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Valle del Belice Quelle ferite ancora da rimarginare di Pietro Fattori - 31/07/2013

Sono ormai trascorsi 45, lunghissimi, anni dal catastrofico terremoto del Belice: evento che mise in ginocchio uno dei territori più poveri del Paese e che, allo stesso tempo, mostrò al mondo intero in che condizioni vivessero ancora alcuni cittadini del cosiddetto “mondo occidentale” e nell'Italia del “miracolo economico". Come tante altre storie siciliane, anche quella relativa al Belice presenta numerosi aspetti tragici. Che non si limitano alla mera catastrofe che produsse quasi 400 morti e 70mila sfollati, ma alla successiva ricostruzione, andata avanti a rilento, e tutt'oggi non conclusa, tra scandali, immane spreco di denaro pubblico e più o meno velate collusioni tra politica e potere mafioso.

Le ferite di quel disastro sono tutt'altro che rimarginate. A quasi mezzo secolo dal sisma, c'è ancora chi vive in una baracca, o chi tenta, impavidamente, di speculare sulla sciagura. Emblematico il “caso” di Gibellina, paese fortemente danneggiato dal terremoto e devastato non dalla natura, bensì dall'imbecillità dell'uomo: invece di ricostruire l'abitato laddove doveva essere ricostruito, si è pensato di realizzare un nuovo agglomerato urbano a parecchi chilometri di distanza, la cosiddetta Gibellina Nuova. Della “vecchia” non resta più nulla se non una discutibile opera d'arte denominata “Cretto di Burri”, ovvero 10 ettari di cemento nel cuore della campagna di siciliana.

Se qualcosa si è recuperato è grazie all'operato di alcuni comuni, delle soprintendenze ai Beni Culturali e ad una accresciuta sensibilità nei confronti del nostro prezioso patrimonio artistico. In anni recenti, la Regione ha messo a disposizione somme di denaro provenienti da fondi UE per il recupero degli edifici storici danneggiati. Ed è stato possibile strappare al degrado piccoli gioielli che rischiavano di perdersi per sempre. Abbiamo incontrato Alfonso Cimino, architetto agrigentino che ha curato in prima persona diversi progetti di recupero nella Valle del Belice, per capire cosa è stato fatto, e soprattutto cosa è ancora possibile fare.

 

Architetto Cimino, nella Valle dei Belice cosa è stato fatto per recuperare il prezioso patrimonio storico seriamente compromesso dal sisma del 68 ?

Nel febbraio 1992 quando vinsi la gara per la progettazione di massima del recupero storico architettonico della ex Chiesa Madre di Santa Margherita di Belice, in parte crollata con il sisma, ebbi il mio primo vero impatto professionale con un tessuto urbano ed edilizio modificato dal sisma. Ebbi immediatamente voglia di perlustrare ed osservare interi quartieri, abbandonati poiché considerati non più sicuri. Quei quartieri, tutt’oggi presenti, rappresentavano uno spaccato di quella società e contenevano tutto il dolore di un momento tragico ma, anche, tutto quel fascino architettonico evidenziato da elementi architettonici, rimasti ancora in piedi in forma di ruderi. Mi accorsi, immediatamente, che gli interventi effettuati nel dopo sisma erano rappresentati nel ridare una vita sociale ai cittadini con la edificazione di una nuova Chiesa Madre, la ricostruzione della sede Municipale del Palazzo Filangeri Cutò, la ricostruzione della palazzata su Piazza Matteotti e la realizzazione di nuovi quartieri del tutto moderni ma, distaccati dal centro urbano. Possiamo dire che, a mio parere, sono stati interventi giusti ma di facciata. Non vi è stato e non vi è, per svariati motivi, la necessità di recuperare la memoria urbana e cittadina, consistente non solo negli edifici crollati ma, anche, nell’immensità di quei cortili o piccole strade, ancoro oggi ben visibili, che rappresentavano la città originaria. Questa sensazione avvertita per Santa Margherita, l’ho riscontrata un po’ per tutti quei paesi del Belice colpiti dal terremoto. Altro esempio tangibile di quanto riferito, come più volte ribadito in altre interviste e convegni, è rappresentato dal dopo frana del ’66 ad Agrigento, con l’abbandono del centro storico e la realizzazione di quartieri satelliti disgregati dal centro cittadino che, dopo anni evidenziano un errore nelle politiche urbanistiche. Oggi, per fortuna, vi è un fermento culturale e cittadino, che evidenzia una sensibilità diversa nei centri storici. Assistiamo, infatti, ad iniziative di privati, che si sostituiscono agli enti Pubblici, volti a ridare vitalità alle memorie urbane. Se poi pensiamo che, il tema del RIUSO è diventato il tema principale delle associazioni ambientaliste, delle associazioni imprenditoriali e professionali, dovremmo tentare di avere una classe politica più attenta nel recuperare le risorse economiche al fine di riconsegnarci i ns. centri storici. Badando bene che, il riutilizzo del patrimonio edilizio esistente ed il riutilizzo dei nostri centri storici può e deve rappresentare il vero volano della nostra economia e la rinascita delle nostre professioni tecniche ed in particolare dell’ Architetto.

