Domenica 27 05 2018 - Aggiornato alle 17:47

giovani Akragas
Akragas Ce ne ricorderemo, di questi ragazzi

Sono entrati quattro ragazzini giurgintani e l’Akragas ha tirato fuori gli artigli. È vero, abbiamo perso, siamo retrocessi, pure ultimissimi, ma questi giovani hanno difeso con dignità il loro onore e quello della maglia

di Gaetano Gucciardo - 30/04/2018

Siamo sotto di tre gol e manca una manciata di minuti. Cosa c’è da salvare? Eppure Calogero corre, un tornado, un diavolo della Tasmania, vorrebbe essere tempesta. La palla finisce fuori e lui si precipita a perdifiato per recuperarla. Il portiere avversario che, lemme lemme, la stava prendendo se lo vede arrivare come una furia e quasi si spaventa. Poi il ragazzo mi dirà che gli ha detto: “Stai calmo”. Stai calmo un corno! - avrà detto, nella sua testa, questo altro piccolo gigante biancazzurro. Calogero Minacori. Qui non se ne può avere calma ‘ché veniamo da una terra sciagurata e dobbiamo prenderlo a morsi, il mondo.

E Giulio, Giorgio di cognome, magari avrà pure il petto che, per l’emozione, batte all’impazzata, eppure, palla al piede e testa alta, a destra, a sinistra, e il passaggio, in profondità, giusto. Preciso. Giulio me lo ricordo bambino. Come a sette anni: palla al piede e testa alta e il calcio pulito, senza sbavature. Anche Alessio me lo ricordo bambino. Un fascio di muscoli, energia mancina, Alessio Mannina. E occhio agli stati d’animo. Una volta, quando di anni ne aveva quindici, si infuriò col mister che, scientemente, l’aveva provocato. Entrò in campo che manco le furie rosse. Senza dire una parola, spaccò la partita. Come ieri.

Sono entrati quattro ragazzini giurgintani e l’Akragas ha tirato fuori gli artigli. In cinque minuti. Loro, quelli del Fondi, età media trent’anni; noi, ventitré, ma dei tre entrati negli ultimi minuti, l’età media non raggiunge i diciott’anni. E Salvatore che, piccolo com’è, svetta di testa nel cuore dell’area a sventare la minaccia e poi all’altro capo del campo, s’inserisce, impavido, a dettare il passaggio e praticamente soffia la palla a Scrugli, il capitano, entra in area saltando l’avversario, il quale non può far altro che atterrarlo e lui, Salvatore, mentre cade, riesce, lo stesso, a tirare (come a dire: “quando mi capiterà più?”). È rigore che Camarà si incarica – dopo una attesa interminabile - di sbagliare e avrebbe fatto meglio a farlo battere al ragazzo. Lui se l’è procurato e lui doveva batterlo: Salvatore Noto. Tanto se sbagliava, aveva tutte le attenuanti di questo mondo. Che invece non ha Camarà.

E Filippo che a diciott’anni è già veterano. E non solo perché ha giocato un po’ di più. No. È veterano perché gioca con la sicurezza di uno navigato. Ed ha talmente tanto talento che il mister se ne serve come di un jolly. Le volte scorse ha fatto il terzino (esterno di difesa, lo chiamano adesso), oggi parte mezz’ala, ma poi Pisani si fa male e allora Miccichè lo trasferisce al centro della difesa. E lui, mai una sbavatura. Anzi recupera e fa ripartire la manovra perché Filippo Caternicchia è giocatore di raccordo, di smistamento, ma se c’è da caricare il contrasto lo carica, se c’è da scansare l’avversario e crossare dal fondo, lo fa. Se c’è da imprimere accelerazione all’azione, capisce quando farlo. Talento nei piedi e nella testa.

E Ioio che pare Chiavaro, padre, un libero come esistevano una volta, col senso della posizione e con quello del tempo dell’intervento. Intercetta decine di palloni e fa ripartire l’azione. Come Saitta, il veneto di Palermo, sale e scende senza sosta, pure lui terzino, mezz’ala, esterno di centrocampo. E Canale che, sempre in panchina, non è mai entrato in campo. Oggi titolare e ci chiediamo perché solo oggi. E poi c’è Lo Monaco. Coi piedi, due volte. Consecutivamente. Da terra sui piedi dell’avversario. Questo è stato onesto a non buttarsi ma lui, il portiere, il biancazzurro di più lunga militanza, ha allungato due volte la gamba per intercettare il pallone e ha sventato un gol fatto. Per non dire di qualche altro intervento, pure in acrobazia.

È vero, abbiamo perso tre a zero ma lo sappiamo che l’Akragas non ha più la forza e la caratura per reggere il confronto con altre squadre, pure mal messe, della Serie C. C’era solo da salvare l’onore. Affrontare gli avversari in confronti veri. E questo, questi ragazzi, hanno fatto. Hanno difeso con dignità il loro onore e quello della maglia. E i giocatori, in una situazione che difficilmente poteva essere peggiore (in esilio, senza pubblico, con una dirigenza assente e allo sbando), i punti li hanno fatti e mentre li facevano, la società glieli faceva togliere. Hanno giocato pure contro la loro stessa dirigenza. Ecco perché adesso meritano di essere solo elogiati.

Abbiamo perso tre a zero, ma a fine gara eravamo tutti appagati. Questi ragazzi hanno celebrato la sacralità del calcio e della maglia che indossano. Abbiamo perso, siamo retrocessi, pure ultimissimi. Ma è certo che nulla, di tutto questo mesto tramonto, è dovuto a loro. Al loro impegno, al loro entusiasmo, alla loro passione. L’Akragas, quella nostra, quella che vive nella mente, nei cuori, nella memoria di chi la ama, se ne ricorderà.

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