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Akragas L'importanza di Salvemini e l'esilio a Siracusa

Lì davanti, senza Salvemini, perdiamo di pericolosità. Mi sono fatto i soliti calcoli concentrando l’attenzione su di lui. E ne è venuto un dato di nuovo sorprendente

di Gaetano Gucciardo - 23/10/2017

Inutile raccontare la partita con la Juve Stabia. Ci è mancato Vicente. La manovra, di solito rapida e ariosa, stavolta era inceppata e non trovava vie di penetrazione. Di Napoli ha tentato di rimediare affidandone le chiavi a Longo messo davanti alla difesa. L’esperimento è durato una ventina di minuti, poi c’ha messo Carrotta e le cose sono sembrate andare meglio.

Quando nella ripresa ha inserito Gjusi per Saitta siamo passati al 3 4 1 2 ed è stato con questo assetto che siamo andati in vantaggio. Solo che abbiamo subito pure il pareggio. A questo punto al posto di Salvemini è entrato Moreo e a quello di Scrugli Rotulo che si è piazzato davanti alla difesa passata a quattro. E abbiamo preso il secondo. E non siamo più riusciti neanche a essere pericolosi malgrado gli ingressi successivi di Franchi e Navas. 

Lì davanti, senza Salvemini, perdiamo di pericolosità. Mi sono fatto i soliti calcoli concentrando l’attenzione su di lui. E ne è venuto un dato di nuovo sorprendente. Salvemini ha giocato 746 minuti durante i quali l’Akragas ha realizzato 8 dei nove gol complessivi fatti. I minuti giocati senza Salvemini sono stati 154. Dunque con Salvemini la media realizzativa è di un gol ogni 93 minuti, senza ne facciamo uno ogni 154. Come nel caso di Danese, il rendimento dell’Akragas sembra dipendere moltissimo dalla presenza di alcuni giocatori.

Ma il guaio più grosso è l’esilio. In quello stadio in mezzo alle case, circola aria che ci immalinconisce. Pure il manipolo di testardi che si raduna nella laterale cercando di dare sostegno alla squadra, non riesce a farci niente. Le voci, i cori, i canti si venano di desolazione. Suonano stanchi. Ci manca l’Esseneto. A fine gara Russello lo dice senza infingimenti. Senza l’Esseneto l’Akragas non è se stessa.

 

La foto in alto è di Giuseppe Greco

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