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Akragas Il divertimento a fari spenti

Ci manca l’Esseneto. Ci manca quel suo rimbombare e l’eco che la città, inerpicata sulla collina di fronte, ci restituisce

di Gaetano Gucciardo - 09/10/2017

A tutti ci manca lo stare insieme, ci manca la frotta scarruffata e vociante che sentiamo nostra e di cui siamo parte. Ieri, al flashmob al buio sui gradoni della curva, è stata un’emozione. Esplodevano le urla e la città te le restituiva amplificate. C’è chi si appaga solo se l’Akragas la vede dal vivo, altri si adattano a decifrarla nei pixel di uno schermo, altri rinunciano proprio a sapere come la partita evolve. Ci adattiamo. Ma a una cosa non possiamo adattarci. Ci manca l’Esseneto. Ci manca quel suo rimbombare e l’eco che la città, inerpicata sulla collina di fronte, ci restituisce.

La rabbia si è rivolta alla società e all’amministrazione comunale. Niente nei confronti di una Lega che fissa requisiti di ammissione troppo aspri, che fanno lievitare i costi per una categoria che è già da tempo in grave sofferenza economica. Invece di alleggerire il carico, puntano a ridurre il numero di squadre, rendendo più esigua la base su cui poggiano le categorie superiori. E l’Akragas è finita nel tritacarne. La società tenta di sopravvivere in apnea in attesa che arrivi una qualche boccata di ossigeno pregando non si riveli gas nervino.

Nel frattempo, la squadra gioca benissimo. Contro il Bisceglie, ancora una volta il risultato ci penalizza. I ragazzi tentano sempre la giocata. Non gettano la palla. Da Vono a Salvemini passando pure per Russo. Palla a terra e innesco della manovra. Che non è mai fine a se stessa ma costante e rapida ricerca del varco. E se quelli si chiudono, torniamo indietro e ricominciamo. E se quelli ci chiudono, ripartiamo. Gli abbiamo fatto due gol così. Solo che dietro abbiamo un problema. Abbiamo concesso troppo campo al Bisceglie che arrivava alla nostra tre quarti quasi indisturbata. Troppo arretrati e centrocampo troppo schiacciato sulla linea dei difensori. Almeno così mi è sembrato. E subiamo gol. Troppi. Sarà un problema di organizzazione della fase difensiva ma forse è più un problema di uomini.

Sono andato a cercare in mezzo ai numeri e ho trovato un dato quasi esagerato. Con Danese in campo abbiamo subito complessivamente quattro gol nelle sei partite scarse che ha giocato. Un gol ogni 133 minuti. Senza di lui di gol ne abbiamo subiti sei in poco più di due partite. Un gol ogni 32 minuti. Se con Danese pigliamo un gol, senza di lui ne prendiamo quattro. Lo so, sembra incredibile, ma l’enormità del dato segnala comunque un problema serio di dipendenza da un giocatore. Danese è indispensabile a quest’Akragas.

Finalmente ha segnato Parigi e la contentezza è stata grande. Parigi mette tutti d’accordo: ci piace un sacco e aspettavamo il suo gol come una liberazione. Quando riuscirà a mettere dentro la metà delle occasioni che lui stesso si procura, brillerà come uno dei migliori della categoria. È giovane e può solo crescere. Pensaci Giacomino! Infine un episodio. Quando la pressione avversaria si era fatta presagio di gol e tutti, lì sugli spalti, imploravamo grazie e benedizioni, sentiamo Di Napoli che urla ai suoi. Uno si può aspettare imprecazioni, insulti, un urlaccio da caserma, un latrato o, se gira positivo, incoraggiamenti, persino elogi. E invece sentiamo nitido Di Napoli strillare: “Divertitevi!”. Divertitevi?! Come “divertitevi”?! Uno, incredulo, accanto a me: “Iddri s’hannu a divertiri e nautri cca stamu murennu!”.

Sì, proprio così, nel pieno del momento di maggiore sofferenza dei nostri, quando mancavano venti minuti alla fine e il vantaggio era sempre più a rischio perché quelli pressavano e i nostri non sembravano capirci granché, Di Napoli, che non è un fesso, né un matto, urla ai suoi di divertirsi. È la chiave psicologica di questa squadra. In fondo, pensiamoci un attimo. Cos’hanno da perdere? La stagione è nera, la società è ai minimi storici, sono costretti a giocare in esilio. Tutto quello che ottengono è tanto di guadagnato. La panchina dell’Akragas è una accademia e Di Napoli è il suo cattedratico.

 

La foto in alto è di Giuseppe Alletto

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