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tifosi_dellakragas_in_curva_sud_allesseneto Noi, i terribili tifosi dell'Esseneto

Sconcerta l’uso a piene mani dei daspo da parte dei responsabili dell’ordine pubblico dello stadio. All'Esseneto non sono più tollerate neanche le parolacce. Sono stati emessi tantissimi daspo, senza che però sia mai esploso un petardo, un fumogeno, senza che si siano mai scatenate risse...

di Gaetano Gucciardo - 16/04/2017

Il calcio ha le sue ragioni che la ragione non conosce, scriveva Osvaldo Soriano. E il tifo va trattato per quello che è. Che io sappia solo in Italia lo chiamiamo con una parola estratta dal gergo medico-sanitario. Pare che la prima occorrenza del termine “tifo” risalga a un Naples-Savoia del 1920 ed era riferito all’“esagerato” supporto dato dai sostenitori del Naples. Il tifo era malattia endemica nell’Italia del tempo e produceva sintomi quali stati di alterazione mentale. Esattamente come quelli che si producono quando assistiamo, noi “tifosi”, alle partite.

E credo non si potrebbe trovare una parola più appropriata. Perché alla partita non si assiste. Si partecipa. Non è come andare al cinema, non è come andare a teatro. Quello che avviene in campo non è estraneo a quello che accade sugli spalti e viceversa. Non è un caso che quando si va in scena, quello che si prevede accadrà è prima di tutto condizionato dal luogo dove lo spettacolo si produrrà. Se in casa o fuori casa.

Il tifo è uno stato di alterazione mentale ma è anche, come diceva l’amico di Pirandello, Bontempelli: “atto collettivo di abbandono e generosità”. “Generosità”: noi lo capiamo che i ragazzi in campo sentono l’esortazione che viene dal pubblico, la desiderano, la vogliono, la chiamano. Perché le nostre urla mettono le ali ai loro piedi. Non è retorica. È statistica. L’Akragas, quest’anno, in casa, ha fatto 17 gol. E sapete quale porta predilige? Esatto, quella che avete pensato. Il 65% dei gol li ha fatti nella porta sud, sotto la curva presidiata dagli ultras.

Anche sabato, contro la Casertana, il gol le nostre belle gioie l’hanno fatto nella curva sud, quella che incombe minacciosa alle spalle del portiere ospite e che fa da magnete per le giocate dei nostri.

Scrivo queste cose non per raccontare la partita, ma per esprimere lo sconcerto per l’uso a piene mani dei daspo da parte dei responsabili dell’ordine pubblico dello stadio. Ieri, quando dopo cinque minuti, uno di noi s’è alzato inveendo contro un avversario, l’abbiamo dovuto zittire perché seriamente preoccupati che gli comminino un daspo. Non possiamo più dire parolacce. Non ti deve più scappare un insulto. Ci sono le telecamere e gli occhiuti zelanti censori del sistema di disciplina che ti pizzicano e non ti fanno più venire allo stadio.

In settimana è accaduto che un giovanotto, gioviale e cordiale, è stato sanzionato con un daspo di un anno – un anno! – perché domenica scorsa ha rivolto qualche parola di troppo all’indirizzo dell’allenatore ospite. A questo punto, siamo tutti potenzialmente dei “daspati”. Alzi la mano chi non ha, almeno una volta, inveito contro qualcuno allo stadio!

Negli stadi c’è gente che non vuol farsi perquisire e non viene perquisita. Entrano così petardi, fumogeni, bombe carta. Con quello che ne consegue (Italia-Albania a Palermo di qualche settimana fa). Ad Agrigento, invece, siamo diventati un faro avanzato di civiltà: non sono tollerate neanche le parolacce. Hanno emesso così tanti daspo, senza che sia mai esploso un petardo, un fumogeno, un niente di niente, senza che si siano mai scatenate risse e aggressioni, che la tifoseria organizzata è decimata. Sono sparite le bandiere e dei tamburi che ovunque rimbombano non si è più sentita l’eco. Dove si vuole arrivare? Questa anestetizzazione rischia di uccidere il calcio. Ci sono limiti e c’è una misura in ogni cosa. Nella condotta dei tifosi ma pure nel comminare sanzioni e qui la misura è stata abbondantemente colmata.

