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1787-2017 I cinque giorni di Goethe a Girgenti

230 anni fa la visita dello scrittore, poeta e drammaturgo tedesco che ci ha regalato una delle pagine più belle della letteratura mondiale scrivendo della nostra terra

di Angelantonio Palillo - 26/04/2017

Johann Wolfgang Goethe partì in segreto per l’Italia, il paese dove fioriscono i limoni, il 3 settembre del 1786,  viaggiando con lo pseudonimo di Johann Philipp Möeller. Tra il 25 febbraio e il 29 marzo Goethe visitò Napoli. Nel suo soggiorno napoletano Goethe conobbe Philipp Hackert, come già riferito nelle pagine precedenti, William Hamilton, l’ambasciatore inglese alla corte del Re delle Due Sicilie e soprattutto Christoph Heinrich Kniep definito dallo stesso Goethe: “un pittore paesaggista assai scrupoloso, che sa trasfondere nei suoi disegni il sentimento di questi sereni ed opulenti paraggi”. Kniep sarebbe stato il compagno di viaggio di Goethe in Sicilia.

A Napoli il poeta fu combattuto se estendere o no il suo viaggio alla Sicilia. Il 17 marzo del 1787 scriveva: “Quanto al mio viaggio in Sicilia, la bilancia è ancora in mano agli dei; l’ago oscilla ora a destra ora a sinistra... . La fregata di Palermo è rientrata e ripartirà fra otto giorni; se navigherò con essa, o se invece ritornerò a Roma per la Settimana Santa, non so dirlo. Non sono mai stato così titubante; un attimo, un nonnulla potrà decidere”. Nei giorni seguenti Goethe discusse con Kniep sul loro viaggio anche se un legame amoroso con una giovinetta faceva trasparire al compagno di viaggio del poeta il desiderio di rimanere a Napoli. In ogni caso il 26 marzo Goethe scriveva “Il dubbio se partire o restare ha portato qualche agitazione nel mio soggiorno a Napoli, ora che ho deciso, mi sento meglio. Al mio temperamento questo viaggio sarà salutare, anzi necessario. La Sicilia è per me un preannuncio dell’Asia e dell’Africa, e trovarsi di persona nel centro prodigioso cui convergono tanti raggi della storia del mondo non è cosa da poco”.

Il due aprile i due compagni di viaggio arrivarono a Palermo. Restarono sedici giorni poi proseguirono per Alcamo, Segesta, Castelvetrano. Del passaggio a Sciacca non resta che qualche notazione di carattere paesaggistico e naturalistico. Nessun cenno alla città né ai suoi monumenti. Il giorno successivo Goethe e Kniep visitavano le terme: “Una sorgente calda che sgorga dalla roccia con un fortissimo odore di zolfo; il sapore dell’acqua è molto salato ma non putrido”. Durante il cammino Goethe osservò i fiumi Caltabellotta e Magazzolo che trasportavano detriti calcarei e marmo giallo. L’interesse per i minerali fu sempre presente nell’uomo, anzi parte stessa del motivo del viaggio.

Il 23 aprile, a Girgenti, Goethe dopo essersi affacciato alla finestra dell’alloggio in cui aveva trovato dimora, affascinato dalla bellezza del paesaggio scriveva: “Non godremo più per tutta la vita un così magnifico quadro di primavera, come quello che si è offerto ai nostri sguardi questa mattina al levar del sole. La nuova Girgenti sorge sullo stesso luogo dove sorgeva l’antica città ed ha uno spazio sufficiente per contenere una popolazione. Dalle nostre finestre osservammo in lungo e in largo il pendio dell’antica città, tutto ricoperto da giardini e vigneti, e sotto tutto quel verde non si supporrebbe nemmeno la traccia dei quartieri urbani un tempo così vasti e popolosi. Il tempio della Concordia si vede appena spuntare all’estremità meridionale di questo piano tutto verde e tutto fiori; a oriente gli avanzi del tempio di Giunone; le rovine di tutti gli altri edifici sacri sulla stessa linea dei precedenti, non sono visibili all’occhio di chi sta in alto, che corre rapido verso la pianura a sud, lungo la costa, che si prolunga per una buona mezzora verso la spiaggia”. Lo stupore di Goethe di fronte a questo spettacolo della natura rende questa pagina dell’Italienische Reise, una delle più belle tra quelle scritte sulla città dei templi.

Come in uso ad altri viaggiatori, tra i quali Riedesel, il primo giorno di visita lò dedicò alla città nuova in compagnia di un cicerone definito da Goethe “ un bravo preticello”, l’antiquario Don Michele Vella. Condotti dal cicerone nel punto più alto della città Goethe e Kniep osservarono il panorama che da quel punto appariva ancora più incantevole. Poi visitarono la Cattedrale dove si trovava il sarcofago di Fedra. La reazione del poeta fu anche qui entusiastica, ma Goethe aveva già letto Riedesel. Il testo proseguiva con una descrizione di vita quotidiana: “Ci sedemmo vicino a quelle belle ragazze, ci facemmo spiegare il procedimento e apprendemmo che usavano nel loro lavoro una qualità di grano migliore e più duro chiamato grano forte... Il piattto di maccheroni che ci servirono era squisito e si mostrarono assai dolenti di non potercene fare assaggiare un’altra qualità che si trova solo a Girgenti, anzi solo a casa loro. Quelli che mangiammo ci parvero non avere uguale per bianchezza e delicatezza di gusto”.

