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Le Memorie storiche agrigentine 150 anni dopo Chi era davvero l'avvocato Picone?

Archeologo, erudito, cultore di storia patria. Ma anche avvocato di successo e presidente del Consiglio provinciale di Agrigento. Analizzando la monumentale opera, ne traccia un approfondito ed inedito ritratto il prof. Giovanni Salmeri, ordinario di storia romana all'Università di Pisa

- 20/12/2016

di Giovanni Salmeri*

Certamente Giuseppe Picone (1819-1901) non sarebbe stato contento della definizione che Leonardo Sciascia diede di lui: “Un avvocato […], diligente autore di una storia di Girgenti”. Per Sciascia, nemico di ogni impostura, diligente non è un attributo negativo, sta piuttosto a indicare un’opera curata nei dettagli, frutto di attenta ricerca, ma poco innovativa e priva di linee interpretative forti.

Una valutazione simile delle Memorie storiche agrigentine di Picone è anche quella data in lavori in cui l’autore è preso in considerazione come archeologo, come erudito, come cultore di storia patria. Se ne sottolinea l’acribia, la conoscenza delle lingue antiche, ma non si va oltre la definizione dell’opera come sintesi di sapere storico-antiquario.

Qui si cercherà invece di presentare le Memorie storiche agrigentine, come un’opera a pieno storica, nata da motivazioni che sono lungi dall’essere puramente antiquarie ed erudite. Né le Memorie di Picone possono essere considerate un testo di storia locale tout court: certo Agrigento sta al centro del loro interesse, ma la trattazione guarda all’intera Sicilia, ed è guidata da una mente fortemente connotata in senso politico e attenta agli aspetti economici e giuridici.

L’autore delle Memorie, perciò, non è tanto l’appassionato di antichità agrigentine, ma l’avvocato impegnato nella rivoluzione siciliana del 1848, e poi dopo l’Unità d’Italia presidente del Consiglio provinciale di Agrigento, desideroso di promuovere in tutti i modi la sua città; è il pragmatico presidente di lungo corso dell’ordine degli avvocati agrigentino dal limpido argomentare; è l’intellettuale legato non solo allo storico romano tedesco Teodoro Mommsen, ma anche ad altri due grandi storici come il francese Ernest Renan, studioso tra le altre cose delle origini cristiane, e l’arabista palermitano Michele Amari.

Le Memorie storiche agrigentine sono insomma un’opera complessa che ha come principale obiettivo non tanto quello di illustrare diligentemente un periodo storico, ma quello, come dice lo stesso autore, “di proporre modelli da imitare, ed errori da sfuggire, di promuovere nei miei concittadini il sentimento della propria dignità, di esprimere i bisogni della città nostra, e proporre i mezzi di soddisfarli”. Tramite lo studio del passato Picone vuole intervenire nel presente, con il preciso impegno di porre fine all’inerzia che allora ai suoi occhi caratterizzava Agrigento.

Le Memorie storiche agrigentine furono pubblicate in fascicoli nel corso di quindici anni a partire dal 1866, un anno dei più difficili per la Sicilia nel periodo immediatamente successivo all’Unità. Palermo era stata il centro di una violenta rivolta popolare che aveva richiesto l’intervento dell’esercito per essere sedata, e negli ultimi mesi dell’anno il colera aveva preso ad imperversare per l’isola.

Il processo di integrazione politica ed economica della Sicilia nella compagine nazionale era appena agli inizi, e sotto certi aspetti non era neppure cominciato. In questo contesto storico l’avvocato Giuseppe Picone – fratello di Giambattista, anch’egli avvocato, rappresentante di Agrigento, anche se per poco, al primo parlamento del regno d’Italia – mostrò grande equilibrio nell’esercizio degli incarichi che ricopriva cercando in tutti i modi di garantire la posizione della sua città. Egli appare come un tipico rappresentante di una visione politica moderata, e ha come dichiarate figure di riferimento Cavour, Urbano Rattazzi, Alfonso La Marmora e, a un livello intellettualmente più alto, Vincenzo Gioberti, l’autore del Primato morale e civile degli Italiani.

