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Lifestyle L'agrigentinismo e l'arte della gentilezza

"Stare bene con se stessi ad Agrigento". Il titolo del convegno è splendido. E voi che leggete già starete ridendo: in fondo sappiamo fin troppo bene di avere qualche problemino, con noi stessi e con gli altri. Ma perché? Ce lo spiegano gli specialisti

di Debora Randisi - 31/01/2017

Come direbbe il personaggio di Woody Allen, Boris Yellnikoff, “se siete di quegli idioti che devono sentirsi bene, beh, fatevi fare un massaggio ai piedi”. Di certo questo articolo non fa per voi. E se siete di quelli che mal sopportano le critiche o che invece non smettono mai di lamentarsi dei propri concittadini pur essendo profondamente simili a loro: lasciate perdere anche voi. Per tutti gli altri il consiglio spassionato che vi diamo è: fate vostri questi spunti di riflessione.

Andiamo a noi e al convegno "Stare bene con se stessi ad Agrigento". Diciamolo pure, il titolo è splendido e non potevamo non andare a sentire. Un titolo che, all'agrigentino, proprio perché è agrigentino, fa ridere. E ridiamo perché sappiamo fin troppo bene di avere qualche problemino, con noi stessi e con gli altri. Ma perché?

All’incontro, promosso da EPEA, ente per l'educazione degli adulti, moderato dal giornalista Elio Di Bella, a intervenire sono tre specialisti: Maria Giberto, consulente filosofico; Riccardo Pancucci, psicoterapeuta esperto in musicoterapia; Renato Schembri, psicoterapeuta. Arriviamo a discussione iniziata, ma subito rimaniamo un po’ delusi. I tre specialisti parlano del loro delicato mestiere, dell’importanza dell’assistenza psicologica e specialistica soprattutto per alcuni particolari casi. Tutto molto interessante ma noi, sedotti dal titolo, volevamo sentire altro. Forse qualcosa che riguardasse davvero il benessere comune dell’agrigentino nel suo quotidiano.

Qualcuno prende la parola e manifesta le nostre perplessità. “Ma insomma come si può stare bene ad Agrigento? Come si spiega questo agrigentinismo?”. Dice dal pubblico un signore, coniando un nuovo termine che si mette in coda ai già noti “agrigentitudine” ed “agrigentinità”, ma che, a differenza degli altri due, sembra voler rievocare esclusivamente le caratteristiche più sgraziate e becere che in qualche modo, con trascurabili differenze, ci trasciniamo dietro un po’ tutti.

I tre specialisti rimangono un po’ spiazzati. Di certo la risposta non è contenuta nelle pagine di un manuale o di una ricerca scientifica condotta appositamente. Eppure, forse senza nemmeno rendersene conto, i tre riescono, ciascuno con la propria esperienza e i propri strumenti, ed in poche parole, a tracciare un profilo quasi scientifico di questo essere agrigentini (intesi come abitanti della provincia non solo della città). A identificarne le cause, a suggerire rimedi in direzione del benessere. Ve le riassumiamo così.

Gli agrigentini hanno una seria difficoltà a relazionarsi con la sfera pubblica. È come se vivessimo chiusi nella nostra individualità, senza provare quel senso di appartenenza alla comunità, senza pensare mai al bene comune come a qualcosa cui dovremmo pensare noi e non qualcun altro. "L'agrigentino vive solo nella sfera privata. Ci rapportiamo alla vita pubblica solo per necessità, solo per il soddisfacimento di un bisogno individuale. Ci rapportiamo all'Amministrazione come se fosse il nostro bancomat, mai per proporre ma sempre per chiedere. L’agrigentino pensa solo a se stesso e insomma fa suo il detto nordico: Tutto tranne che nel mio giardino", afferma Maria Giberto. E questo certo non senza un perché.

