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Cronaca della trasferta a Melfi Quando lo sport commuove

Ci raduniamo a piazzale La Malfa all’una e mezza della notte e l’incontrarsi è più forte di qualunque creanza. S’alzano cori da stadio nello spiazzo desolato. Temo vanniate dai balconi dirimpetto, graste volanti, e volanti accorrenti a sirene spiegate per schiamazzi notturni...

di Gaetano Gucciardo - 22/05/2017

Ci raduniamo a piazzale La Malfa all’una e mezza della notte e l’incontrarsi è più forte di qualunque creanza. S’alzano cori da stadio nello spiazzo desolato. Temo vanniate dai balconi dirimpetto, graste volanti, e volanti accorrenti a sirene spiegate per schiamazzi notturni.

Non succede invece niente. Quando montiamo sul pullman scopriamo che ne hanno aumentato la capienza aggiungendo sedili e dunque siamo stipati come sardine. Nel cuore della notte è tale l’eccitazione che non c’è uno che riesca a stare zitto, tutti a parlare con voce stentorea. Altro che dormire! Eccitati come bambini in gita. E infatti diamo la stura alle rievocazioni. Sergio, era lui quello che negli anni Settanta, scendeva al tempio con le trombe alimentate dalla batteria dell’auto. Le aveva montate dentro una cassetta di frutta che ci voleva chi l’aiutasse a sollevarla. Era bambino ma i tifosi organizzati se lo mettevano in mezzo perché con quella tromba (il clacson della Ford Anglia – chi se lo ricorda?) stunava i gricchi che non ci poteva nulla.

In Calabria il paesaggio ci ammutolisce. È l’osso di Rossi Doria: l’interno del Mezzogiorno, il sud inospitale e improduttivo. Crinali troppo scoscesi per accogliere coltivazioni. Ma bello, bello e sublime perché ne sei al riparo. Devi soltanto attraversarlo, chiuso dentro l’abitacolo del tuo mezzo, e guardare, guardare e ammirare in silenzio.

Solchiamo a mille metri di quota paesaggi incantati, penetriamo imponenti rigonfiamenti della terra, valichiamo vertiginosi solchi fra scoscese colline e passiamo accanto a Rende che ci ricorda De Brasi, accanto a Castrovillari che ci ricorda Petrucci. Piove e fa freddo. Il cielo oscurato da nuvole ostili.

Ci fermiamo a Rionero per mangiare e neanche in trattoria riusciamo a stare zitti, solo che i cori li facciamo a bassa voce. O almeno ci proviamo. Partiamo che è un sussurro e poi diventa un coro da stadio appena appena in sordina. Gli avventori, gente di mezza età, qualche coppia, una famiglia allargata con ragazzi, ci squadrano fra la sorpresa e lo sconcerto. Poi se la ridono. Sarà commiserazione? No, invece no. Da un tavolo s’alza un coro che non comprendiamo. Rispondiamo ridendo e applaudendo e lo stesso fanno loro, scambi di saluti e di sorrisi. Il cameriere ci esorta: “Batteteli! C’è rivalità con noi del Vulture. Batteteli che un altr’anno ci godiamo il derby!”. All’uscita dal ristorante intoniamo, sulle note di Comme facette mammeta: “Agrigento vi saluta! Agrigento vi saluta!” e giù applausi (di seguito il video).

Melfi la scorgiamo da lontano. È dominata dal castello normanno, enorme, imperioso in cima al colle ai cui piedi c’è il paese. Fa paura. Serviva a difendere ma anche a intimidire.

Ci raduniamo in una piazzola di sosta della statale che è anche area di accesso allo stadio per gli ospiti. C’è chi è venuto col pullman, chi con un minivan, chi con l’auto privata e c’è anche chi è venuto dal nord, pure in aereo. Saremo un centinaio.

Entriamo allo stadio e attacchiamo a urlare e cantare. Non la finiremo più, guidati da Carmelo e da Antonello che non hanno visto un minuto di partita, costantemente rivolti verso di noi per tenere alta la nostra attenzione ai cori. Lo stadio è piccolo, con la pista d’atletica che ci separa dal campo. I giocatori sono lontanissimi.

