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Campioni La fortuna di Totò-gol

L'incontro con Schillaci, l'ex centravanti della Juve e della Nazionale, ad Agrigento per presentare il suo libro "Il gol è tutto"

di Gaetano Gucciardo - 09/09/2016

L’ho incontrato, grazie a Peppe Catalano che è stato suo compagno al Messina per quattro anni in C1 e in B, due volte. Nella prima gli ho confessato quanto lo detestassi ai tempi in cui giocava col Messina nella stessa categoria della mia squadra del cuore, l’Akragas, e le due formazioni si contendevano la promozione in Serie C. Non lo soffrivo perché riusciva a procurare rigori a profusione al Messina grazie alla combinazione formidabile e micidiale fra la sua abilità di cascatore e l’inferiority complex degli arbitri di quarta serie al cospetto del pubblico straboccante e intrinsecamente minaccioso del Celeste. Quella volta ci fui però solo il tempo di una battuta, un selfie e una dedica sul libro.

La seconda volta fui meno antipatico. Avevo un’altra cosa che mi premeva chiedergli ma non mi aspettavo affatto che mi desse quella risposta. Tutti abbiamo nella memoria quegli occhi spiritati spalancati per la meraviglia e per la gioia che le telecamere colsero di Totò ai mondiali del Novanta. Totò segnò al 78’ contro l’Austria, al 9’ contro la Cecoslovacchia, al 65’ contro l’Uruguay, al 38’ contro l’Irlanda, al 17’ contro l’Argentina, all’86’ contro l’Inghilterra. Segnò in tutte le partite tranne in quella contro gli Stati Uniti dove giocò 39 minuti.

È difficile spiegare che cosa fu Totò Schillaci a quelli più giovani che quella esperienza del Mondiale del ’90 non l’hanno vissuta. Veniva dalla Serie B, giocava nel Messina ormai da anni; la stagione calcistica precedente il mondiale era stato acquistato dalla Juve e quell’anno realizzò 15 reti scavalcato solo da gente come Van Basten e Maradona ma solo perché loro battevano i rigori. Arrivò al mondiale quasi come ultima scelta ma appena toccò palla, subentrato a Carnevale al 75’, fece gol consegnando la vittoria all’Italia.

E in quel mondiale non finì più di segnare. Ne fece sei giocando per 504 minuti. Un gol ogni 84 minuti. Questo sono andato a chiedergli. “Fino all’anno prima eri in serie B adesso ti stavi giocando un mondiale. L’emozione avrebbe dovuto tagliarti le gambe e invece hai segnato sempre, in ogni partita. Come è stato possibile?” Questo gli ho chiesto. Gli ho chiesto se lui si era trovato una spiegazione particolare di quell’apparentemente miracoloso ripetersi di gol quasi tutti decisivi. “Fortuna! Solo fortuna!”. Seduti al fresco di un locale di San Leone, Totò Schillaci spiega gli eventi cruciali della sua vita calcistica, quei sei gol che lo hanno reso famoso nel mondo e per i quali continuano a chiamarlo dai posti più disparati del globo calcistico, con la fortuna. Deludente. Per me questa è una risposta deludente.

“Che culo! Che culo!” gli urlò Giannini mentre lo afferrava per la maglia e lo scaraventava per terra nell’esultanza del gol all’Argentina. È uno degli episodi che Totò racconta nel suo libro Il gol è tutto.

È la stessa identica spiegazione che dava Brera che usò proprio la parola culo. Una spiegazione che però spiega ben poco. E allora l’ho incalzato: “Non può essere, Totò. Una volta può essere fortuna, anche due, ma non sei in sette partite”. La sua corazza di modestia e forse anche di vago fastidio (chissà quante volte se l’è sentita fare questa domanda) allora cede: “Mi facevo trovare pronto, ero concentrato, molto concentrato”. E da perfetto animale d’area sapeva prima degli altri, dove la palla sarebbe finita. Intuiva come nessuno dove il compagno avrebbe potuto mettere la palla o dove fra i tanti rimpalli possibili sarebbe stato più probabile che la palla finisse. Andateli a rivedere quei gol. Totò è sempre lì dove la palla finisce, per l’abilità di chi lo serve o per le carambole nel cuore dell’area. E quando serve, di testa o di piede, imprime alla palla traiettorie violente, sono sassate quelle che calcia verso la porta avversaria. E, sempre modesto e onesto: “Inoltre giocavo senza sentirmi addosso il peso della responsabilità che grava su quello da cui tutti si aspettano il gol”.

Il libro di Totò dice tanto a chi è appassionato di calcio ma dice tanto anche a chi cerca un punto di vista dal basso della Sicilia, il punto di vista di chi è cresciuto nei quartieri poveri e periferici di Palermo, di quei siciliani che il calcio salva dalla carriera del ladro o del pusher, se non peggio.

