di pensiero ed è anche però un paradigma interpretativo. E allora possiamo concentrare l’attenzione sulla carenza della sensibilità estetica, di un livello culturale adeguato ad apprezzare il valore di una città che cresce in modo equilibrato e rispettoso dei propri valori storici. Oppure possiamo lamentare la carenza di senso civico, di inclinazione condivisa a rispettare le norme che una collettività si dà. A rispettarle e a pretendere che vengano rispettate. Questi però sono fattori di lungo periodo.

E allora piuttosto che il paradigma culturalista della mancanza può essere più utile fare ricorso a quello neoistituzionalista che sottolinea le responsabilità della classe dirigente politica, la quale ha preferito adagiarsi sulle occasioni di consenso offerte dalla disordinata crescita della disponibilità economica legata al boom degli anni Cinquanta e Sessanta piuttosto che darsi una linea politica e una identità legata a un programma di governo che antivedesse il futuro. Su questa scelta contribuì probabilmente la condizione dell’Italia del tempo nella quale agiva quello che Ronchey chiamo il fattore K, cioè l’impossibilità che la principale forza d’opposizione, essendo comunista, diventasse forza di governo. L’assenza di una alternativa è sempre fonte di clientelismo e di corruzione, se poi si combina a una società poco munita degli anticorpi del senso civico, l’innesco della spirale perversa è inevitabile. E lo stesso ruolo delle opposizioni finisce con l’impaludarsi in questa condizione in cui al governo si può andare solo compartecipando e non grazie a una competizione in cui viene promossa una proposta politica contro un’altra. È quello che Barca ha chiamato “compromesso senza riforme”.

Quello che accadde dopo non fu in sostanziale discontinuità con quello che c’era prima. Agrigento, col decreto Gui-Mancini, fu sostanzialmente espropriata del governo del proprio territorio. L’edificazione abusiva continuò ma lontano dal centro urbano, invase il villaggio Mosè, San Leone, Maddalusa. Non si edificarono più immondi palazzoni ma villette più o meno (a volte molto meno) eleganti pure in aree dove il divieto era assoluto e Agrigento continuò ad essere al centro dell’attenzione mediatica non per la Valle dei Templi ma per l’abusivismo edilizio. E qualcuno ancora sostiene che la colpa non era del naso storto ma dello specchio e cioè che si trattava di una montatura politico-giornalistica.

Tuttavia la frana ebbe un merito. Frenò l’assalto al cielo dei palazzinari locali. Si smise di edificare palazzoni alti oltre il ragionevole estetico ed urbanistico. Solo per dirne una: il palazzone dove sono cresciuto quando avvenne la frana era stato edificato fino al settimo piano. Le autorità fermarono i lavori di tutti i cantieri compreso questo e il palazzo fu terminato col numero di piani che aveva quando ci fu la frana. Senza la frana, il costruttore aveva in mente di arrivare al quattordicesimo piano. Oggi lo vedremmo tutti da tutti i punti di vista. E l’intasamento non sarebbe stato solo visivo ma anche fisico.

Insomma senza la frana le vie di Agrigento oggi sarebbe più infimi budelli di quanto già non siano e la Valle, invece di essere la risorsa dalla quale partire per riorientare l’economia cittadina, sarebbe stata invasa, magari pure fino alla collina, di informi “canterani coi cassetti semiaperti”.

 

 


[1]Dichiarazione del dottor Di Paola rese alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia nella seduta del 18 gennaio 1964

[2]R. Mignosi, Relazione sull’attività urbanistica ed edilizia del Comune di Agrigento, Assessorato regionale agli EE.LL., agosto- novembre 1966 in allegato alla relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia della VI legislatura, doc. XXIII, n. 2, vol. IV, tomo 11esimo, parte seconda, Roma, Tipografia del Senato, 1985, p. 330.

[3]M. La Loggia, Agrigento 1960-1970, Agrigento, Graphocolor, 2001, p. 90.

[4]Ivi, p. 208.

[5]Ivi, pp. 204-206.

[6]Ivi, p. 277.

[7]V. Lauretta V., Perché nel 1966 querelai Martuscelli, Agrigento, 1966, p. 10.

[8]M. La Loggia, Agrigento, cit., p. 206.

[9]Zanetti L., Parla l’accusatore. Intervista a Martuscelli, in L’Espresso, 23 ottobre 1966.

[10]Gucciardo, La legge e l’arbitrio, Soveria Mannelli (Cz), Rubbettino, 1999, p. 158.

[11]D. Acemoglu, J. Robinson, Perché le nazioni falliscono, Milano, Saggiatore, 2012, E. Felice, Perché il sud è rimasto indietro, Bologna, il Mulino, 2014.

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