Mercoledi 15 08 2018 - Aggiornato alle 18:24

il_giardino_della_kolymbetra_nella_valle_dei_templi_di_agrigento
Kolymbetra Storia di un sogno avverato

Presentato al Festival delle Letterature 2013 a Roma il racconto inedito che ricostruisce il recupero del meraviglioso giardino di agrumi nel cuore della Valle dei templi

di Giuseppe Lo Pilato* - 14/06/2013

Mi chiamo Giuseppe Lo Pilato, ho 55 anni, vivo ad Agrigento con mia moglie Franca e mio figlio Tony (14 anni). Sono un ambientalista e sono stato tra coloro che ad Agrigento si sono battuti contro l’abusivismo edilizio nel Parco della Valle dei Templi.

Mentre  mi scontravo duramente con quella parte della mia città che pensava di creare ricchezza trasformando la campagna intorno ai templi in una zona residenziale di “pregio”, una volta che il tentativo di abbattere i vincoli a protezione dell’area archeologica erano stati respinti,  mi sono reso conto che per la difesa della Valle dei Templi non bastava più il solo contrasto alle mire speculative dell’abusivismo edilizio, ma bisognava anche elaborare e costruire idee ed iniziative che servissero ad una sua tutela attiva.

E da questa nuova consapevolezza che a partire dal 1998 è iniziata una importante ed appassionante storia, che all’inizio sembrava un sogno impossibile  che invece poi si è realizzato.

Come ogni storia che si rispetti, c’è sempre un “prima”. E’ stato infatti nel 1987 che è accaduto qualcosa che mai avrei potuto sospettare potesse avere così grandi conseguenze, per il mio lavoro e per la mia vita.

Era l’anno in cui iniziava la mia attività di agronomo, ed ero al mio primo incarico professionale: dovevo relazionare sui danni inferti alle colture da una rovinosa gelata che colpì la Sicilia intera nel marzo di quell’anno. Dalla Confederazione Italiana Agricoltori, mi fu assegnato il compito di quantificare il danno a carico di  un’azienda agricola ubicata nella  Valle dei Templi di Agrigento.

Fu così che conobbi  un anziano contadino, il sig. Antonino Vella, “u zzì Ninu”, che conduceva in affitto diversi fondi agricoli  in varie contrade della Valle. Mi portò in giro a verificare i  suoi mandorleti e poi mi sorprese dicendomi: “e ora duttù lu portu o jardinu da kolymbetra” (adesso, dottore, la porto al giardino della Kolymbetra). Non sapevo cos’era la kolymbetra, conoscevo solo i templi dorici, più tardi scoprii che si trattava di una piccola valle, situata nel cuore dell’area monumentale della valle dei templi, tra il tempio dei Dioscuri ed il tempio  di Vulcano  dove nel 480 a.C. il tiranno Terone fece costruire dall’arch. Feace una straordinaria opera idraulica che riforniva l’intera città di Akragas. Scrive lo storico Diodoro Siculo:

“… una grande vasca… del perimetro di sette stadi… profonda venti braccia… dove sboccavano gli Acquedotti Feaci, vivaio di ricercata flora e abbondante fauna selvatica…”.

E non immaginavo neanche  che nella valle ci fossero dei giardini di agrumi, perché credevo che vi si coltivasse solo il mandorlo e l’olivo; scoprii dopo che già nel 1778, l’Abate di Saint Non, uno dei più prestigiosi viaggiatori del Grand Tour, era rimasto affascinato da... “Una piccola valle, che per la sua sorprendente fertilità, somiglia alla valle dell’Eden o ad un angolo della Terra promessa”.