Il racconto di Totò comincia con una timpulata. Una timpulata metaforica che Totò prende da Trapattoni, all’epoca tecnico della Juventus e che prendiamo noi che di Totò condividiamo la sicilianità. “Avete ucciso anche Falcone”. Così, nello sgomento dei minuti immediatamente successivi alla notizia disse il Trap a Schillaci il quale ovviamente cadde dalle nuvole. “Avete chi? Io sono di Palermo, sì, ma non sono un malavitoso”. La storia di Totò, fuori dalla Sicilia, è quella di chi ha dovuto spesso confrontarsi col pregiudizio e la discriminazione. Negli stadi gliene urlavano di tutti i colori e anche a Torino non mancavano le scritte razziste al suo indirizzo. Ma lui, quando gli urlavano che rubava le gomme, si caricava ancora di più e diventava più letale che mai.

Il mondo era ostile ma Totò aveva un famiglia solidale e amici che lo tenevano alla larga da cose che lo avrebbero potuto distrarre dal seguire il suo talento. Suo padre, il giorno in cui, da grande, si prese la licenza elementare – sì, proprio così, la licenza elementare – per festeggiare, invece di farsi un regalo, invece di, che so, portare una torta a casa, comprò a Totò un pallone di cuoio. Una roba che negli anni Settanta, quando si giocava coi palloni Super Tele che prendevano le direzioni più impensate inseguendo il vento, o, se avevi qualche soldino in più, coi Super Santos, ma sempre palloni di gomma, era davvero una rarità.

“Mio padre è stato sempre il mio primo tifoso”, mi dice Totò, durante una miracolosa pausa fra saluti, selfie e firme che rilascia con affabilità ai tifosi convenuti per guardarlo, toccarlo, baciarlo. E penso alla devozione ai santi, alla ressa attorno alle icone dei santi, il giorno della processione. In fondo le gioie dispensate da quest’uomo non sono diverse dal conforto che ai credenti reca un santo. E quella processione di uomini che portano con sé i figlioli cercando di spiegare loro al cospetto di chi si trovano, è testimonianza della profonda gratitudine che proviamo quelli che abbiamo la passione del pallone, per Totò e per quelle notti magiche che ci ha regalato.

Racconta nel suo libro quello che è l’insegnamento fondamentale della sua maestra che gli è rimasto impresso: “Quello che avete non vale niente se non lo mettete al servizio degli altri”. Glielo disse quella volta che, pur non avendo studiato, si fece interrogare salvando il resto dei suoi compagni impreparati con una mossa astuta che non svelo per non togliere il piacere della lettura.

Totò quello che aveva e che avrebbe dovuto offrire agli altri, lo sa sin da piccolo. È nato talento calcistico. Lo scoprirono gli osservatori dell’Amat mentre giocava sulle basole davanti al teatro Massimo e se lo presero facendo il miglior affare della loro storia. Scuola niente. Lo studio non faceva per lui. Gli piaceva, piuttosto, guadagnare e, in barba all’obbligo scolastico e al divieto del lavoro minorile – cos’altro ci si poteva aspettare nella Palermo degli anni Settanta? – Totò fa il commesso in una farmacia, vende latte con un ambulante, poi passa a un ambulante di frutta e verdura, poi lavora in una pasticceria. Infine si “sistema” facendo il gommista da Barone Gomme. E tutto questo è solo accessorio rispetto a quello che in quegli anni per Totò è la cosa principale. Il pallone.

È bravo, bravissimo, segna quantità industriali di gol. Non è possibile che squadre titolate non lo scoprano. E infatti lo scopre il Palermo. Ma la società rosanero non offre abbastanza all’Amat, il trasferimento non va in porto e il Palermo fa il peggiore affare della sua storia. Affare che invece fa il Messina che lo acquista quando Totò ha diciassette anni. Lo prendono per la Primavera, dove gioca sette minuti. Sì esattamente sette minuti. Tanto basta al tecnico della prima squadra, Ballarò, per capire che quello ha talento e forza da vendere. Partito come riserva, conquista il posto di titolare dopo qualche settimana.

Al Messina Totò rimarrà sette anni con tecnici fondamentali come Scoglio e Zeman e sarà soprattutto con Zeman che esploderà come goleador segnando, nella sua ultima stagione in giallorosso, 23 gol. Passa così alla Juve di Zoff, dove continuerà a segnare e si conquisterà la convocazione ai mondiali. Ma di questo ho già scritto. Quello che non scrivo sono le altre numerose chicche contenute nel libro. Ognuno potrà trovare i ritratti non sempre elogiativi di figure di primo piano del calcio nazionale da Zoff a Scoglio da Baggio a Maifredi e poi tanti gustosi episodi della vita, a volte rocambolesca, del più grande giocatore che la Sicilia abbia offerto al calcio italiano e internazionale. Difficilmente ne troveremo un altro di pari valore mondiale. 

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