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Akragas
Akragas Il futuro è dei visionari

Se l’Akragas avrà un futuro, non sarà certo per i numerosi, numerosissimi cantori della fine, quelli che tirano la volata al decesso, quelli con la battuta cinica sempre pronta...

di Gaetano Gucciardo - 29/01/2018

Nenti ci fa, a bonu a bbon’è, lassa perdiri. C’è, in queste frasi, tutta una filosofia di vita. C’è l’equazione fondamentale della felicità descritta da William James: se vuoi esser contento e non puoi cambiare la realtà, abbassa le tue aspettative. Se non ti aspetti nulla, non ti esponi alla delusione. Se invece coltivi speranze ed aspettative ti esponi al rischio della delusione, al rischio del fallimento e dunque alla scontentezza e alla infelicità. Noi meridionali ne sappiamo qualcosa e non è un caso che il dialetto siciliano offra numerose frasi per descrivere questa filosofia della rinuncia e della rassegnazione. È una filosofia che ha i suoi quarti di nobiltà, non crediate. Solo che bisognerebbe essere pienamente conseguenti, fare come Diogene e vivere in una botte.
 
Ora, prendete il vostro smartphone e picchiate le nocche sullo schermo. Sentite un suono secco di cosa resistente, molto resistente. È un vetro particolare che ha subito un particolare processo chimico che lo ha reso resistentissimo. Lo si faceva già negli anni Sessanta ma non avendo mercato, l’azienda che lo aveva inventato cessò di produrlo. Finché il suo amministratore non si imbatté in Steve Jobs e nella sua inclinazione a distorcere la realtà. A Jobs serviva un vetro resistentissimo per gli schermi dell’invenzione più straordinaria degli ultimi anni, l’iPhone. Gliene serviva però una quantità enorme. In sei mesi.
 
Quando l’amministratore della Corning Glass si vide presentare la richiesta di Jobs gli disse che non erano in condizione di rimettere in funzione l’impianto e di soddisfare la sua richiesta che ambiva a invadere addirittura il mercato mondiale. Jobs gli disse che si sbagliava, che “ce la poteva fare”. E, indovinate un po’, Wendell Weeks ce la fece. Riuscì a riattivare gli impianti e a produrre tutto il gorilla glass necessario per il lancio del primo iPhone dopo appena sei mesi. E il resto della storia, lo straordinario, immediato e travolgente successo dell’iPhone è storia che tutti conosciamo.
 
Questo per dire che la storia è dei visionari, non dei rassegnati. Steve Jobs era uomo per molti versi odioso, egocentrico, irascibile, forse anaffettivo. Ma antivedeva, oppure ultravedeva. Pensava reali e possibili cose che a nessuno sembravano né realistiche né possibili. E oggi il nostro mondo quotidiano è plasmato dalle sue visioni. I visionari naturalmente se ne fregano di tutti quelli attorno a loro che danno loro del matto, che li prendono in giro, che li snobbano, che dicono loro di lasciar perdere, i cui consigli sono: “Ma chi te lo fa fare”. Se ne fregano, vanno avanti. Perché sono motivati dal sacro fuoco della visione.
 
Che c’entra tutto questo con l’Akragas? Perché scrivo queste cose in una rubrica dedicata alle partite dell’Akragas? C’entra, c’entra. Perché, se l’Akragas avrà un futuro, non sarà certo per i numerosi, numerosissimi cantori della fine, quelli che tirano la volata al decesso, quelli con la battuta cinica sempre pronta. Se l’Akragas avrà un futuro è perché c’è qualcuno (tre, sono tre persone) che ha avuto una visione, ha saputo guardare oltre e non si è fatto incantare dai numerosi “ma cu tu fa fari”, “ma lassa perdiri”, “ma chi sì? Foddri?”. È andato avanti per la sua strada credendo possibile quello che ai più sembrava impossibile. Ora, la visione potrà tradursi in realtà. Oppure no. Mica è detto. Magari futuro non ce ne sarà e il tentativo sarà stato vano. Ma ai numerosi disfattisti diremo: “Bravo, sei stato capace di vedere la cosa più in linea con la tua inerzia, il fallimento”. A quelli che, invece, hanno avuto visione e hanno agito conseguentemente dovremo continuare a dire grazie per averci provato. Senza di loro, l’Akragas sarebbe bella che morta da tempo.
 
P. S. Dimenticavo, l’Akragas ha perso. Contro la penultima in classifica. Facendosi fare gol dopo manco dieci minuti. Ma ha giocato. Si è battuta. Con tutti i suoi limiti, non si è data per vinta. Ed è quello che vogliamo. Perché per vincere in campo, prima, la vittoria la devi sognare. La devi immaginare. Solo se le cose prima le immagini, possono realizzarsi. E se immagini la sconfitta, come i numerosi disfattisti locali, la sconfitta te la chiami.

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