Picone non si può invece accostare ad alcuni intellettuali siciliani come il palermitano Isidoro la Lumia che, dopo l’Unità, avevano sviluppato per reazione all’indifferenza e all’incomprensione dei continentali, un sentimento antipiemontese, che si traduceva in una puntigliosa rivendicazione e apologia della realtà locale. Pur appuntando il suo interesse su Agrigento e sulla Sicilia, pur avendo dedicato la sua opera alla patria con parole toccanti (“Alla mia Girgenti questo monumento di cittadino affetto”), Picone non la guarda in isolamento, anzi tende ad evidenziare positivamente tutte le forme di coesistenza con elementi esterni e le influenze da realtà lontane, come fa emblematicamente nel caso della permanenza di Empedocle nell’Oriente mediterraneo.

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Una rapida analisi di alcuni punti delle Memorie storiche agrigentine può essere di grande utilità per la comprensione della figura di Picone intellettuale e politico. È molto interessante che egli nella seconda memoria definisca la tirannide di Terone agli inizi del V secolo a.C. come “monarchia moderata di tipo spartano.” A prescindere dalla validità storica di questo giudizio che qui non è possibile discutere, è significativo che l’autore veda praticata da uno dei personaggi più ammirati della sua opera quella che è la sua forma di governo preferita, e che ad essa sia associato un periodo di grande fioritura economica e culturale per Akragas. Picone cioè presenta un suo antico concittadino come un monarca costituzionale, per servirsi di un termine a lui contemporaneo, senz’altro da imitare per favorire il benessere e lo sviluppo della popolazione.

In dissonanza con gran parte della tradizione storiografica siciliana del tempo è il favore che Picone mostra nei confronti dei Cartaginesi, non di quelli naturalmente che misero a ferro e a fuoco Akragas nel 406 a.C., ma di quelli che si opposero ai Romani nel corso della seconda guerra punica. Annibale per lui è un “generoso eroe”, e in questa ammirazione l’autore moderno si accosta allo storico antico Filino suo concittadino sostenitore del Cartaginese, mentre si dissocia apertamente dal Polibio sostenitore di Scipione l’Africano.

In sintonia con ciò, se i Greci che fondarono la colonia di Akragas vengono chiamati da Picone “nostri avi, vengono riconosciuti come i propri progenitori, i Romani che conquistarono definitivamente la città nel 210 a.C. sono oggetto di profonda ostilità. L’autore li presenta nella veste di odiosi signori – essi “abbrancano”, “impongono le loro leggi”, “non fecero nulla per noi” – e attribuisce alla loro arroganza e avidità l’origine delle due guerre servili che interessarono la Sicilia nella seconda metà del II secolo a.C. Addirittura a proposito degli schiavi siciliani oppressi Picone arriva a scrivere: “L’impeto di quel popolo disperato comunicossi come elettrico a gran parte d’Europa. Nell’Attica , in Delo nella Campania, in Roma, insorsero gli schiavi e ne trepidarono atterriti i governi.

Con la medesima indipendenza di giudizio che mostra nella valutazione della presenza cartaginese e romana in Sicilia – indipendenza fondata sui suoi principi politici di liberale moderato – Picone guarda anche agli Arabi che giunsero nell’isola nell’827 d.C. Per loro egli ha parole di elogio, e per loro si serve dell’aggettivo nostro – come aveva fatto per i Greci – quando li chiama “i nostri Musulmani”.

L’interesse di Picone per il periodo arabo in Sicilia, e più in particolare ad Agrigento, allora chiamata Kerkent, molto probabilmente è nato dalla presenza di una trentina di manoscritti arabi presenti nella locale Biblioteca Lucchesiana. Per indagarli e poi catalogarli sulla scia di Michele Amari, l’autore apprese l’arabo, e sebbene i manoscritti non gli siano stati di alcuna utilità per la ricostruzione della storia di Agrigento, dato il loro contenuto per lo più giuridico e teologico, la conoscenza della lingua tuttavia fu per lui fondamentale per riconoscere una forte influenza dell’arabo, oltre che sulla toponomastica, anche sul lessico del dialetto siciliano relativo all’agricoltura, all’artigianato e alla vita domestica.