Mi condusse, quindi, in questa  piccola valle da sempre nascosta ai miei occhi dove si coltivava un antichissimo agrumeto. Notai negli occhi di “u zzì Ninu” una luce che sapeva dell’orgoglio di essere un coltivatore di agrumi,  la coltura di maggiore pregio della Sicilia, un jardineri

Verificai i danni e mentre prendevo appunti mi disse una frase che non dimenticherò mai: “u sapi duttù, iu ccà un ci guadagnu cchiù nenti pirchì st’aranci sunnu antichi e hannu l’ossa e ora a ‘ggenti voli chiddri ca sunnu senza ossa, sapi, chiddri ca fannu a Ribera. Però, u sapi, iu nun ma sentu di abbannunalli pirchì avi quarant’anni ca sugnu ccà a ‘bbadarici e mi pari malu” ( sa, dottore, io qui non ci guadagno più niente perché questi frutti di arancio hanno i semi e adesso la gente preferisce quelli che ne sono privi come le arance prodotte a Ribera. Però io non me la sento di abbandonarli perché è da quarant’anni che mi occupo di questi alberi e non mi sembra giusto farlo).

Rimasi sorpreso e stupito da quelle parole. Lo sguardo di “u zzì Ninu” era insieme gioioso e disperato.  Andai via con la consapevolezza di avere ricevuto una straordinaria lezione di umanità e di civiltà.

Molti anni dopo, nel 1995, in preparazione della mia relazione al convegno sul paesaggio della Valle dei Templi organizzato dall’Università di Palermo, dovendo parlare proprio dei vari aspetti del paesaggio agrario storico tornai alla Kolymbetra per fare delle foto  con cui illustrare la bellezza e l’importanza di quei luoghi.

Trovai una drammatica scena di abbandono e distruzione.

Il terreno era incolto e completamente riconquistato dalla vegetazione spontanea, soprattutto estese macchie di rovi e praterie di cannuccia. Gli alberi erano abbandonati a se stessi: qualcuno era già secco, ma tutti erano affetti da un incredibile campionario di malattie degli agrumi che fino ad allora avevo conosciuto solo sui libri dove avevo studiato.

Percepii con grande dolore che davanti ai miei occhi c’era la fine di una storia durata secoli e che l’assenza delle cure colturali stava cancellando una antica bellezza. Fu per me un momento di grande tristezza!

Seppi poi che “u zzì Ninu” era andato in pensione e che nessuno si era sostituito a lui.

Pensai che tutto ciò era  terribilmente tragico. Nella mia città c’era una lotta furibonda tra chi voleva salvare le case abusive e chi, come me, difendeva la Valle dei Templi e, intanto, le cose che danno vero valore e significato a questi luoghi andavano perdendosi. Bisognava fare qualcosa, ma in quel momento fu solo un impegno preso con me stesso.

Poco tempo dopo, era il 199,  iniziai una lunga ricerca per trovare sostegno tra le istituzioni locali, ma tutti davano la stessa risposta: “non è di nostra competenza”, oppure “non ci sono soldi”.

Dietro quelle parole vedevo chiara l’incapacità dei mie interlocutori di capire il significato di questa iniziativa e il disinteresse profondo per i beni che danno valore storico e culturale alla Valle dei Templi di Agrigento. Molto più popolare, in quel periodo, mostrare “comprensione” per le povere case abusive che una legge “senza cuore” voleva abbattere.

Non mi diedi per vinto e mi misi in testa di fondare una associazione con cui chiedere in concessione la Kolymbetra per realizzare una raccolta fondi tra i cittadini, i turisti della Valle, le aziende private con cui finanziare il progetto per salvare l’antico agrumeto.

Alcuni miei amici del Politecnico di Milano mi fecero avere uno statuto e altri materiali di una associazione che in quella città aveva realizzato una iniziativa simile per il recupero di un giardino storico.

Ero pronto, ma, per fortuna, scoprii che esisteva il FAI!

Avvenne nel mese di ottobre 1998 leggendo il mensile per paesaggisti “Acer”, che pubblicò un articolo sul recupero del giardino storico di Villa Della Porta Bozzolo, a Varese. In una finestra a bordo pagina, vi si parlava anche del protagonista di tale iniziativa: il Fondo per l’Ambiente Italiano. Scoprii così che esisteva già un’associazione che raccoglieva fondi destinati al recupero dei beni culturali e pensai subito che era molto più serio rivolgersi a loro, perché una organizzazione con una storia consolidata e ben strutturata sicuramente poteva fare molto di più di una improvvisata associazione di provincia.