"Il calcio non è un posto su cui riflettere. È un posto in cui vivere la propria legittima volgarità, il proprio istinto” scrive Marietto Sconcerti e Pasolini che se ne intendeva: "Le due ore di tifo (aggressività e fraternità) allo stadio sono liberatorie anche se, rispetto a una morale politica o a una politica moralistica, sono qualunquistiche ed evasive". Se ne facciano una ragione i custodi dell’ordine pubblico.

Per fortuna abbiamo vinto. Con una formazione rabberciata. Privo di Bramati e di Palmiero, Di Napoli tira fuori dal cilindro una soluzione a sorpresa e coraggiosa: schiera dal primo minuto un giovanottino che ancora va a scuola, Riccardo Rotulo, che subito mostra di avere tocco e movimenti giusti. Abbiamo l’impressione che certe volte evitino di passargli la palla. Coppola in particolare sembra non fidarsi molto ma poi pensiamo che potrebbe essere una indicazione esplicita: non sovraccaricatelo di responsabilità. Sta di fatto che, malgrado manchino i due uomini di qualità del centrocampo, la palla gira, le manovre, per quello che il fondo accidentato dell’Esseneto consente, hanno un loro sviluppo.

Sarà perché là davanti adesso non c’è solo il solito generosissimo Klaric ma c’è anche un Salvemini che dà l’impressione di un fulgore miracoloso: scappa da tutte le parti, fa a sportellate con i difensori avversari e ne esce sempre vincente, cade per terra e da lì, si riprende la palla, in una selva di gambe. E la volta del gol serve, a tagliare trasversalmente il campo, una palla di rara precisione a Coppola, secondo uno schema collaudato. Quello la stoppa in corsa e la rimette in mezzo dove Klaric, a un metro dalla porta, deve solo catapultarcisi sopra per spingerla in rete.

Poi l’acheronte della malasorte si risucchia i soliti palloni destinati in rete. Passati in vantaggio, Di Napoli fa entrare Russo, un difensore, per un centrocampista, Rotulo. Sembra voglia chiudersi a difesa del vantaggio ma è una finta. Cambia l’assetto: dal 3-5-2 passa al 4-4-2 con Russo che fa l’esterno sinistro di centrocampo e spinge altissimo. Quelli ci mettono tempo per capirlo e diventiamo pericolosi davvero. Una volta, Sepe tira a un metro e il portiere casertano si ritrova la palla tra le mani che ancora ride. Una seconda volta, in ripartenza, Longo spiazza i due difensori estremi rimasti a protezione e serve dall’altra parte Salvemini che, solo davanti al portiere, tira, quello devia quanto basta sul palo, e la palla ballonzola, beffarda, quasi sulla linea. Arriva in scivolata Pezzella che se la vede spostare un attimo prima dal difensore ospite e la palla gli finisce sotto il fondamento, da dove Ginestra la preleva che ancora ride.

Sugli spalti sono fioccati potenziali daspo per gli insulti alla malasorte. Noi non raddoppiamo e quelli rischiano di pareggiare. Due volte la palla, come pallina di flipper, dentro la malabolgia dell’area di rigore, va di qua e di là mentre lo scantazzo ci paralizza le membra. Finché poi la vediamo schizzare via appena arriva dalle parti di santo Pane. Il quale già nel primo tempo ne aveva fatto un altro di miracolo con una delle sue uscite basse che ipnotizzano l’avversario.

L’arbitro concede cinque, incongrui, minuti di recupero che non so come scorrono. Quando fischia la fine tutti sembriamo dei sopravvissuti. Rimangono tre partite che saranno tutte come questa. Il cuore in gola, l’ansia, l’angoscia. Quella sofferenza che ci offusca la mente, che ci fa essere come affetti dal tifo, che ci espone ai daspo. Nous sommes daspò. Je suis daspò.

 

La foto in alto è di Sandro Parisi

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