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Un frame di Catania-Akragas
Akragas In attesa della grazia

Nel derby col Catania i biancazzurri perdono ma ritrovano lo spirito di squadra. Sul fronte societario intanto si carpisce qualche novità dagli interventi di Nava in rete...

di Gaetano Gucciardo - 27/11/2017

All’Akragas il Catania fa bene. Abbiamo perso ma resistendo, giocando e mettendo un po’ di paura all’avversario. Il gap coi catanesi è troppo ampio per pretendere qualcosa di più. Di Napoli si è inventato un 4 4 2 inedito. Ha schierato sin dall’inizio Gjusi che, da esterno sinistro di centrocampo, non ha deluso la fiducia del mister innalzando il tasso tecnico e di pericolosità della squadra. Longo è stato spostato a esterno destro. I due si accentravano sistematicamente lasciando libero il corridoio esterno per le incursioni degli esterni bassi, soprattutto Sepe. E dai piedi di Longo e Gjusi sono partite le due maggiori insidie prodotte nella prima parte di gara.

La difesa è sembrata più attenta e concentrata, specie grazie a Danese. Ma le amnesie continuano. Su un fallo laterale del Catania si vede Vicente accorrere inseguendo un avversario ma capisce in anticipo cosa sta avvenendo e indica al compagno alle sue spalle (Gjusi) di accentrarsi, infatti quelli battono la rimessa servendo l’avversario che accorre esattamente laddove aveva previsto Vicente. Purtroppo Gjusi è in ritardo e gli avversari arrivano al tiro, che, per fortuna, finisce fuori e si vede Vicente girarsi e dire qualcosa a Gjusi che evidentemente deve ancora imparare. Ed è da quel lato, il sinistro, che vengono le folate più pericolose del Catania. Russo si fa saltare troppo spesso e gli altri non lo coprono abbastanza. È così che nasce il primo gol. Anche il secondo lo prendiamo dal lato sinistro solo che, dall’altro lato, c’è Mileto che, correndo verso la propria porta, tiene in gioco l’avversario.

I nostri hanno provato a metterla sul piano nervoso, indulgendo in qualche tentativo di rissa ma il gap col Catania si misura pure in queste cose. Immediatamente dopo che Vono affronta minacciosamente un avversario reo di averlo colpito mentre interveniva, dall’altra parte del campo Bogdan crolla a terra dopo un contatto - abbastanza indecifrabile con le immagini televisive - con Parigi. Non si vedono mani o pugni volare, né sembra ci siano calci, forse un calcetto. Ma non si vede. Fatto sta che l’arbitro espelle Parigi. E siamo solo alla mezz’ora. Una misura che, posto che Parigi abbia toccato l’avversario, è quantomeno eccessiva. E il sospetto è che una tale facilità di espulsione non può non avere a che fare con l’inferiority complex che il Massimino può suscitare negli arbitri. La partita, che già in partenza sembrava segnata, finirà col mettersi ancora di più sui binari di una resistenza biancazzurra fin che dura.

Mi pare che nella partita dell’Akragas e nella sua capacità di contrastare le incursioni avversarie e di ripartire sia stato decisivo il ruolo di Bramati. Per la prima volta vediamo Vicente e Bramati insieme dall’inizio. Ed è tutta un’altra storia. Bramati, col suo senso della posizione, intercetta una enorme quantità di palle, specie quelle messe in mezzo, basse, nel cuore dell’area e fa ripartire la manovra perché ha visione e tempi di gioco. E dunque sgrava Vicente di una parte delle responsabilità di contrasto e ripartenza. E quello che conforta di questa partita è, oltre a una nuova ed efficace formula tattica, lo spirito ritrovato. Abbiamo visto Salvemini perdere palla e farsi tutto il campo in corsa per recuperarla. Lo abbiamo visto sacrificarsi e giocare per due dopo l’espulsione di Parigi. Che è la nota stonata e deludente di questa squadra. È sempre più ripiegato su se stesso. Il giocatore che ammiravamo a inizio campionato è sparito.

Adesso si apre un’altra settimana di passione. Quella trascorsa ci ha deliziati con la comparsa di un personaggio che il mio amico Totò Bottone non esita a definire pirandelliano e invita ad accoglierlo, noi che di Pirandello siamo stati materia prima di invenzione narrativa. Anche a me è sembrato un personaggio pirandelliano. Lo è in quanto si presenta come quello che gli agrigentini vogliono che sia: il salvatore della patria. Lo è perché si protesta vittima di stigma. Lo è perché la verità è altra, è sempre altra. È talmente altra che alla fine non c’è mai. Tutte le volte egli si ripresenta come salvatore della patria (Pavia, Parma, Foligno, Siena, Arezzo), poi la patria non viene salvata. Ma c’è sempre un’altra patria - disperata - pronta a credere nel salvatore.

Avrei pensato che ad Agrigento i pirandelliani possano farlo solo gli agrigentini cioè solo gente cresciuta in un contesto culturale e sociale che, per chissà quali reconditi fattori, è aduso a girare la frittata fino al punto che non si sa più neanche se è una frittata. Invece no. Con gli agrigentini pure un pirandelliano di importazione, può fare il pirandelliano. Ci siamo bevuti Nuccilli, il novello Tararà (chi se lo ricorda?). Tanto ce lo siamo bevuti che l’altro potenziale acquirente, Roberto Nava, non si è potuto più tenere e ha ritenuto di intervenire pure lui in quel mare magno che è il web dove all’intelligenza delle cose troppo spesso si preferisce l’emotività o, peggio, la rabbia del momento.

Ora al netto di quanto di personalistico, folkloristico, esagerato si è letto, c’è una sostanza. Che si ricava dagli interventi di Nava in rete. Non promette mari e monti, non vuole l’intera società (che è una garanzia rispetto a eventuali propositi predatori), sta lavorando per convincere Giavarini a restare e, stando a quello che scrive, sembra in grado di farlo sulla base di una idea e di un progetto. Mercoledì si incontreranno. Noi rimaniamo in attesa della grazia. Confidando nella saggia tenacia e nell’equilibrio di Enzo Caponnetto. Ne usciremo da questa tresca della mala suerte.

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