Inoltre, mi piaceva l’idea di coinvolgere gente estranea all’ambiente cittadino, che si era dimostrato tanto disinteressato, e in alcuni casi chiaramente ostile.

Con l’aiuto del prof. Giuseppe Barbera, dell’università di Palermo, contattai il Presidente regionale del FAI Sicilia, il dott. Vincenzo Calefati, e tramite lui ebbi un contatto con il dott. Marco Magnifico della direzione FAI di Milano.

A quel punto chiesi un appuntamento e volai a Milano con una cartella che conteneva una relazione e una ricca documentazione fotografica sullo stato dei luoghi.

A Milano, era il mese di aprile 1999,  incontrai il dott. Magnifico nella sede del FAI dove mi aveva condotto il mio carissimo amico il prof. Maurizio Boriani, docente del Politecnico. Ricevetti una disponibilità di massima e poco dopo più di un mese il dott. Magnifico, su mandato del consiglio d’amministrazione del FAI venne ad Agrigento per vedere la Kolymbetra e parlare con la Soprintendente dott.sa Graziella Fiorentini.

Nel frattempo, contattai il Presidente della Regione Siciliana, l’on. Angelo Capodicasa, per fortuna un agrigentino, che si disse disponibile a sostenere l’iniziativa e ad adoperarsi per fare concedere al FAI l’area della Kolymbetra.

Sottolineo che questo tipo di collaborazione era prevista in un articolo della allora proposta di legge che doveva istituire il Parco e che pertanto si trattava di una anticipazione della stessa, approvata poi nel dicembre del 2000.

Quando arrivò ad Agrigento il dott. Magnifico, per la prima volta  misi piede anch’io nella parte più interna del giardino che era diventata impenetrabile perché abbandonata da lungo tempo (inizi anni ’80).

Gli operai della Soprintendenza riaprirono con i decespugliatori un antico sentiero che inizia vicino al tempio dei Dioscuri (solo una persona ne ricordava ancora l’esistenza) che ci introdusse in un’area dominata dalla vegetazione selvatica in mezzo alla quale, stentati, sopravvivevano gli antichi alberi di agrumi.

Moltissimi erano già morti. Uno dei pochi ancora vegeti, aveva qualche raro frutto e uno di questi fu offerto al dott. Magnifico. Mentre lo assaporava, vedevo come lentamente andava cambiando l’espressione del suo volto e in quel momento pensai che quell’albero gli stesse trasmettendo il suo grido di dolore e gli stesse chiedendo a gran voce di essere aiutato a potere tornare a produrre i suoi frutti e la sua bellezza così come era stato al tempo in cui gli uomini se ne occupavano con la dovuta dedizione.

Dopo quella visita il FAI decise di intervenire e a conclusione di  una lunga discussione in Assessorato ai Beni Culturali, era la prima volta che un bene demaniale veniva affidato in Sicilia ad una Fondazione privata, il 10 ottobre 1999, a Palermo, a Palazzo d’Orleans, sede della Presidenza della Regione Siciliana, viene firmata la convenzione con la quale si assegnava l’area della Kolymbetra in comodato d’uso per 25 anni al FAI, che così assumeva il compito di raccogliere i fondi, realizzare il recupero del bene e infine aprirlo al pubblico per la fruizione turistica e culturale.

L’indomani, quando la notizia esplose ad Agrigento, tutti si chiedevano  com’era potuto accadere che dei milanesi fossero arrivati alla Valle dei Templi! Io rimasi nell’ombra volutamente perché allora la città era fortemente  condizionata dal movimento degli abusivi e temevo boicottaggi anche in sede istituzionale.

Si seppe che dietro tutto questo c’ero io solo nel mese di gennaio 2000, quando con una cerimonia ufficiale alla presenza del Presidente della Regione Capodicasa, dell’Assessore ai Beni Culturali Morello, della Soprintendente Fiorentini, della Presidente del FAI Giulia Maria Mozzoni Crespi, venne firmato l’atto di consegna della Kolymbetra al Fondo Ambiente Italiano.

Era fatta! Fino al 31 dicembre 2025 coloro i quali non amano la Valle dei Templi non avrebbero più potuto nuocere!!!