Gli agrigentini sono angosciati. Manifestiamo una certa aggressività nell’atteggiamento, nel rapporto con l’altro, con i nostri stessi concittadini. Siamo sgarbati con l’impiegato dell’Inps e l’impiegato dell’Inps magari non ci ha dato nemmeno il buongiorno appena entrati. Un sorriso manco a morire. In città lo vediamo: guida scorretta, vasi rotti. Maleducazione a tinchitè. “Questi atteggiamenti sono dati dalla frustrazione perenne che vive l'agrigentino, sono il risultato di un'angoscia, intesa in senso filosofico, che viviamo quotidianamente. Siamo angosciati, frustrati, perché non abbiamo risposte. E questa angoscia la identifichiamo come un qualcosa che nasce nel nostro personale, come un problema individuale, il figlio da sistemare, l'acqua che non arriva. In realtà i problemi di questa angoscia appartengono tutti alla sfera pubblica", afferma ancora il consulente filosofico.

Gli agrigentini stanno al commercio come i pinguini al deserto (aspetto che riguarda l’agrigentino di città più che della provincia).E questo cosa c’entra direte adesso? La mentalità commerciale è una mentalità aperta al confronto, aperta al rischio, che si contrappone a quella dell'impiegato, che invece non ha nulla da perdere, che vive adagiato e al sicuro”, dice sempre Giberto. A ciò si aggiunge la riflessione dello psicoterapeuta Renato Schembri secondo cui è dimostrato che nei gruppi sociali che hanno un comportamento competitivo l’ingresso dei gruppi parassitari viene ostacolato. “È possibile che una comunità che non abbia un gruppo imprenditoriale e che quindi non sia competitiva, tenda ad accogliere i gruppi parassitari. Pensiamo al caso delle 104, ecc.”, dice.

Gli agrigentini e la storia. La trasmissione psichica inconscia dei traumi del passato è nel nostro corredo genetico. "Siamo stati sempre dominati nei secoli, per cui la paura dell'altro ce la portiamo dietro da sempre. In psicologia questo fenomeno viene indicato con il termine 'transgenerazionale'”, afferma Riccardo Pancucci.  Ma guardando ai processi storico-culturali che hanno caratterizzato la Sicilia, e Agrigento, possiamo aggiungere anche un’altra riflessione:  non abbiamo conosciuto l’epoca dei Comuni durante il Medioevo (a differenza del Nord e Centro Italia). La municipalità, di cui probabilmente non abbiamo ancora compreso lo spirito profondo, ci viene imposta solo con l’Unità d’Italia. Altro capitolo che qui non è il caso di approfondire.

Gli agrigentini vivono nell'ignoranza. Una comunità che si informa e che va affondo nella conoscenza è una comunità attiva. “La fonte di informazione principale dell'agrigentino medio è internet, spesso la fonte primaria è rappresentata dai social network ed è assolutamente insufficiente. L’ignoranza, a differenza della morte, della vecchiaia, della malattia, è una di quelle sofferenze che si possono evitare. Vivere nell'ignoranza significa non esercitare un atto di volontà ma lasciarsi andare a se stessi, vivere passivamente”, spiega Schembri.

Come possiamo cambiare? Alla base del processo del cambiamento deve esserci una presa di coscienza e un atto di volontà . Le parole chiave sono tre: autocoscienza, informazione, compassione. Capirci. “Bisogna iniziare a chiedersi di cosa abbiamo bisogno”, afferma Giberto.  Dobbiamo iniziare ad uscire dal guscio della sfera privata per iniziare a proporre, a proporci. Informarci. "Non si può stare bene con se stessi se c'è poca informazione. Il rimedio è la cultura, per combattere la mafia serve la cultura, per cambiare serve la cultura e la cultura è un qualcosa che non si compra”, dice Riccardo Pancucci. Sorridere. “L’importanza del sorriso”, dice ad un certo punto Maria Giberto. Già, il cambiamento più importante sarebbe iniziare a praticare nel quotidiano l’arte della gentilezza. Sorridere al panettiere, all’impiegato, al pedone che lasciamo attraversare con pazienza. Praticare la virtù, vivere nell’empatia, fino alla compassione. Non c’è cosa più difficile. 

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