 

In particolare a Santa Margherita Belice con il restauro della Chiesa Madre si è riusciti a conciliare messa in sicurezza e recupero del bene...

La mia risposta a questa domanda è ovviamente si... ma, ritengo che saranno i fruitori a dirlo. Di fatto, posso dire che l’esperienza di intervenire su di un bene architettonico di grande pregio storico, culturale ed artistico è stata di grande responsabilità. L’oggetto dell’intervento iniziale, voluto dall’Amministrazione pro tempore, era nel recupero filologico della ex Chiesa, “lì come era e dove era”. Sottolineo che, della ex Chiesa erano rimaste solo due pareti residuali che, per circa quarant’anni sono state oggetto di degrado sotto le intemperie meteorologiche. Dopo una lunga ed attenta analisi del manufatto architettonico e ripercorrendo, documentalmente, la storia della fabbrica, l’unico intervento possibile, per me accettabile, era ed è stato quello della ricostruzione innovativa, cercando di mantenere le proporzioni costruttive, il rapporto fra vuoti e pieni ma, tutto rivisitato con nuovi materiali e nel rispetto dell’esistente che, rappresenta, il vero valore della fabbrica ma diversificando sui materiali costruttivi. Molto si è detto sull’intervento in questi anni, può piacere può non piacere ma, di fatto oggi l’ex Chiesa Madre è il “Museo della Memoria”, proprio per non dimenticare quel tragico evento del ’68, visitato da migliaia di turisti e citato in molte riviste nazionali ed internazionali. Come per tutti gli interventi di architettura vi sono estimatori e non. Ai posteri l'ardua sentenza.

 

Tuttavia resta ancora molto da fare. Specie a Menfi dove vi sono preziosi immobili che rischiano di perdersi.

Vi è tutto da fare. Assistiamo ancor oggi, a numerosi edifici architettonici abbandonati, centri storici abbandonati. Penso ai quartieri San Vito e San Calogero di Santa Margherita di Belice, al vecchio centro di Montevago, a Menfi dove tanto è stato fatto ma ancora molto è doveroso compiere, nel rispetto di quelle identità urbane e culturali possedute all’interno dei “vecchi” agglomerati urbani. Proprio su Menfi, mi corre il dovere di sottolineare che, spesso tutti parliamo ed evidenziamo la necessità di recuperare la memoria dei nostri beni architettonici ma, spesso, non proprio tutti operiamo in tal senso e non parlo certo degli architetti, che hanno il solo dovere di progettare e di farlo bene. Riferisco questo, non per un atto di accusa ma per evidenziare un intervento che mi sta molto a cuore ed è il recupero del palazzetto neogotico accanto all’ex Chiesa della Provvidenza, oggetto di un progetto di restauro e di recupero che, rappresenta un dei pochi beni architettonici rimasti in piedi dopo il sisma del ’68 che, a causa di una non reperibilità di risorse economiche è lasciato al suo sicuro destino, cioè il crollo. In effetti, dei crolli sono già avvenuti. La chiesetta limitrofa in questi anni ha perso la sua parete absidale, sicuramente per la mancanza di interventi urgenti, anche, di messa in sicurezza. Se penso che la sensibilità a questi beni architettonici non manca ed è, anche, rappresentata da un evento a scadenza annuale che si chiama “Salvalarte Belice”. È facile chiedersi come mai non si effettuino gli interventi, forse vogliamo che accada l’imprevisto, che crolli l’intero manufatto per togliersi un problema...

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