Com’è scritto nelle Memorie, il linguaggio rappresenta “un perenne monumento dell’Arabica Civiltà in Sicilia.” L’ammirazione di Picone per i Musulmani appare invece basarsi sulla loro capacità di garantire una pacifica coesistenza civile e religiosa a tutti gli abitanti dell’Agrigento di allora – fossero essi Musulmani, Cristiani o Ebrei –, e ancor più su quella di favorire un forte sviluppo economico in città che risulta ancora testimoniato da Idrisi alla metà del XII secolo, quando la Sicilia era già da tempo sotto i Normanni.

A soli quarant’anni di distanza da Picone, Pirandello ha una visione ben diversa degli Arabi rispetto a quella del suo più anziano concittadino, una visione che traspare chiaramente in questo brano de I vecchi e i giovani: “L’Akragas dei Greci, l’Agrigentum dei Romani erano finiti nella Kerkent dei Musulmani, e il marchio degli Arabi era rimasto indelebile negli animi e nei costumi della gente. Accidia taciturna, diffidenza ombrosa e gelosia.” Qui il paradigma orientalista, che vede gli Arabi secondo una prospettiva costantemente negativa, assorbita da Pirandello negli anni di studio in Germania, è nettamente dominante, e gli Arabi attivi e cultori dei valori della civile convivenza frutto delle ricerche di Amari, seguite da Picone, sono scomparsi per sempre.

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Si è vista nei casi di Terone e degli Arabi la grande importanza che Picone attribuisce alla crescita economica, per usare un termine odierno, nel considerare un periodo storico. In proposito va almeno segnalata l’influenza che la Società Economica, fondata ad Agrigento nel 1833, esercitò nella formazione dell’interesse per i fenomeni economici, nel senso più lato del termine, da parte dell’autore. L’attività della società era principalmente rivolta all’indagine dei modi attraverso cui migliorare “le condizioni commerciali, agricole, manifatturiere ed aristiche, non pure di Girgenti, ma dell’intera provincia”, e questa propensione pratica piuttosto che teorica è quella tipica degli interventi in materia di Picone.

Merita di essere riportato un passo delle Memorie, posto a concludere il ricordo della floridezza dell’epoca di Terone, un passo che risulta anche molto utile per comprendere il ruolo centrale della dinamica passato-presente nella visione che l’autore mostra di avere della storia di Agrigento: “In quanto alle presenti condizioni commerciali, quantunque siano spariti i nostri rapporti coll’Africa […], pure la speranza della ristaurazione del nostro molo, e del taglio dell’Istmo di Suez, le ferrovie già iniziate, la immensa esportazione dello zolfo, traffico non conosciuto dai nostri antichi, ed una legislazione che protegga il credito e la libertà del commercio, preparano, se non intero, almanco un parziale rinnovellamento alla nostra pubblica ricchezza.”

Un contributo molto significativo alla composizione delle Memorie è stato dato dalla formazione giuridica e dall’attività legale di Picone. Il suo principale impegno è stato quello di avvocato, così che spesso l’autore attribuisce alla pratica della professione l’impossibilità di procedere spedito negli studi. La centralità dell’attività forense nell’Agrigento della seconda metà dell’Ottocento si coglie del resto in un passo famoso de I vecchi e i giovani di Pirandello che così comincia: “A Girgenti solo i tribunali e i circoli d’Assise davano da fare veramente, aperti com’erano tutto l’anno. […] In piazza Sant’Anna, ov’erano i tribunali, nel centro della città, s’affollavano i clienti di tutta la provincia, gente tozza e rude, cotta dal sole, gesticolante in mille guise vivacemente espressive: proprietari di campagne e di zolfare in lite con gli affittuarii e i magazinnieri di Porto Empedocle, e sensali e affaristi e avvocati e galoppini; s’affollavano storditi i paesani zotici di Grotte o di Favara, di Racalmuto o di Raffadali o di Monteaperto […].”

