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L'Akragas resta in Serie C Bianco e azzurro, i colori della felicità

Al gol di Longo siamo schizzati in piedi come pazzi ululando goooool con tutto il fiato possibile. Ci siamo abbracciati, amici e sconosciuti, scaricando fuori la tensione di un’annata che più tribolata non si poteva neanche immaginare...

di Gaetano Gucciardo - 29/05/2017

C’eravamo quasi rassegnati. Non c’era verso. Dopo l’occasione di Klaric - solo davanti al portiere, un calcio di rigore qualche metro più avanti del dischetto, sprecato malamente, fiaccamente tirato in bocca al portiere - non ci potevamo credere più. Era meglio cominciare a rassegnarsi al peggio per non morire al fischio finale.

Ci sono partite che aspetti col presentimento della festa. Questa no, non potevamo aspettarla col presentimento della festa. Sapevamo che sarebbero stati novanta minuti di tregenda, di trepidazione, di angoscia. Solo alla fine avremmo potuto festeggiare ma non durante. A meno che non avessimo fatto tre gol subito. Ma quando mai l’Akragas quest’anno ha fatto, in una partita, tre gol?

Nel primo tempo Salvemini aveva sparato da distanza ravvicinata a tu per tu col portiere e quello con guizzo gattigno aveva respinto quando l’urlo del gol ci era già quasi dal sen fuggito. Poi è arrivata una palla a spiovere che aveva scavalcato tutti e si era presentata davanti al piattone di Cocuzza a pregare d’essere spinta in rete, due metro più in là. E invece Cocuzza l’ha lisciata provocandoci un travaso di bile da ricovero. Per non dire delle volte che o l’uno o l’altro arrivava lì lì per tirare e per eccesso di ricerca della perfezione, non lo faceva o gliela intercettavano.

E intanto il Melfi, dopo dieci minuti, complice un intervento scomposto di Riggio su una velenosa rasoiata nel cuore dell’area, era passato in vantaggio. E qualcuno accanto a me: “Meglio ora che a dieci minuti dal termine”. Sì meglio ora, mancavano ancora 80 minuti prima della fine. C’era tempo per recuperare. L’Akragas ha continuato a macinare gioco ma a produrre poco e quelle poche volte che arrivava al tiro, o grazie a Gragnaniello o per l’imprecisione dei nostri avanti, la palla non entrava.

Nel secondo tempo l’Akragas è stata per lunghi tratti arrembante. Ha giocato più con la palla a terra grazie all’ingresso di Klaric che si abbassava, si offriva all’appoggio spalle alla porta e creava varchi e occasioni di inserimento per i compagni. Ma di gol non se ne parlava. Una volta Salvemini in posizione non molto decentrata metteva in mezzo una palla che non era un tiro perché troppo fiacco e neanche un passaggio perché troppo addosso al portiere che la prendeva, un’altra volta Sepe cadeva in area per quello che a tutti è sembrato un fallo e invece l’arbitro, D’Apice di Arezzo, c’ha visto una simulazione e lui, Sepe, come sempre, s’è rialzato immediatamente e, senza tante storie e di corsa, è tornato al suo posto. Poi Klaric, servito in sospetto fuorigioco, da un magnifico assist di Salvemini, s’è mangiato l’occasione principe della partita. I minuti passavano e sentivamo dentro noi già crescere lo sconforto e, sotto quello, la rabbia per una categoria preziosissima perduta per oscure beghe societarie.

Poi improvvisamente dalla curva sentiamo alzarsi la tonante voce di Angelo: “E chiamamu a cu n’aiuta!” e il coro: “Evviva San Calò!”. Era un anno che non si sentiva l’invocazione al Santo nero. E San Calò la grazia la fa all’innucenti. E più innocenti (e cioè ragazzini) dei nostri non ce n’è in tutti i campionati professionistici.

E accade quello che potete vedere nei filmati di Sportube. Potete vedere la tenacia con la quale Klaric protegge il possesso palla, potete ammirare come serve Leveque e potete vedere come il ragazzino vede un corridoio che solo un genio dell’assist può vedere, la precisione euclidea con cui mette la palla laddove può arrivare Longo con un anticipo di una frazione di secondo rispetto a Gragnaniello. Potete ammirare come Longo intuisca il colpo di genio di Leveque e si fiondi al termine del corridoio visto dal compagno. Potete ammirare il tocco di fino che mette la palla sotto il portiere in uscita e la palla lemme lemme insaccarsi.