Viene quindi formato, e si attiva subito,  un comitato tecnico-scientifico diretto dal Prof. Barbera per il FAI e dalla Soprintendente Fiorentini, nel quale diverse professionalità danno vita ad una collaborazione multidisciplinare con cui si elabora il progetto di recupero del Giardino della Kolymbetra.

Sono all’opera archeologi, agronomi, forestali, architetti, geometri, zoologi, botanici, storici, ecc. Nel settembre del 2000 parte il cantiere, di cui ho assunto la direzione lavori. La prima parte dell’intervento consiste nella rimozione della vegetazione selvatica, dei rifiuti, delle piante morte.

Si riscopre così l’antico impianto del giardino: ritornano alla luce i terrazzamenti, le gebbie, i canali del sistema di irrigazione, le saje i cunnutti,  i vecchi sentieri percorsi per secoli dai giardinieri, tutta la serie di alberi da frutto che vi erano coltivati e che ancora vi sopravvivevano.

Si decise, a quel punto,  di mettere da parte la scienza agronomica contemporanea e di ricostruire la memoria di questo luogo e del suo antico sistema produttivo andando a cercare tutte le persone che ne avevano avuto conoscenza diretta: i vecchi proprietari, i vicini, i giardinieri che lo avevano coltivato. Grazie ai loro racconti è stato possibile interpretare in maniera esatta quanto avevamo ritrovato dopo avere rimosso la vegetazione infestante, e ci è stato così possibile ricostruire l’antico impianto del giardino quasi fedelmente. In un punto abbiamo ripiantato  un nespolo che tutti ricordavano per la sua imponenza e i suoi gustosissimi frutti; in un piccolo terrazzamento abbiamo ripiantato i meli siciliani, di cui non c’era più alcuna traccia; infine, abbiamo ripristinato il sistema di irrigazione tradizionale per scorrimento, che era stato in gran parte cancellato dal tempo.

Nel corso dell’esecuzione dei primi lavori del cantiere, successe un altro episodio di quelli che hanno segnato in maniera significativa questa mia storia. Raccontando a mio padre, Leonardo, l’andamento dei lavori mi resi conto che mi chiedeva notizie di questo o di quell’albero indicandomi il punto esatto dove doveva trovarsi. Rimasi colpito dalla cosa e gli chiesi come mai lui, che non era mai stato con me alla Kolymbetra, conoscesse così bene questi alberi che noi avevamo da poco riportato alla luce dopo averli liberati dal groviglio di rovi che li nascondevano. Appresi che da ragazzo, nei primi anni ’40, era stato al giardino ospite di sua zia materna che allora era la moglie del giardiniere!  Scoprire che ero tornato in un luogo della vita di mio padre mi commosse e mi sembrò una chiaro segno del destino. Da allora mio padre fu arruolato nella squadra e ci fu di grande aiuto nella ricostruzione della memoria materiale di questo luogo. Due cose in particolare furono importanti: il suo contributo alla ricostruzione dei muretti di sostegno dei terrazzamenti grazie alla sua conoscenza delle tecniche di muratura a secco; l’avere ritrovato un anziano giardiniere che si era occupato della coltivazione della zona più interna della Kolymbetra, il quale ci aiutò a riscoprire la gebbia più antica e gran parte del sistema di irrigazione tradizionale che erano completamente interrati.

Non dimenticherò mai che non riuscivo a capire il linguaggio arcaico di quest’uomo e che mio padre era costretto a fare da interprete tra di noi! Entrambi siciliani, ma di epoche tanto differenti!

Per sostenere il costo del recupero del giardino  il FAI avviò una sottoscrizione tra i propri iscritti e ricevette delle sponsorizzazioni da importanti aziende private. Fu confortante vedere come da tutta Italia arrivassero tante  adesioni a questa iniziativa. Sentivo che la definizione della Valle dei Templi quale Patrimonio dell’Umanità era una cosa viva e non una fredda dicitura istituzionale.