Questo dei “tribunali” fu dunque il contesto in cui ad Agrigento visse  immerso Picone, e che certamente lo condizionò nella composizione delle Memorie molto più di quello degli studi antiquari e archeologici. Ma come influì la formazione giuridica e la pratica legale sull’opera storica di Picone?

In primo luogo, da un punto di vista formale, le Memorie si presentano scritte con una sobria eloquenza, che fu quella propria del pragmatico avvocato Picone e che le rende ancora oggi leggibili con piacere; sono inoltre caratterizzate da un procedere argomentativo rapido ed efficace, da avvocato di successo, lontano da quello affastellatore senza costrutto tipico di una certa parte dell’antiquaria. Ancora più importante, comunque, è il fatto che le Memorie di Picone – ispirandosi anche alla lezione di un grande uomo di legge agrigentino del Settecento, Vincenzo Gaglio – siano attraversate nel loro complesso da una costante attenzione a due tematiche di ordine squisitamente giuridico: quella delle forme della proprietà della terra e l’altra delle forme della tassazione.

Sulla base di questi due parametri Picone, che in termini odierni andrebbe definito un liberista, dà una valutazione delle epoche da lui prese in considerazione, che abbiamo visto molto positiva per i decenni di Terone e per il periodo arabo contraddistinti entrambi, a detta dell’autore, da ampi flussi commerciali. In particolare sul fronte della tassazione, Picone è un sostenitore del sistema della decima che ritiene “equo e capace di bandire totalmente il pericolo delle angarie.” Vede invece come il fumo negli occhi “l’imposizione dei balzelli”, tipica del viceregno spagnolo, che insieme alla crescita a dismisura della proprietà ecclesiastica a partire dal periodo normanno, viene considerata all’origine dell’inerzia che secondo l’autore caratterizza l’Agrigento dei suoi giorni.

La città gli appare dominata da “una vita burocratica traboccante”, che marginalizza e soffoca le attività produttive, impedendo ogni forma di reale progresso. Ma di fronte alla situazione di inerzia di Agrigento, che viene messa in luce, l’autore delle Memorie non è del tutto pessimista. Alla fine dell’opera, nel 1880, egli infatti scrive: “Ma noi non ci perderemo d’animo! Un buon governo fondato sulle libere istituzioni, le quali rialzino le condizioni materiali, morali e politiche dell’Italia, una ben intesa ed affettuosa amministrazione locale, una palestra di moralità che fecondi le più nobili passioni, mi aprono il cuore alla speranza del risorgimento delle nostre industrie, del nostro commercio, della nostra privata e pubblica prosperità.”

A vent’anni dall’Unità Picone non ha ancora perso lo spirito risorgimentale. Di un radicale pessimismo, pochi decenni dopo, agli inizi del Novecento, è invece la posizione di Luigi Pirandello che così scrive ne I vecchi e i giovani: “[…] la luna piena, affacciandosi dalla chioma di quegli olivi allo spettacolo della campagna sottostante e del mare lontano, ancora dopo tanti secoli resta(va) compresa di sgomento e di stupore, mirando giù piani deserti e silenziosi dove prima sorgeva una delle più splendide e fastose città del mondo.” Il legame tra passato e presente ancora operante in Picone, è stato del tutto rescisso in Pirandello.

 

* Giovanni Salmeri è nato a Catania, dove ha studiato Lettere Classiche, per poi perfezionarsi a Oxford. È professore ordinario di storia romana nell’Università di Pisa, e codirige una spedizione archeologica a Misis in Turchia. La storiografia moderna sul mondo antico è uno dei suoi principali argomenti di ricerca.

 

Agrigentosette ringrazia a vario titolo e per la straordinaria disponibilità:

il prof. Giovanni Salmeri;

l'arch. Giuseppe Parello, direttore del Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei templi di Agrigento;

la dott.ssa Valentina Caminneci, del Parco archeologico e paesaggistico della Valle dei templi di Agrigento;

il dott. Arturo Attanasio, direttore dell'Archivio Storico Comunale "S. La Rocca" di Agrigento;

il dott. Giovanni Scicolone, della Soprintendenza ai Beni Culturali di Agrigento.

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