Questo potete vederlo e in fondo lo si può descrivere. Quello che non si può descrivere né restituire per immagini o per parole è quello che è successo dopo. Intender non lo può chi non lo prova. Siamo schizzati in piedi come pazzi ululando goooool con tutto il fiato possibile. A chi è volato il cappellino, a chi gli occhiali, a chi la sciarpa, le mani al cielo, ci siamo abbracciati a due a tre a quattro, amici e sconosciuti scaricando fuori la tensione non di una partita ma di un’annata che più tribolata non si poteva neanche immaginare.

Longo, Lorenzo Longo, da Alberobello che un gol in campionato quest’anno non l’ha fatto, impiegato in ruoli che l’hanno tenuto lontano dalla porta, che ha fatto l’esterno, la mezzala, il terzino sempre con dedizione, sempre di corsa, pure acciaccato, Lorenzo il Magnifico fa il gol decisivo a dodici minuti dal termine salvando la categoria e regalandoci il terzo anno consecutivo di Lega Pro. Non festeggia, non solleva le braccia, è un ex. Ma quelle che non solleva lui le sollevano i compagni che lo seppelliscono sotto i loro corpi. Guardate le immagini, guardate le foto. E prendetene uno a caso. Io ho preso Cochis. Guardategli la faccia e ditemi se non riconoscete nella sua smorfia la nostra stessa smorfia di tifosi impazziti per il gol. La gioia di Cochis per il gol del compagno mentre lui è in panchina da due mesi dice tutto dello spirito di questa squadra.

I minuti finali sembrano non finire più. Ogni trenta secondi qualcuno chiede quanto manca. Prima che la partita finisca i diffidati radunati a villa del Sole, lassù sul poggio che sovrasta l’Esseneto, accendono i fumogeni e partono persino i fuochi d’artificio. Il Melfi è tramortito, non riesce a imbastire una azione degna di nota e invece le energie dei nostri si sono moltiplicate per l’entusiasmo. Quando l’arbitro fischia la fine ci sentivamo già la salvezza in pugno.

Poi esplode la festa, i giocatori si inseguono per il campo in effusioni irrefrenabili, chi si abbraccia, chi si lascia cadere per terra e chi si abbandona alle lacrime. Cercate la foto di Pane abbracciato a Cazè con le lacrime di un bambino. Lacrime di gioia, di tensione repressa, lacrime di infinita soddisfazione. Peppe Catalano che per tutto il tempo ha tenuti aggiornati i suoi indimenticabili compagni degli anni Ottanta che glielo avevano chiesto, De Brasi, Rossi, Ritrovato, Orlandi, Chiavaro, Casadei accanto a me, me lo dice: “Per un calciatore questi sono i momenti che danno senso a tutto quello che fai. Sono emozioni che solo il calcio può darti. È soddisfazione ed orgoglio. E i giocatori vorrebbero che questo momento non passasse mai”. Di Napoli, il comandante di questa barca che ha attraversato mari procellosi che avrebbero affondato un transatlantico, si prende la sua brava dose di applausi e così tutti gli altri. Mezza squadra si ritrova in mutande, hanno regalato la maglia e pure i pantaloncini ai tifosi. A Sepe qualcuno dalla gradinata gliela chiede ma lui ne afferra un lembo col pollice e l’indice e dice con la faccia del ragazzino che si scusa: “Questa è per mamma”. Lascio a voi cogliere il senso profondo e nello stesso tempo elementare di queste parole.

Continueranno la festa fuori dallo stadio, proprio perché non vorrebbero che la festa finisse, canti, cori, balli tutti in mutande, un’estate senza confini. La festa però, come tutte le feste, a un certo punto si spegne, quello che rimarrà acceso è il ricordo di quello che questi ragazzi hanno fatto. I loro nomi sono già scritti nella storia di questa nostra squadra che vive di precarietà, che ci fa penare e che ci delizia, che retrocede, perde le finali, fallisce, viene radiata e poi ricomincia, si rifonda, vince, straccia gli avversari, ottiene doppie promozioni, conserva coi denti e con le unghie categorie da vertigine. È l’Akragas. E alla fine, pure Eupalla si inchina!

 

La foto in alto è di Sandro Parisi

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