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Akragas La filosofia da abbracciare

Da mister Di Napoli, dopo la partita persa contro il Siracusa, niente lamentazioni, piagnistei, accuse, recriminazioni. Se la sarebbe potuta prendere col fato per quel gollonzo...

di Gaetano Gucciardo - 02/10/2017

Ho ammirato le dichiarazioni di Di Napoli dopo la partita persa contro il Siracusa (con un punteggio che penalizza oltremisura la prestazione dei nostri): niente lamentazioni, niente piagnistei, niente accuse, niente recriminazioni. Se la sarebbe potuta prendere col fato per quel gollonzo a due minuti dall’inizio, avrebbe potuto recriminare per il gol annullato (forse più con Longo che con l’arbitro), avrebbe potuto lamentarsi per avere giocato una casa casalinga a casa della squadra ospite. E invece niente. Di Napoli si è concentrato sulla partita dei suoi, sugli errori e su quello che bisogna correggere. Quella di indulgere in atteggiamenti accusatori e recriminatori è una abitudine spesso diffusa nelle nostrane classi dirigenti. Indugiare sugli impedimenti esterni non solo serve a trovare alibi ma quegli stessi alibi servono a deresponsabilizzarsi se i risultati non si ottengono. Di Napoli invece si concentra sui risultati da raggiungere e su come lavorare su se stessi e sui propri mezzi per raggiungerli.

Mi chiedo se questa filosofia non possa diventare quella dell’Akragas come società. La società parla poco, anzi quasi non parla. Non è di per sé un cattivo segno. Nelle ultime settimane sono cadute sulla testa dell’Akragas tegole di tutti i tipi, eppure non abbiamo sentito alzarsi lamentazioni, recriminazioni, attacchi verso l’esterno. Una società meno responsabile avrebbe potuto, populisticamente, prendersela con la Lega o col Comune per l’illuminazione contribuendo così a confondere le acque. Non lo ha fatto ed è un merito. Avrebbe però potuto dichiarare che si sta lavorando per superare le situazioni avverse e per dare un futuro alla società. Non è stato fatto neanche questo. E non si deve credere che si sarebbe trattato di una mera operazioni di facciata. Perché, in realtà, trapelano notizie che mostrano che qualcosa la società fa per non soccombere agli eventi contrari.

Io credo che questo difetto di comunicazione debba farsi risalire a un difetto di fiducia e motivazione nell’unico progetto possibile per una società calcistica di una realtà provinciale come Agrigento. Abbiamo continuato a confidare e continuiamo a farlo nell’arrivo di un facoltoso mecenate che ci metta i soldi, infischiandosene di perderli, per il solo gusto del pallone. Ma, in assenza di un mecenate locale e animato da genuino tifo biancazzurro, affidarsi a un finanziatore esterno presenta numerosi e inaggirabili pericoli: che a un certo punto il magnate si scocci e molli la squadra in un mare procelloso senza speranza di approdo a un porto sicuro, oppure che realizzi i suoi obiettivi strumentali (che potrebbero pure essere illeciti) e, di nuovo, molli baracca e burattini sancendo la fine della società.

Perché invece non pensare che una società di calcio a livello professionistico può risultare una intrapresa economicamente sostenibile? Gravina quest’estate aveva indicato l’Akragas come una delle società più virtuose del panorama della terza serie. Un modello di equilibrio finanziario attraverso la valorizzazione dei giovani. La Serie C non deve scimmiottare le categorie superiori in cui si spendono fior di quattrini per accaparrarsi le prestazioni dei migliori talenti sparsi per il mondo. La Serie C deve servire come bacino e gavetta per la crescita dei giovani.

Ed è esattamente questo quello che l’Akragas nella stagione 2016-17 ha fatto. E la rosa di quest’anno è stata allestita, da Nigrelli e Di Napoli, con un investimento limitatissimo e il monte stipendi è anch’esso estremamente contenuto. Perché non pensare che le uscite, così contenute, non possano essere compensate dalle entrate?

Si dirà che proprio quest’anno le voci di spesa rischiano di andare fuori controllo fra debiti pregressi, pendenze con ex giocatori, campo inagibile e obbligo di giocare le partite in casa a duecento chilometri di distanza. Tutto vero, ma i bilanci non devono andare in pareggio mese dopo mese, non devono essere in pareggio nell’arco di una stagione. Possono andare in pareggio negli anni. Perché azzecchi le valorizzazioni giuste, trovi un atleta giovanotto che vale molto e sul quale si può innescare un’asta, puoi far crescere i giovani del vivaio, puoi fidelizzare il pubblico e aumentare gli introiti, puoi, proiettando una immagine (e una sostanza) di stabilità, attirare sponsor oltre le mura circoscritte della cerchia urbana.

È vero. Può invece accadere l’imponderabile, puoi fallire un'annata e retrocedere, non riuscire affatto a far quadrare i conti. Non è né facile né probabile. Ma è possibile, credo. Se dobbiamo provare a tirare a campare, proviamoci dandoci una filosofia. 

 

La foto in alto è di Giuseppe Greco

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