Il cantiere, dopo la fase di rimozione di tutti i segni del degrado, proseguì con la potatura  di riforma degli alberi sopravvissuti al lungo periodo di abbandono (in questo furono coinvolti gli anziani potatori di agrumi della Conca d’Oro di Palermo) e con la messa a dimora dei nuovi alberelli di arancio amaro che poi vennero innestati con le antiche varietà presenti nel giardino sì da ricostruire il vecchio agrumeto, dove solo l’arancio è presente con ben 12 antiche varietà non più coltivate, insieme ai limoni, ai mandarini, ai mandaranci, ai cedri, ai pompelmi, al bergamotto e al chinotto. Furono sistemate anche le strutture per la fruizione: la biglietteria, i sentieri, i ponticelli per attraversare l’alveo, le panchine per la sosta, un’area attrezzata per picnic.

Furono ripuliti dagli sterri e restaurati anche gli antichi ipogei ( gli Acquedotti Feaci) che fornivano acqua alla Kolymbetra che così, per la prima volta, divennero fruibili al pubblico.

Successivamente, nell’anno 2004, è stato realizzato un nuovo intervento  su tutto il sistema delle acque.  Furono consolidate le sponde  del torrente e risanati e  rinaturalizzati gli alvei. Furono poi ricostruiti i piccoli acquedotti dell’antico sistema di irrigazione e l’acqua riprese a circolare tra le piante come un tempo.

Il progetto di recupero del Giardino della Kolymbetra è da considerare a tutti gli effetti un grande e riuscito lavoro di recupero della memoria storica del lavoro contadino e delle tradizioni di quella società che oramai appartiene al nostro più recente passato. Conservare i segni di quel lavoro e di quegli uomini per offrirlo alla conoscenza delle giovani generazioni, e dei visitatori più curiosi e interessati, è il nostro impegno quotidiano e fa di questa iniziativa una importante operazione culturale. Possiamo dire che aiutiamo la terra del nostro giardino  a raccontare la sua importante storia.

A dodici anni dall’apertura i visitatori sono passati dai 7.400 del 2002, ai 30.000 attuali.  In totale, ad oggi, oltre 250.000 persone hanno provato questa esperienza e goduto della bellezza di questo paesaggio.

Per me è una grande soddisfazione ascoltare i visitatori che apprezzano tantissimo il nostro giardino; lo trovano ben curato e ricco di emozioni.

Penso sia molto importante che dopo avere percorso il giardino e vissuto questa esperienza, in tanti abbiano ribaltato la loro idea sulla nostra città. Tanti dicono”non pensavamo di trovare un posto così da queste parti”.

La mia speranza è che “questi parti” diventino tutte  quante un luogo dove si coltivi la cultura e la bellezza della nostra terra.

Spero anche che nella mia città tutti capiscano che la nostra prospettiva di vita e di lavoro sta nell’essere i privilegiati custodi di questa storia millenaria che è la Valle dei Templi e che nessuno, come purtroppo è accaduto in passato, la indichi mai più come “la piovra che impedisce lo sviluppo della città”! (era un Sindaco!!!).

Da parte mia, l’impegno per la conservazione attiva dei beni e dei valori custoditi nella Valle dei Templi continuerà ancora  per lungo tempo. Lo sento come un dovere di cittadinanza e come un senso profondo da dare alla mia vita.

Dal Gattopardo,  voi sapete bene qual è la grande colpa di un siciliano: volere cambiare le cose, pretendere di fare progredire questa terra. La mia fatica quotidiana è di resistere a questo avverso destino e coltivare la speranza che la Sicilia possa ritrovare l’orgoglio della propria storia e della sua immensa bellezza.

Il mio sogno di bellezza si è potuto realizzare grazie al FAI ed è proprio per questo motivo che vi invito a sostenere la nostra Fondazione. Vi potete iscrivere, fare una donazione, partecipare ai nostri eventi. Sappiate che le risorse che ciascuno di voi affiderà al FAI serviranno a tutelare, conservare e fare risplendere l’anima migliore della nostra Italia.

Vi aspetto tutti nella Valle dei Templi di Agrigento, avremo il piacere di offrirvi il prezioso frutto del nostro impegno e della nostra passione: la bellezza della nostra terra!

SCRIVI UN COMMENTO A QUESTO ARTICOLO

scrivi alla redazione