L’impazienza dei due nel volere visitare la città antica fu frenata da Vella il quale li condusse su un’altra altura dove si ammirava uno splendido paesaggio sulla valle dei templi. Il giorno successivo al sorgere del sole in compagnia di don Michele Vella i due viaggiatori s’incamminarono attraverso la ricchissima vegetazione, arrivando fino al tempio di Giunone. “Il tempio sorge sopra una roccia in disfacimento, di qui le mura si stendevano ad oriente sopra uno strato di calcare, che domina a picco la spiaggia abbandonata in epoca più o meno remota dal mare, dopo aver formato queste rocce e averne lambito il piede. Nessuna meraviglia se quindi la città bassa e quella alta, viste dal mare presentassero insieme un colpo d’occhio imponente”.

Dopo il tempio di Giunone ecco presentarsi lo spettacolare tempio della Concordia: “il tempio della Concordia ha resistito al lavorio di tanti secoli; già la sua architettura slanciata lo avvicina al nostro concetto del bello e del gradevole. Di fronte ai templi di Paestum, sta come la figura di un Dio di fronte a quella di un gigante. Io non mi dorrò se il progetto, pur se lodevole di conservare questi monumenti è stato eseguito senz’alcun gusto, riempiendo i guasti con certo gesso di un biancore abbagliante, tanto che questo monumento si presenta in un certo modo come una rovina. Quanto sarebbe stato facile dare al gesso la tinta della pietra corrosa! Al vedere con quanta facilità si stacca il tufo dalle colonne e dalle mura, c’è da stupirsi che abbia resistito tanto a lungo.  Ma i costruttori, nella speranza di lasciare ai continuatori altrettanto capaci, avevano escogitato il modo di preservarlo: si vedono ancora oggi sopra le colonne i resti di un fine intonaco, che doveva garantire la durata e corteggiare l’occhio allo stesso tempo”.

E’ chiaro che Goethe, formatosi esteticamente sotto gli insegnamenti del Winkelmann che si riassumono nel motto: nobile semplicità e tranquilla grandezza, non poteva che apprezzare la bellezza e la linearità dello stile dorico del tempio della Concordia. La visita continuava con le rovine del tempio di Giove. “Questo si distende per un lungo tratto, come la carcassa di uno scheletro gigantesco, entro e fuori alcuni poderi, circoscritti da siepi e sparsi di piante alte e cespugli. Ogni forma d’arte è scomparsa sotto l’ingombro delle macerie, tranne un triglifo enorme ed un frammento di colonna della stessa proporzione. Ho provato a misurare il triglifo a braccia aperte, senza riuscire a contenerlo; quanto alla scanalatura della colonna basti che, a tenermi dritto in piedi, la riempivo come se mi fossi trovato in una nicchia, toccandone i lati con le spalle. Ventidue uomini, l’uno accanto all’altro in giro, rappresenterebbero pressappoco la circonferenza d’una colonna. Ce ne siamo allontanati, sentendo purtroppo che per un disegnatore non c’era nulla da fare”.

Goethe e Kniep concludevano la loro escursione nella valle dei templi con il tempio di Ercole, Esculapio e con la cosiddetta tomba di Terone.

Il giorno successivo Kniep si dedicò a disegnare, mentre Goethe, dopo avere ricordato Riedesel, con il cicerone don Michele Vella proseguì la sua visita. Egli, da buon osservatore amante della natura, ricordiamo i suoi studi di botanica, si interessa alle colture dei campi agrigentini: grano, fichi, lino, mandorli, uva. Il 27 aprile si consumava l’ultimo giorno del soggiorno agrigentino di Goethe e Kniep, il 28 i due partivano per Caltanissetta, una variante nell’itinerario classico del giro di Sicilia, alla ricerca di campi di grano e di pianure, poiché Goethe aveva osservato sempre cime montuose che circoscrivevano l’orizzonte del poeta. Il viaggio in Sicilia terminò il 13 maggio del 1787.

Nel 1811 Goethe scrisse la biografia di Philipp Hackert. Sarebbero passati sedici anni prima che Goethe si decidesse ad iniziare a scrivere il suo “Italienische Reise”. Per la stesura definitiva del secondo volume, ini­ziata nel 1815, quello che descrive il suo soggiorno in Sicilia e a Napoli, bisognerà aspettare il 1817. Il libro uscì nell’ottobre dello stesso anno. L‘opera completa dell’Italienische Reise sarà pubblicata nel 1829, quando il poeta aveva 80 anni.

Anche se la relazione del Viaggio in Italia fu pubblicata con molti anni di differenza, Goethe cercò di non modificare le sue impressioni del viaggio. Certamente il poeta aveva letto i resoconti di Munter, Bartels, Stolberg, Houel, pubblicati dopo il viaggio di Goethe. Opere che si aggiungono a quelle di Riedesel, Brydone, Payne Knigth, lette precedentemente.

In ogni caso una valutazione sull’opera di Goethe, a mio avviso, merita studi molto approfonditi e deve essere lasciata a chi è culturalmente attrezzato per farlo. Resta il fatto che Goethe ci ha regalato una delle pagine più belle della letteratura mondiale scrivendo della nostra terra e di questo tutti noi dovremmo essergli profondamente grati.

 

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