Arriva pure nonno Ciccio, il più anziano ultras d’Italia, novantun’anni e tutt’ora la domenica prende l’auto e raggiunge il suo Foggia ovunque giochi. Pure ad Agrigento. E proprio quelle volte che è venuto all’Esseneto è stata tale la festa riservatagli che la ricorda in una intervista e oggi che il Foggia, ormai promosso, non gioca, è venuto a sostenere i biancazzurri. Uno che ha visto la guerra, la coscrizione forzata, la resa, la deportazione e la prigionia. “Pace fra gli ultras” è lo striscione che esibisce, fra gli altri, laddove va. Accogliamo il suo arrivo come un grande onore e la festa è conseguente. Lo attorniamo, chi si fa i selfie, chi gli chiede cose e poi, a fine gara, coro di saluto.

Poi cominciano i novanta minuti più lunghi di sempre. Una partita infinita. Di Napoli, a corto di uomini, ripropone il modulo inventato a Monopoli: 3 4 3 con Leveque e Cocuzza esterni d’attacco e in mezzo al campo solo Bramati e Longo con Coppola e Sepe esterni. A Monopoli aveva funzionato ma per metà gara eravamo stati in superiorità numerica. Qui no. E soffriamo con tutto che Leveque e Cocuzza si sacrificano un sacco in copertura (addirittura Cocuzza respinge col corpo – compresa la faccia – quattro calci d’angolo, diconsi quattro). E nelle ripartenze, partiamo bene ma a metà dell’opera ci perdiamo.

Il risultato è che quelli arrivano in porta svariate volte e noi, forse una con un tiro telefonatissimo di Cocuzza. Ma noi abbiamo il Pane benedetto. Le prende tutte. Pure quella volta che gli scappa, la riprende. Almeno due volte, battezziamo la palla dentro. Gli avanti melfitani la colpiscono di testa da dentro l’area del portiere e sembrano sentenze. Invece c’è sempre la manona di Santo Pane. L’ho incontrato. Pane ha gli occhi che brillano di allegria e di una punta di timidezza. Gli ho chiesto di farmi vedere ‘ste sue mani e vi assicuro, sono belle ma normali forse persino piccole, ma in campo gli diventano quelle di un gigante e pure a ventosa.

Finisce in pareggio e ci sta benissimo. Allo scadere il commento è unanime: chi manu, chi denti, chi pedi, a “manu armata”, l’importante è salvarci, se poi non s’arriva a tirare in porta non ci interessa.

Rimontiamo sui mezzi e partiamo alla volta di Girgenti. Dalle parti di Cosenza ci fermiamo in un autogrill e – sorpresa! - troviamo la squadra. Conversano i giganti, mentre consumano la loro cena. C’è quello che c’ha il menisco mezzo fuori uso e gioca lo stesso, quello che ancora non s’è ripreso dall’infortunio e gioca lo stesso, quello che c’ha avuto la spalla lussata e non la tira indietro se c’è da respingere, ci sono quelli, la maggior parte, che c’hanno vent’anni. Li vedi da vicino e sono ragazzi. Ci potrebbero venire figli o li potresti scambiare per studenti ancora freschi di matricola.

Li avviciniamo, vorremmo complimentarci. Ma pare che certi commenti letti sui social li abbiano messi di cattivo umore. Glielo diciamo: “Non date retta! Noi, i tifosi, lo sappiamo quello che state facendo e in quali condizioni. E quello che state facendo è più di quello che chiunque si poteva aspettare e molto più di quello che uno poteva persino sperare nella migliore delle ipotesi”. Ci ascoltano. Ringraziano. Ragazzi educati.

La cena, la raffinata cena da autogrill, un trancio di pizza e una bibita, se la stanno pagando loro. Cosa si può aggiungere? Ci sono volte che lo sport commuove, ci sono volte che dal turbine di pensieri e mali pensieri che la vita quotidiana ci impone, affiorano cose elementari che attingono all’oblativo, al dare senza ricevere, alle pure emozioni alle quali i calcoli non possono arrivare. La salvezza dell’Akragas – come tutta la sua storia - passano per queste cose.

Grazie, ragazzi! Avanti! Avanti! Avanti biancazzurri!

 

La foto in alto è di Roberto Nobile

 

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